venerdì 31 luglio 2009

RU486


Cronologia dell'introduzione della pillola abortiva RU486 nel mondo:


1988 Francia, Cina

1991 Gran Bretagna

1992 Svezia

1999 Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Israele, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Svizzera

2000 Stati Uniti, Norvegia, Russia, Ucraina, Serbia e Montenegro

2001 Taiwan, Sudafrica, Tunisia

2002 Bielorussia, Lettonia, India, Azerbaijan, Georgia, Uzbekistan

2003 Estonia

2004 Moldavia, Guyana

2005 Albania, Ungheria, Mongolia

2006 Australia

2007 Portogallo, Armenia

2008 Romania

2009 Italia

C'è qualcosa (molto) che non va


Il numero degli iscritti, regione per regione:

Emilia Romagna 140.179
Campania 119.469
Lazio 90.000
Toscana 73.584
Sicilia 60.747
Calabria 58.424
Puglia 49.752
Lombardia 47.693
Veneto 27.000
Sardegna 26.271
Umbria 23.409
Piemonte 21.000
Marche 20.000
Basilicata 17.603
Abruzzo 16.914
Liguria 15.851
Friuli 9.219

Il rapporto tra numero di iscritti e numero di voti al Pd alle ultime Europee:
1. Calabria 26,4%
2. Basilicata 19,3%
3. Campania 18,4%
4. Sicilia 14,6%
5. Emilia Romagna 14,3%
6. Umbria 13,5%
7. Sardegna 13,4%
8. Abruzzo 11,7%
9. Lazio 11,5%
10. Puglia 11,1%
11. Toscana 9,1%
12. Marche 7,5%
13. Liguria 6,3%
14. Friuli 5,5%
15. Veneto 4,9%
16. Lombardia 4,2%
17. Piemonte 3,5%

mercoledì 29 luglio 2009

Final users




Da L'espresso di questa settimana.

martedì 28 luglio 2009

La coscienza di un liberal


Mi permetto di segnalare una bella lettura estiva (magari non proprio di evasione, ma scritta in modo scorrevole e farcita di esempi). Si tratta del libro di Paul Krugman (nobel 2008 per l’economia) “La coscienza di un liberal”. Va detto che si tratta di un libro di un autore americano incentrato sulla realtà americana, ma proprio perché americano-centrico sorprende per l’universalità dei concetti.
Sopra a tutto domina il concetto per cui si rivendica la primato della politica sull’economia. Ormai da molti anni siamo abituati a pensare che, vuoi per il pandemico dilagare del concetto di globalizzazione, vuoi per il supino sposare la causa di un certo liberismo da salotto da parte di tutte le parti politiche (quello per cui si privatizzano gli utili, ma si collettivizzano le perdite…), vuoi per semplice pigrizia, la politica sia in crisi. E che sia stata messa in crisi proprio dall’economia. Soprattutto nei periodi di crisi (Krugman si sofferma a lungo sul New Deal e il passaggio agli anni del dopo guerra) si sostiene che l’intervento dello stato sia l’unico in grado di arginare il fenomeno della sperequazione economica tra i diversi ceti della società. In particolare, l’estensione (o addirittura “l’invenzione”) della classe media non è un prodotto di una graduale e generalizzata crescita economica, ma il frutto dell’applicazione di precise politiche fiscali, retributive e sociali. La centralità della classe media nella vita democratica degli stati occidentali così come la conosciamo noi, viene a crearsi perché larghi strati di società hanno presentano disparità di reddito che mai erano state più ridotte (e mai più, almeno fino a oggi, lo saranno). Se è vero che grande peso in questo panorama lo hanno avuto, negli Stati Uniti come in Italia, le organizzazioni sindacali (per altro fortemente diverse a seconda del paese) che, in un contesto fortemente industriale-manifatturiero, hanno applicato un modello di contrattazione di grande efficacia, è altrettanto vero che senza un referente politico forte, tali rivendicazioni non si sarebbero tradotte in tangibili condizioni sociali (come era successo fino alla seconda guerra mondiale). I partiti di ispirazione marxista (ma non solo) in Europa e il Partito Democratico negli Stati Uniti hanno svolto, in forme molto diverse, questo ruolo.
Le similitudini tra gli Anni venti (anni di crisi ai quali si fece fronte con il New Deal) e oggi sono lampanti in termini di ripartizione del reddito. Il cosiddetto “allargamento della forbice” tra ricchi e poveri è assolutamente simile (riporto da pag.15):

Media Anni ‘20 10% della popol. a più alto reddito 43,6%
Media Anni ‘20 1% della popol. a più alto reddito 17,3%
2005 10% della popl. a più alto reddito 44,3%
2005 1% della popol. a più alto reddito 17,4%

