lunedì 12 ottobre 2009

Per una riforma dei Circoli del PD


La cosa che più mi infastidisce di cio' che sta avvenendo attorno a questo primo congresso el PD è lo stucchevole refrain secondo il quale "non si parla di politica, ma solo di persone", alimentato da una stampa che asseconda molto più facilmente le derive gossip (che, comunque, ahimé non mancano...), piuttosto che dare spazio alle lucide riflessioni con cui diversi esponenti di primo piano stanno alimentando l'agenda politca. E' a tal proposito che riceviamo e volentieri pubblichiamo un approfondito intervento di Giuseppe Chicchi sul ruolo dei circoli.

Le tre mozioni congressuali insistono sul valore e la necessità di rafforzare la struttura territoriale del partito. In particolare la Mozione Marino insiste su uno spostamento dei pesi del potere interno a favore dei circoli. Questa comune impostazione deriva probabilmente dalla polemica sul “partito liquido” che ha occupato parte della breve segreteria Veltroni. Credo che Veltroni si riferisse alla necessità di pensare ad un partito post ideologico che cerca la sua legittimazione fuori di sé, nella temperie sociale piuttosto che nella rassicurante dimensione interna.
In qualche modo questa questione si è riflessa sulla opzione per le primarie: è giusto che il segretario degli associati in un partito, sia scelto anche dai non associati? La domanda sembra banale, ma non lo è affatto perché la risposta rivela necessariamente le diverse concezioni del partito. E dipende in gran parte da ciò che oggi è il partito e dalla funzione che svolge nella società di oggi. Purtroppo qui cominciano i problemi.

Partiamo allora da alcuni punti (forse) condivisibili:
1. Se analizziamo la mappa degli iscritti del PD scopriamo che essa rappresenta la composizione sociale degli anni settanta: lavoro dipendente, pubblico impiego, pensionati e poco più. Il fatto che non riusciamo a organizzare parte della società contemporanea, indebolisce la nostra capacità di elaborazione. Questa si chiama “crisi di rappresentanza”.
2. Non esistono più i contenitori “ideologici” spazzati via dalla caduta del muro di Berlino. Solo una formidabile identità programmatica potrebbe aiutarci a fare il PD. Ma questo è un terreno impervio e ci dividiamo amabilmente su quasi tutto.
3. Il ciclo di lotte sociali degli anni settanta ha interrotto giustamente la “cinghia di trasmissione” che legava le rappresentanze sociali ai partiti. Il segretario della Cgil veniva scelto dal Pci, quello della Cisl dalla Dc e così via. Il guaio è che la cinghia si è rotta anche nel senso inverso, dalla società al partito. Il risultato è un partito che sta chiuso nel “politico” e comunica poco con il “sociale”, ha difficoltà ad influenzarlo e ad esserne influenzato. Ciò è irrilevante per Berlusconi che possiede quasi tutto il sistema televisivo, per noi è tragico.

Facciamo un passo indietro. Il solidarismo appartiene in ugual misura alle due componenti principali del PD. LA sinistra ne ha dato una lettura istituzionale e, soprattutto nella dimensione locale dove ha governato, ha prodotto esperienze straordinarie di stato sociale avanzato. La DC ha opposto a ciò un’opzione assai più flessibile, basata su una rete associativa e assistenziale capillarmente diffusa anche grazie alla presenza della Chiesa cattolica e sull’esercizio di una cultura della sussidiarietà rivolta ad una società organizzata nei “corpi intermedi”.
Dal punto di vista dell’organizzazione politica per il Pci le sezioni costituivano le “casamatte”, il luogo della difesa ideologica e della diffusione della propaganda. Mancava, al di là delle feste dell’Unità, una specifica funzione sociale. Tuttavia, dove la sinistra governava, subentrava una funzione di mediazione fra il territorio e le istituzioni; i quadri intermedi (i famosi segretari di sezione!) svolgevano un ruolo di terminali territoriali in senso ascendente e discendente . Questo impianto “sezioni/istituzioni” si è dimostrata nel tempo un’arma straordinaria per dare densità politica al rapporto con economia e società e per garantire stabilità ai governi locali.