Oggi, come sostanzialmente allora, l’1% della popolazione possiede il 17,3% della ricchezza nazionale. La vera differenza per i ceti più deboli, tra gli anni ’20 e oggi, sono l’esistenza di programmi di previdenza sociale e pensionistici e (almeno in Europa) un sistema sanitario e scolastico garantiti.
Questi naturalmente sono dati americani e non italiani, ma la realtà è comunque la medesima: basti pensare come larghi strati delle famiglie italiane negli anni ’60 e ’70 erano monoreddito e di ceto operaio, ciononostante erano la maggioranza quelle che si concedevano periodi ragionevolmente lunghi di vacanze estive (e a Rimini lo si sa bene…). Cosa che oggi è davvero lontana dalla possibilità di molti.
(Riporto da pag 135): “Negli anni ’30 e ’40 (negli Stati uniti, in Europa nel dopo guerra) furono create istituzioni e stabilite norme che limitavano la disuguaglianza: a partire dagli ‘70 tali istituzioni e norme sono state smantellate, determinando l’aumento della disuguaglianza.”
Queste poche parole, tanto lapidarie da un lato quanto scontate dall’altro, segnano la via dei partiti che vogliano dirsi progressisti oggi. E la segnano soprattutto oggi che l’assenza di regole ha prestato il fianco alle derive di speculazione che hanno prodotto il crack finanziario ed economico attuale, la segnano oggi che l’evasione fiscale e il lavoro nero sono state elevate a vere proprie forme di assistenzialismo de-facto, la segnano oggi che il mercato del lavoro è precarizzato come mai. Ad esempio, c’è qualcuno in grado di dire quanti siano, se ce sono, quei posti di lavoro con contratti “atipici” che, regolarizzati, sparirebbero? In altre parole, quanta speculazione c’è sui contratti atipici e quanta effettiva necessità c’è di flessibilità, per così dire, estrema?Concludo notando come effettivamente lo scarto più grosso che i partiti progressisti devono fare oggi (in Italia come in tutta Europa) sia di carattere culturale. Ripensare il rapporto con l’economia dopo la sbornia neo-liberista non è tema da addetti ai lavori. Che sia finalmente un economista americano, come Krugman, a mettere in discussione un modello di governo economicista a favore della politica, la dice davvero lunga su quanto sia cambiato il clima culturale dall’elezione di Obama. Il libro si conclude con un quadro su quello che dovrà essere il punto cardine dell’amministrazione Obama, cioè l’istituzione dell’assistenza sanitaria garantita per tutti: ovvero proprio durante la peggiore crisi del dopo guerra, il governo democratico americano sta tentando una vera e propria rivoluzione in termini di intervento statale a scapito di quello privato, quando, qui da noi, i provvedimenti presi dal governo sono di segno diametralmente opposto (e anche nell’opposizione c’è un certo appiattimento su tali posizioni). E’vero che tra noi e gli Stati Uniti sono più le differenze che le similitudini, ma la via è senz’altro la stessa.

lunedì 27 luglio 2009

Due condizioni


Arricchiamo ulteriormente la discussione con un nuovo intervento di Alberto Rossini.


Sono assolutamente d’accordo con quanti sostengono che la prima e più importante domanda cui bisogna rispondere è relativa al che cosa vuole fare il PD. Occorre definire una visione della società che vogliamo. Poi si potranno fare gli aggiustamenti necessari ispirati al realismo della situazione, ma un’idea del mondo che vorremmo dobbiamo averla. Dopodiché dovremmo essere bravi a comunicarla a tutti. Il PD deve parlare non solo a se stesso ma a tutti i potenziali elettori e a quanti solo per un momento hanno immaginato di avvicinarsi a questo nuovo partito che finora, però, è risultato solo la somma delle due componenti che lo hanno costituito.
Troppo pochi sono coloro che per la prima volta nella loro vita hanno pensato di prendere la tessera di un partito e si sono avvicinati al PD. Al di là dei numeri delle nuove e vecchie tessere credo che il dato che vada assolutamente tenuto presente sia proprio questo. Il PD, né nella fase costituente con Veltroni, né nella fase di gestione dell’emergenza con Franceschini, è stato in grado di avvicinare persone mai iscritte prima ai Ds o alla Margherita o alle formazioni di cui essi sono eredi. Questo fatto segna in maniera evidente il fallimento dell’idea di un partito capace di intercettare situazioni nuove e soggetti politici diversi da quelli dei due ceppi fondativi.
Ora il rischio che si corre in questa fase del dibattito pre congressuale è appunto il ripiegamento verso ragionamenti tesi a favorire questo o quel candidato segretario, ma senza alcuna vera apertura al mondo che sta fuori del partito. Insomma il rischio dell’arroccamento nella propria posizione è fortissimo. Ognuno difende il proprio particolare ma non vede che sotto i piedi la terra sta scivolando via. Modestamente penso che l’unico modo per evitare una battaglia dai toni fideistici che però non aggiunge nulla alla forza e alla base sociale del partito sia quella di discutere della nuda realtà delle cose. Indicando appunto ogni volta cosa si intende fare rispetto alle questioni sociali, economiche, culturali che debbono caratterizzare le scelte di un partito e la visione di fondo che lo anima. L’elenco dei problemi l’ha efficacemente riassunto Gilberto Mangianti su questo blog. Vorrei che di questo si discutesse. Vorrei che la declinazione nazionale delle soluzioni venisse riferita concretamente anche al nostro territorio evitando quell’antipatica situazione per cui ciò che va bene da una parte poi non è buono da un'altra e ciò che non si deve fare ad un certo livello è invece cosa buona e giusta qui da noi. Occorre attenersi ad un criterio di coerenza che sicuramente è più difficile da applicare ma è più chiaro e comprensibile a tutti. Penso alle questioni legate al tema del territorio e alla sue tutele e alle proposte di valorizzazione. Qui è in ballo il presente ma ancor di più il futuro di un luogo e delle persone che lo abitano. Non possiamo pensare che le scelte che verranno fatte in termini di urbanistica e di pianificazione territoriale siano neutre. Ciò vale per quanto riguarda l’aria e l’acqua e vale anche per le scelte di consumo energetico, solo per fare alcuni esempi.
Ci sono altri temi fondamentali sui quali credo valga la pena di interrogarci: quale turismo abbiamo oggi e verso quale di tipo di turismo stiamo andando e/o vorremmo andare?
In questa fase, al nostro livello, peseranno molto le scelte che faranno gli amministratori appena eletti e nominati i quali saranno chiamati a dare risposte alle domande dei cittadini, ma ritengo che sia giusto separare questa esigenza, per così dire, governativa che si esprime attraverso atti e decisioni amministrative, da un approfondimento conoscitivo e di elaborazione di nuove idee e proposte a cui in qualche modo il PD attraverso la propria articolazione territoriale e di reti locali e nazionali dovrebbe prioritariamente dedicarsi. Credo che per poterlo fare siano necessarie due condizioni: che ci sia qualcuno che ci creda e che sia disposto a metterci un po’ di voglia e di tempo (e mi pare che le premesse ci siano); che possa esistere un luogo, in parte fisico (una sede?) in parte virtuale (rete web, ma anche un foglio o qualcosa del genere) capace di attrarre e rilanciare gli spunti di riflessione e gli interventi. In sostanza voglio dire che, come è ovvio, la politica, con la P maiuscola, non si può né di deve esaurire con la parte amministrativa, “governamentale”, della politica.
C’è uno spazio autonomo che deve esistere e che può essere di stimolo anche alle amministrazioni in carica che non deve essere percepito o peggio ancora temuto, come l’angolo di coloro che disturbano i manovratori. Concludo auspicando che questo può essere il modo per conquistare i tanti scettici che non si avvicinano al PD o ad altri partiti perché pensano che tanto sia tutto già deciso in partenza. Se si riesce a creare e a far resistere luoghi di discussione credo che la scommessa possa essere vinta.

Alberto Rossini

domenica 26 luglio 2009

Meno percentuali, quindi, e se possibile più cuore e più confronto

Ho aderito alla Mozione Marino, che da una settimana ha la sua rete in costruzione anche a Rimini. Faccio parte del coordinamento di Iniziativa Politica che ha come fine - fra gli altri – quello di tracciare sul territorio la mappatura dei nodi della rete stessa. La rete è la nostra naturale forma organizzativa: è appena nata ed ognuno ad ogni livello è prima di tutto un portatore sano di Ignazio Marino. Usiamo questo termine per indicare l’importanza e l’autonomia di iniziativa che ciascun nodo della rete ha sul territorio per creare a sua volta altri nodi. Va da sé che non essendo una struttura preesistente e strutturata da tempo – come invece si può supporre quella delle altre 2 principali mozioni – la rete è destinata ad ampliarsi.

La candidatura di Marino è evidentemente la ventata d’ossigeno di questo congresso, lo riconoscono in tanti, anche aderenti a mozioni diverse. In questo blog lo stesso Rossano, lo cito perchè amministratore assieme a Roberto Maldini del blog e assiduo autore di articoli (nonchè come da lui manifestato in questo blog, aderente alla mozione Franceschini), più volte l’ha infondo dichiarato.

Bene. Sempre in quanto amministratore del blog, Rossano ha pubblicato ieri il resoconto di 2 sondaggi (molto contradditori tra loro, indice del fatto che forse è un po’ prestino per iniziare a misurarselo, direbbe Freud – ammesso poi che questa corsa al metro sia proprio necessaria) a mio avviso inadeguati al momento e al profilo che la discussione congressuale dovrà avere: su questo concordo con Gilberto Mangianti. Un congresso fondativo non può diventare una corsa a premi, e noi non siamo in balia di bookmakers ma – almeno fino ad oggi – cittadinanza attiva che si mobilita per il proprio miglioramento, con gli strumenti che ha: noi del PD lo facciamo cercando di migliorare le cose migliorando il nostro partito, lo faremo cercando di dare sintesi ai contenuti e non semplicemente una conta in valori percentuali.
Inoltre, se posso, - ma questo è un dato squisitamente legato al tema della gestione di una comunicazione coinvolgente e al contempo corretta- temo che abusare del copia/incolla e soprattutto l'utilizzo ad arte dei sondaggi (spirale in cui dobbiamo cercare di non cadere perchè strumento principale di quel modello di informazione e di impostazione del confronto politico sul quale ci siamo sempre dichiarati contrari) rischi a lungo andare di danneggiare un po' l'autorevolezza ormai accreditata di questo blog. Autorevolezza risultante prevalentemente dai contributi originali dei tanti che ci scrivono. E' necessario essere cioè più adulti anche in questo. Costa più fatica, certamente: ma è uno sforzo necessario e lo dico con tutto l'affetto che ho nei confronti di questa piccola, speciale tribuna locale on-line che leggo ogni giorno con piacere.

Ho ampiamente espresso le mie posizioni sul perché ritenga ci sia bisogno di una candidatura di Marino (l'ho fatto anche nel nostro blog), quindi non le ripeterò ora. Ma, proprio come parte del coordinamento di Iniziativa Politica della Rete Rimini per Marino nonchè membro del direttivo di San Giuliano, colgo l’occasione per dare alcuni dati concreti che possono farci riflettere molto più seriamente sul fenomeno in atto della Mozione Marino – anche in riferimento al sostanziale black-out della stampa e dei media più influenti [vi segnalo questo divertente post sul blog di Rimini Per Marino].
Sono informazioni che altrimenti non arriverebbero:


Nel giro di una settimana sono sorti spontaneamente comitati per Marino in tutte le province, in tutti i comuni d’Italia, paesini compresi. Nell’immagine più sopra c'è la piantina non aggiornata con i primi comitati sorti.
In cinque giorni sono state raccolte [fonte coordinamento regionale ER] poco meno di 20.000 firme su 2000 necessarie alla presentazione della candidatura.
Per quanto riguarda la nostra realtà, da martedì scorso, abbiamo ad oggi oltre 250 richieste di adesione alla rete Rimini per Marino di cui 128 tesserati provenienti da circoli del Pd si sono resi disponibili a diventare “attivisti” della rete. Molti dal nostro stesso circolo.
Da quattro giorni siamo su facebook e - come ci dicono i responsabili del gruppo comunicazione - con ottimi risultati di socializzazione.
Abbiamo un blog da una settimana che a poco a poco sta decollando e che vi invito a frequentare qualsiasi sia la vostra posizione in merito (mi dicono ieri 70 contatti giornalieri) .
Da ultimo –e come sapete non sono mai stata una fautrice del giovanilismo fine a sé stesso – mi sembra significativo segnalare un sostanziale abbassamento dell’età anagrafica degli aderenti, più che abbassamento direi un adeguamento, una composizione finalmente capace di ricoprire con più aderenza tutto lo spettro generazionale della nostra società.