Molte cose hanno contribuito a modificare alla radice questo quadro. In sintesi estrema:
1. La fine della guerra fredda e della funzione di “casamatta”.
2. La segmentazione sociale intervenuta dopo il ciclo di lotte degli anni ’70.
3. La diffusione dei media e la moltiplicazione delle fonti informative.
4. La caduta della funzione del partito come “intellettuale collettivo” e il parcellizzarsi delle funzioni formative.
5. La perdita di ruolo delle comunità locali “ristrette”(“…le comunicazioni all’interno della comunità, non godono più di alcun vantaggio rispetto a quelle fra comunità”, Z. Bauman)
6. L’elezione diretta del Sindaco che ha prodotto stabilità ma anche autonomia delle istituzioni rispetto ai partiti.

A queste novità non si è risposto con nuovi modelli di organizzazione territoriale, è deperita la gamma di funzioni svolte dalle sezioni e, di conseguenza, è deperita la quota di potere ad esse affidata. La rivendicazione di maggiori poteri (così netta nella mozione Marino) rischia di restare sterile se non è accompagnata dalla definizione di nuove funzioni e nuovi equilibri di potere fra gli apparati del partito e il territorio.

I punti di riferimento per una riforma della struttura politica sul territorio sono almeno tre.
Il primo. Si va riducendo l’ombra protettiva del vecchio stato sociale, non solo per colpa delle politiche liberiste che hanno ridotto la protezione e incentivato l’indebitamento privato (casa, salute, formazione), ma anche per la combinazione fra incremento della domanda (invecchiamento, immigrazione) e crisi della finanza pubblica. Si determina uno spazio vuoto in cui cercano di agire l’associazionismo, il volontariato e le attività di sussidiarietà orizzontale. Il PD deve rapidamente decidere se questo spazio gli interessa e se possiamo promuovere una fase di espansione delle esperienze sussidiarie. Possiamo anche decidere che il nostro ruolo non è quello di avventurarci nel sociale, è bene però che sappiamo che la nostra influenza nella società è destinata a diminuire. Anche perché ciò che è “comune” è sempre più aggredito da ciò che è “individuale”, così come il mercato vuole.
Il secondo. Il movimento progressista non riesce a ridurre la distanza fra diritti legali e diritti reali. I circoli del PD possono diventare uno dei luoghi in cui il diritto di cittadinanza trova gli strumenti di base per essere effettivamente esercitato. Un esempio: noi possiamo intervenire nella fase della alfabetizzazione di base di chi non dispone di strumenti sufficienti, come facevano le scuole socialiste alla fine del 19° secolo o come negli anni sessanta faceva don Milani nella scuola di Barbiana. L’uso del computer, l’inglese, le varie forme di espressività, sono il terreno della moderna alfabetizzazione.
Il terzo. Il legame comunitario, sotto l’attacco della globalizzazione, tende a produrre processi difensivi, identità chiuse, insicurezza e aggressività. Il fenomeno Lega nell’area più sviluppata del Paese deve farci riflettere, si tratta di uno straordinario “sintomo” del malessere della società avanzata. Guai a snobbarlo. Tocca al PD dimostrare che il legame comunitario può non essere difensivo, può dare il senso di partecipazione ad un percorso di sviluppo globale. Un esempio: partendo dall’inquinamento di un fosso possiamo creare un movimento ambientale che sia capace di arrivare alle vere origini del fenomeno. Perciò dobbiamo essere più “politici”(capaci di vedere e di dire ciò che l’individuo atomizzato non sa dire) e più “sociali”, capaci di stare dentro ai bisogni e dare prime risposte di comunità. Poi arriveranno, anche per effetto del nostro movimento, le risposte delle istituzioni.

Giuseppe Chicchi
Rimini 10 ottobre 2009

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