Tutto questo si chiama fermento, si chiama volontà di incidere, in una situazione di sostanziale stallo in cui il PD vessava da un po’. Poco importano i primi (discutibili) sondaggi. E' una cosa che fa bene al PD - prima che alla mozione Marino, voglio dire.
Molto importerà invece la capacità di ognuno di sentire la serietà di questo momento, ma anche il piacere di mettersi in gioco [vi segnalo un altro articolo presente sul blog della rete rimini per marino, è un racconto vissuto dal vivo della presentazione del programma avvenuta il 23 a milano].
Abbiamo sempre sostenuto a San Giuliano che il PD andasse stappato, per stappare l’Italia, tirarla via dalle secche culturali e politiche in cui ristagna ormai da troppi anni. Questo congresso per tutti noi – indipendentemente dalla mozione – dovrà servire principalmente a questo: a liberare le grandi energie che abbiamo.

Meno percentuali, quindi, e se possibile più cuore e più confronto.

Grazia Nardi

sabato 25 luglio 2009

Sondaggi sulle Primarie PD

Da Andrea il mitologico GPG posta questi dati sulle primarie del PD:

Bersani 45%

Franceschini 33%

Marino 22%


Nicola Piepoli, nell'ambito di un'indagine su un campione di 1000 intervistati, ha rilevato invece Bersani con un vantaggio di 2 a 1 su Franceschini. "Quasi inesistenti gli altri due candidati, Ignazio Marino e Mario Adinolfi. "Il rapporto di forze tra Bersani e Franceschini di 2 voti a 1, proporzionale a quello esistente tra i due partiti (Ds e Margherita) che hanno dato vita al Pd"Non ci sono le percentuali precise, ma si potrebbe ipotizzare un simile scenario":

Bersani 60%

Franceschini 30%

Marino 8%

Adinolfi 2%

Pubblicato dal nostro sondaggista di fiducia Andrea Mollica

venerdì 24 luglio 2009

C'E' BISOGNO DI MARINO

Marino non alimenta la frantumazione, anzi!
Due candidature secche, un ex ds (Bersani) ed un ex margherita (Franceschini), ovvero il peccato originario del PD, quelle non frantumano, spaccano peggio di una bisettrice.
Con l’affermazione di uno dei due (che in questo caso sarebbe una vittoria in un duello tra due ex partiti ora ridotti a rango di correnti)…cosa succederà al PD?
Più precisamente sarà ancora PD?

Purtroppo c’è chi vuole farla passare come esigenza di chiarezza.
In realtà affermare un’omogeneità di parte è una contraddizione in termini.
Qual è il vero obiettivo?
Ridurre la base per manovrarla meglio?
Gestire i circoli come affiliazioni volte alla conservazione?
E conservazione di cosa? Cercare alleanze di volta in volta imbarcando soggetti che rievocano, alla faccia della chiarezza, le sofferenze patite con l’esperienza ulivista?
Lasciare vuoti attorno a valori fondamentali occupati sistematicamente da liste, listarelle, pseudopartitioccupaposti.
Tenere in piedi coalizioni in forza di poltrone a breve/medio termine. E per fortuna perché quando il termine è più lungo si alimentano strategie di sottobosco che ci hanno portato qui, dove siamo adesso. Ammazza che progetto!

E allora tra chi non vuole morire democristiano e chi non vuole morire comunista (perché anche questi sono i motti che si fanno passare con gli ammiccamenti), non è meglio vivere col PD?

No, non sono ragionamenti semplicistici, ingenui. Sono valutazioni che guardano la prospettiva vera di un grande partito democratico, capace di porsi in alternativa al centrodestra e ad un berlusconismo che sta invertendo il sistema dei valori, intaccando le categorie del pensiero, distorcendo le regole del gioco democratico, penetrando in ogni sistema, anche nel nostro. Ed allora le grandi strategie, la forza e la capacità organizzativa, strutturale…sono indispensabili ma occorre stabilire a servizio di chi e di che cosa.

Prima di tutto il PD ci deve piacere, deve piacere ai volontari. Impegnarsi per la sua affermazione deve essere un piacere, non un adempimento dovuto ad uno schieramento precostituito: A Rimini si è riunita la corrente di Bersani, quanti sono stati invitati? Chi è stato invitato? E allora siamo alle idee, al valore dei programmi o agli schieramenti precostituiti?

E allora di Marino c’è bisogno.

Marino ci vuole per la sua capacità di intercettare sentimenti ed idee comuni, rivoluzionarie perché normali, bisogno di chiarezza, aspettative di coerenza, fame di trasparenza tanto da mettere in piedi, in pochi giorni, grazie a legami nati spontaneamente nelle relazioni politiche vere, quelle vissute da volontari.. una rete che non ha precedenti che unisce persone di ogni.età e formazione. Ma questo non dice niente? Non siamo “quelli di Marino” i frou frou.. della politica, quelli “che parlano solo della laicità mentre c’è la crisi economica”. Noi siamo quelli del PD che doveva rompere i vecchi schemi (ex ds –ex margherita), quelli del codice etico, delle primarie vere, delle candidature basate sulla meritocrazia, dei circoli aperti alla gente e non chiusi nei direttivi sfiaccati e targati, dei luoghi democratici delle decisioni, del linguaggio diretto, dell’ammissione delle responsabilità, delle scelte e non del ma anche, certo quelli della laicità come garanzia per tutti, della laicità che non è valore circoscritto ai diritti civili ( e già non sarebbe poco), ma al rispetto delle persone a prescindere….. dell’ambiente, della gestione sana del territorio…vedere Manifesto e programma del PD di illo tempore…è già stato scritto tutto! Il problema è che non lo abbiamo mantenuto.

Marino non è fenomeno di costume. Il bravo cardiochirurgo, così bollato ferocemente da D’Alema, non avrebbe il profilo adatto? Non direi, visto quello che ha messo in piedi. E chi le avrebbe le grandi doti? Quelli che hanno scientemente strutturato le correnti prima che si radicasse il PD, usando gruppi e sottogruppi, mantenendo la divisione sui problemi per alimentare la propria ragion d’essere? Così sui diritti delle donne, dei gay. Così sul rapporto col sindacato (e quindi sui diritti dei lavoratori), così sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, così sui temi dello sviluppo economico e sui modi per uscire dalla crisi di sistema. Marino dà fastidio a quelli che puntano sugli schieramenti, anche per quello che, invece, è il suo valore di sintesi. Marino è cattolico, laico, democratico. Questa è la dimostrazione che le tante evocate “anime diverse”, le diverse sensibilità, possono e devono coesistere. Questa è la sfida vincente del PD, vincente perché questa fusione è già nelle persone, negli elettori, nei tanti orfani di rappresentanza.

E’ qui il punto. Il profilo adatto ad un leader, oggi, è di chi sa fa farsi interprete, riconosciuto, di una gamma così vasta d’interessi, di chi cerca un modo organizzativo che guardi al futuro e non al passato anche, perché no, di chi parla un linguaggio non criptato che possa finalmente arrivare alle persone, tante persone.

L’assurdità è un’altra, è che in un Partito che si definisce democratico prima di arrivare al voto democratico per eleggere il leader, ci sono le forche caudine di selezione, a vantaggio di quelli “strutturati” da sempre, perché da sempre hanno gestito le cordate. E non è ora di cambiare?

Qualcuno dei “grandi” ha eccepito anche sulla correttezza di quanti, in questi giorni, si sono adoperati per tesserare tante persone al PD. Dice, D’Alema ( che di tessere se ne intende visto che quelle di RED sono partite prima di quelle del PD) che non ci si può tesserare solo per un congresso! E invece bisogna cogliere la forte motivazione che sta dietro a queste tessere, lì c’è il futuro, sicuramente più di quanto ce ne sia nelle tessere di quelle zone dove le iscrizioni superano i voti.

Marino non è effetto dei Piombini o dei Lingottini. Marino è stato creato proprio da coloro che, ai vertici, ne contestano la candidatura, ne mettono in dubbio le capacità organizzative. Marino è la risposta ai loro guasti. Altrimenti oggi , non saremmo all’elezione del Segretario, il terzo dopo poco più di un anno. Mica si possono ammazzare tutti! Ogni tanto qualcuno si fa avanti e resiste!

E questo è un altro motivo per cui sostenere il terzo. Per dimostrare che è possibile, anche quando ci siano candidati che “altri non si può perché è stato deciso”, che ce ne possono, devono essere altri. Come, ci siamo lamentati tante volte che “nessuno aveva il coraggio” di sfidare le decisioni della nomenklatura e adesso che, qualcuno, degnissimo lo fa, che scuse abbiamo? Anzi, pensando alle scadenze elettorali che interessano anche il nostro territorio, questo è l’esempio che potrà incoraggiare tante persone capaci e per bene a candidarsi.


Grazia Nardi

giovedì 23 luglio 2009

Su cosa ci giochiamo il futuro?


Gilberto Mangianti rilancia, con la solita ricchezza di argomenti, sul congresso del PD.
Forse sara' il clima torrido di questi giorni (nulla assopisce la mente piu' del garbino), forse sara' il disincanto che aleggia su una sinistra colpita da troppe sconfitte e da troppe delusioni ma il dibattito congressuale del Partito Democratico stenta a prendere il volo. Certo, se ne discute nei pochi circoli di partito ancora attivi, se ne parla sulla stampa e alla televisione fra addetti ai lavori con dibattiti sempre piu' stanchi e ripetitivi ma la maggioranza dei cittadini, e anche il cosidetto popolo della sinistra,sembra poco interessata e pare pensare ad altro. L'impressione generale che se ne ricava e' quella di un partito ripiegato su se stesso,tutto concentrato sui propri organigrammi e sui futuri equilibri interni, molto restio al rinnovamento e che fatica sempre piu' a comunicare e interloquire con la societa' italiana.

Un partito che avanzi la propria candidatura al governo del Paese non puo' non avere (e il PD finora non l'ha avuto) un progetto complessivo di governo, una proposta di cambiamento e di sviluppo che parli non a una parte ma alla societa' italiana nel suo complesso. E la preoccupazione che hanno oggi gli Italiani non e' di sapere chi sara' il prossimo segretario del PD o quale percentuale avra' questa o quella corrente ma e' sapere come si esce da questa crisi che nonostante l'ottimismo obbligatorio di stato colpisce duro molti, a cominciare dai piu' deboli. Su quale e' la strada da percorrere a destra e a manca (manca la sinistra, verrebbe da dire) si risponde in modo simile, e stupisce la poverta' culturale di questa analisi: occorre rilanciare i consumi. Eppure e' proprio per un consumismo senza regole e senza principi che siamo finiti in questa crisi che a differenza di altre e' globale perche' oltre che finanziaria ed economica e' anche crisi ecologica in quanto rischia di incrinare in modo irreversibile l'equilibrio fra uomo e ambiente. E allora si puo' pensare davvero in buona fede, a destra come a sinistra,che si uscira' da questo tunnel rilanciando i consumi ( di ricchezza,di risorse,di acqua,di aria,di territorio)? Che bastera' dettare qualche regolina al mondo della finanza e tutto ripartira' come prima? E fino a quando?

Ecco, a me piacerebbe che il dibattito nel PD desse (provasse a dare) una risposta a questi temi, servisse per elaborare una proposta di governo chiara e innovativa, un progetto per lo sviluppo rivolto agli Italiani. Per essere piu' chiaro faccio alcuni esempi.

- La destra per la politica energetica punta decisa sul nucleare. Il PD cosa propone?
- Per i trasporti e la mobilita' il PD punta sul trasporto privato su gomma, sull'asfaltatura del territorio e sul raddoppio di strade e autostrade o ha qualche idea per una mobilita' meno inquinante, piu' efficiente, piu' rispettosa dell'ambiente?
- Per l'urbanistica delle nostre citta' il PD propone il modello riminese che ha puntato sulla cementificazione e sul consumo del territorio divorando la campagna circostante o sceglie di puntare sul recupero edilizio, su una nuova politica della casa e su un diverso rapporto fra citta' e circondario?
- L'agricoltura in Italia deve avere un ruolo oppure no? E se si cosa propone il PD per il suo rilancio, a cominciare dalla salvaguardia e dalla difesa del territorio?
- Arte e cultura, che rendono l'Italia unica al mondo, sono solo un fardello del passato o vanno viste come una ricchezza per il futuro?
- Il paesaggio italiano, nato da una continua interazione fra storia e natura, va tutelato o lasciato come ora in balìa di amministratori ignoranti e di speculatori bulimici?
Avere una proposta di governo per l'Italia significa dare risposte concrete e credibili a queste e ad altre questioni come la riforma del welfare e delle pensioni,della pubblica amministrazione, della scuola, della universita' e della ricerca scientifica dove la sinistra sembra che non riesca ad andare al di la' di una difesa corporativa dell'esistente.
Su questi temi il Partito Democratico si gioca il futuro. O il PD riesce a dimostrare di avere una capacita' progettuale autonoma ed a elaborare un progetto di governo che parli agli Italiani con il linguaggio della concretezza,della speranza e dell'innovazione oppure e' destinato a un declino piu' o meno rapido. E non penso che trovera' molti disposti a rimpiangerlo.
Gilberto Mangianti

mercoledì 22 luglio 2009

Il PD in va in Migliavacca


L'onorevole Maurizio Migliavacca, responsabile organizzazione del Pd - oggi ci spiega che non ci sarà alcuna proroga nel tesseramento del Pd, non sia mai che Ignazio Marino riesca a raccogliere troppi consensi. E che Beppe Grillo non ha i requisiti perchè «ha ispirato e fa parte di un movimento contrapposto al Partito democratico».
Migliavacca è sicuramente un bravo burocrate e probabilmente fa solo quello che gli dicono burocrati più importanti di lui.
Tuttavia magari dovrebbe chiedersi anche lui se queste ligie risposte «ai sensi del regolamento» - a fronte di un risultato di iscritti di poco sopra la metà dell’obiettivo - siano il modo migliore per costruire un partito che esca dai corridoi e si apra agli elettori.
(A proposito, ma Renato Nicolini non era di Rifondazione? E Follini non faceva comizi tra le bandiere di Forza Italia e An? E il senatore democratico Achille Serra che vedo sempre in prima fila ai convegni del Pd era mica lo stesso Achille Serra deputato berlusconiano tra il ‘96 e il 2001?)

Da "Piovono rane"

Chiedi al blogger


Il presidente Obama sa che i bloggers possono dargli una grossa mano a smontare le bugie dei conservatori e fare debunking delle tante balle che vengono dette in giro sui mainstream media. Allora ha fatto una conference call con un po’ di loro, hanno discusso e chiacchierato per una ventina di minuti e ha chiesto loro di dargli una mano. Più semplice di così.

Ve lo immaginate in Italia?

Beh, a me pare molto piu' fattibile di quanto non si creda. Certo, se non si crede nella comunicazione in rete (o addirittura la si teme...), allora e' un altro paio di maniche...

martedì 21 luglio 2009

Tu chiamale, se vuoi, e-mozioni



Negli ultimi giorni, in tanti si sono iscritti al Pd. Insolazioni, direte. Colpi di testa. Di tessera. Mancano poche ore. Passate queste, solo chi sarà iscritto potrà indicare il futuro segretario. Segno che, quando le cose si muovono (o almeno così sembra), una speranzosa risposta arriva. Tanta gente mi dimostra che c’è. Ognuno con la sua opinione, come alla vigilia dei Mondiali di calcio. C’è quello che dà la squadra Franceschini vincitrice sicura. Quello che «Bersani è rimasto all’Ulivo del ‘96» e quello che «Bersani è emiliano, è il più simpatico» (non è che c’è troppa simpatia in giro?); e quell’altro che si esalta per la terza via, nelle mani (e nei bisturi) del Dr. Ignazio Marino. Tu, chiamale, se vuoi, e-mozioni. Io, chiunque ciascuno decida di appoggiare e qualunque cosa accadrà, mi auguro solo una cosa: che il Pd-che-verrà non si dimentichi di queste persone. Le cose vanno più o meno così: nel partito si preparano gli assetti futuri (ovviamente bisticciando); la stampa strilla i suoi titoloni; l’elettore addormentato vede che qualcosa succede e si risveglia. È un loop giornalistico-politichese inevitabile, anche se non fa troppo bene. Ma quelli che si iscrivono oggi ci credono davvero. E sono (anche) quelli che domani chiederanno al loro partito, che so, una politica chiara sul lavoro, la possibilità di accedere più facilmente a un mutuo o a un affitto, una migliore qualità dell’ambiente in cui vivono, la tutela dei loro diritti, la detassasazione dell’Iva o gli ammortizzatori sociali. Cose quotidiane da cui – detta alla Alberoni (c’è ancora, sul Corriere del lunedì?) – partono le emozioni. Le mozioni, da sole, non bastano.

Dal blog di mattia carzaniga

lunedì 20 luglio 2009

Case piccole e "verdi": ecco le città ecologiche

In quattro località inglesi verranno edificati ex novo diecimila alloggi entro il 2016. Villette dotate di pannelli solari, di vetri isolanti e di un sistema per il riciclaggio delle acque. L'articolo qui di seguito colpisce per come la complessita' e i diversi aspetti del problema emergano legittimando vari punti di vista.
A Rimini (ma non solo) siamo ancora all'edilizia per l'edilizia (chiamiamola motore immobiliare, vedi la foto).


LONDRA - Le città del futuro saranno bruttine, ecologiche e lillipuziane. Le prime quattro verranno ultimate nel 2016 in Gran Bretagna, e conteranno ognuna 2500 case, tutte a consumo zero, poiché dotate delle ultime tecnologie sul risparmio energetico. Ad ogni angolo di strada sarà inoltre possibile ricaricare le auto elettriche, ovunque si potrà prendere in prestito una bicicletta e i servizi pubblici copriranno capillarmente ogni centimetro quadrato dei nuovi centri urbani. Quanto costerà edificare questi avveniristici agglomerati "verdi"? Il primo ministro Gordon Brown, che si è detto fortemente convinto dell'utilità del progetto, ha appena stanziato l'equivalente di 280 milioni di euro. Lo scopo delle "eco-towns", così sono state battezzate dalla stampa inglese, è anzitutto didattico: i fortunati abitanti delle case pionieristiche dovranno servire da esempio agli altri cittadini del paese. In Inghilterra, infatti, oltre un quarto delle emissioni di CO2 proviene dell'energia di uso domestico. Ora, come ha spiegato Brown, "per ridurre l'impatto delle attività umane sul clima, ognuno di noi sarà primo o poi costretto a risparmiare sui bisogni di acqua, elettricità e riscaldamento". Per questo motivo, nelle quattro nuove città è previsto un consumo energetico bassissimo: ogni villetta sarà ricoperta di pannelli solari, avrà doppi vetri isolanti e disporrà di un sistema per il riciclo delle acque. In realtà, i piani edilizi di Gordon Brown erano ben più ambiziosi. Se non ci fosse stata un'alzata di scudi da parte di numerose associazione che tutelano il paesaggio, il premier avrebbe chiesto di costruire non diecimila bensì centomila case ex novo nelle campagne inglesi. Perché, gli hanno chiesto gli attivisti, non concentrare piuttosto gli sforzi e i finanziamenti su le circa ottocentomila case che sono state abbandonate nei decenni? Il ministro delle Infrastrutture, John Healey, s'è difeso sostenendo che "il cambiamento climatico è una sfida che riguarda tutti e che le "eco-towns" rappresentano il modo per vincerla. Per ogni famiglia che vi andrà ad abitare prevediamo un risparmio di circa 600 euro l'anno".

Ma c'è ultimo scoglio che dovrà superare il governo di sua Maestà. Sono le associazioni locali, chiamate ad esprimere un parere vincolante sulla costruzione delle città ecologiche. Molte di loro si sono già schierate contro. Temono, in particolare, una carente urbanizzazione stradale attorno ai nuovi insediamenti, e di conseguenza l'intasamento delle vie di comunicazione già esistenti. Altri, invece, si preoccupano delle conseguenze sulla fauna. "Tutto questo - dice il sindaco di un antico paesino della Cornovaglia - per consentire a pochi eletti di avere in cucina un pannello luminoso che indica a che ora passa il prossimo autobus". E' difficile non condividere il suo scetticismo.

sabato 18 luglio 2009

IERI: UNA SERATA DI SPERANZA PER L'IRAN SOTTO LE STELLE DEL NOSTRO BORGO



Neda, la ragazza uccisa da un miliziano mentre manifestava pacificamente insieme al padre nelle vie di Teheran, e Vahid, il giovane iraniano gay salvato in extremis dal rimpatrio forzato in Iran, sono due volti della stessa storia, dello stesso paese e dello stesso popolo che lotta per la propria libertà e per il proprio destino di democrazia.

Grazie a tutti coloro che ieri hanno condiviso la serata che il PD di San Giuliano, L'Associazione Incontri nel mediterraneo, L'Arcigay, L'Associazione Radicali Riminesi e Italia-Tibet hanno voluto dedicare all'Iran e alla speranza che il cammino verso la democrazia si compia anche in quella splendida parte del nostro mondo.

Continuamo a non lasciamoli soli.

Fuoco alle polveri!


Ormai tutti, ma proprio tutti, sanno del botta e risposta tra Oreste Delucca e il sindaco Ravaioli. Per i meno attenti, riportiamo i due interventi a mezzo stampa.
E riflettiamo.

Pd, a Rimini bisogna cambiare

Inutile negarlo, molti riminesi hanno votato (o non hanno votato) alle elezioni provinciali avendo l’attenzione rivolta al comune che, in genere, è una realtà molto più sentita. Nel caso specifico, poi, il candidato Presidente era un assessore comunale, quindi il voto costituiva un giudizio sul suo operato a Palazzo Garampi.
Confesso di essermi comportato così anch’io. Appartengo inequivocabilmente all’area di centro-sinistra e al ballottaggio ho votato per Vitali; non mi sarei mai perdonato una scelta che avesse favorito il candidato di centro-destra.
Però sono tra coloro che non gli hanno permesso di raggiungere la maggioranza al primo turno. Un periodo di “purgatorio” doveva fargli capire che non gode di un consenso totale e incondizionato. A prescindere dalla sua azione come assessore ai servizi sociali, ha fatto parte di una giunta con molte pecche e non hai mostrato il benché minimo dissenso verso le tante scelte discutibili di questa amministrazione.
Se dai dati delle elezioni provinciali i soli voti del comune di Rimini, emerge che il divario trai due schieramenti si è ridotto ad un solo punto percentuale. L’amministrazione è in bilico; la rendita di posizione goduta nel passato, ormai è ridotta al lumicino. Tanto che – secondo il vice sindaco – aggiornare il programma amministrativo ed è necessaria la rinascita del PD locale.
Ma qui nascono i problemi. Il PD è praticamente muto, senza un segretario comunale e con un segretario provinciale (dispiace dirlo) inconsistente, insignificante. A chi vorrebbe contraddirmi, chiedo: “Gli avete mai sentito esprimere un concetto politico di qualche peso?”
Quanto al programma amministrativo, il vice sindaco in un lungo articolo-intervista pone l’attenzione sul tema prioritario della viabilità. Direi che il problema è più grande di quello enunciato, riguarda in senso globale la mobilità a Rimini, che non è fatta di soli mezzi a motore. Occorre progettare una città nuova, dove sia possibile muoversi in forme più umane, più razionali, meno caotiche, garantendo non solo una viabilità più scorrevole, ma offrendo anche l’opportunità di usare gli automezzi il meno possibile, con minore spreco di risorse energetiche, minore inquinamento acustico e dell’aria.
Riguardo all’altro aspetto toccato –la ristrutturazione dello stadio- emerge chiaramente la filosofia di fondo che ha caratterizzato questa amministrazione comunale e ha raccolto il più ampio consenso tra la popolazione. Infatti il vice-sindaco, anche annunciando l’inizio dei lavori ha dichiarato che “ci sarà la contropartita immobiliare, senza la quale non è possibile fare nulla”.
Per un intervento non proprio prioritario e che interessa una parte modesta dei cittadini, si produrrà l’ennesima cementificazione (in via Fantoni) e l’ennesimo consumo di territorio; così come è ad esempio avvenuto per il 105 Stadium, di cui i riminesi non sentivano davvero un gran bisogno. E gli esempi potrebbero continuare. Altro che “qualità urbana”, come afferma il sindaco. Si stanno svendendo gli ultimi spazi disponibili, secondando l’ingordigia e le mire degli immobiliaristi. Come nei recenti progetti per la marina, presentati a destra e manca dal vice sindaco stesso, lanciati prima ancora che venisse elaborato il “piano strategico”, quindi privi di ogni coerenza con la pianificazione urbanistica dei prossimi decenni.
Se si vuole davvero “aggiornare il programma amministartivo” e dare segnali di discontinuità, occorre mettere una pietra sopra a questi progetti, occorre mettere da parte quanto prima possibile la persona dell’attuale vice-sindaco, occorse pensare ad un futuro candidato-sindaco dotato di alto profilo e non ad un “ re travicello” come è stato in questi anni o come si vorrebbe nei prossimi (stando alle voci che circolano). Il tutto aprendo subito un ampio confronto coi cittadini, per ascoltare le vere esigenze.
Il PD riminese ha la forza per fare questo? Altrimenti tra due anni rischia grosso. Poco importa se l’opposizione attuale naviga in cattive acque. Quando la gente è scontenta, punta a cambiare, anche se l’alternativa non entusiasma. Occorre tenere presente che le elezioni non si perdono soltanto per i meriti altrui, più spesso si perdono per i propri demeriti.
Oreste Delucca

Cominciamo a cambiare dalle parole

Sarà perché mi sento ancora –nonostante tutto- lontano da un certo modo di fare politica, ma confesso che provo un certo fastidio a leggere interventi sprezzanti e, alla lettera, offensivi come quello apparso oggi a firma di Oreste Delucca. Offensivi non tanto per la critica alle scelte amministrative fatte dal governo locale che rappresento, ma per i giudizi sulle persone, espressi con un furore manicheo che fa intravedere un astio per certi versi personali. Per Delucca, io sarei un “ re travicello”, il vice sindaco dovrebbe essere messo da parte il prima possibile, il segretario PD “inconsistente e insignificante”, il neo Presidente della provincia sarebbe stato rinviato al ballottaggio come punizione per la sua militanza nella Giunta di Rimini. Questa non è un’analisi del voto, ma una sgraziata e infantile sequela di considerazioni il cui solo obiettivo è quello di insultare senza alcun costrutto. Perché? Un rancore come quello trasudante da questo intervento raramente difficilmente si spiega con la categoria della politica, anche se su questa voglio restare. Innanzitutto per precisare un paio di questioni riguardanti le ultime elezioni, comunque positive nel suo complesso per il centro-sinistra riminese, visto quello che è accaduto lontano (il centrodestra che ha sfondato in molti territori prima nostri e in Europa) e vicino (Bellaria, Gemmano, Montefiore). A Rimini il distacco non è di un punto percentuale, ma di quattro (47,58% contro 43,81%, in termini assoluti 2795 voti), misurando ovviamente la forza della coalizione sul primo turno. Infatti, se prendessimo in considerazione il solo turno del ballottaggio, risulterebbe che lo stesso scarto (2 punti) è quasi al millesimo equivalente a quello del ballottaggio del’99 (Ravaioli vs Gentilini). Vuol dire che in dieci anni non è cambiato nulla? La logica che discende dal ragionamento di Delucca condurrebbe a una naturale derivata: che le forze più critiche nel centro sinistra contro questa amministrazione comunale dovrebbero incassare consensi in sensibile crescita. E’ così? Non mi pare. Mi pare invece che Rimini stia (comunque meglio di altri) in quel solco che vede il PD e in generale il centrosinistra in difficoltà identitaria in tutta Italia e in tutta Europa: elettori, sfiduciati, partiti della sinistra in difficoltà, una classe dirigente a metà del guado. Sì, è vero: bisogna cambiare. Bisogna cambiare uomini politiche, idee, approccio con le persone, comunicazione. Ma bisogna anche cambiare un atteggiamento culturale che trova nel livore rivolto ad personam il suo osessivo sfogo (come si fa, non solo a scrivere, ma anche a pensare “sono tra coloro che non hanno permesso a Vitali di raggiungere la maggioranza al primo turno?” Si voleva forse che il centrosinistra a Rimini perdesse?). In chiave congressuale, allora, Bersani è un calvo re travicello di D’Alema? Franceschini un’occhialuta foglia di fico di Veltroni? Marino un “dottor morte”abortista?
Anch’io sono un sognatore e ho un sogno: cominciamo a cambiare dalle parole, per favore.
P.S. Sul tema del bilancio amministrativo di questi dieci anni la mia visione è completamente diversa da quella di Delucca e sarà mia cura, più avanti, illustrarla con elementi e fatti e non solo opinioni negli organismi e nelle sedi deputate.
Sindaco di Rimini

N.B. Quello nel ritratto è Giuseppe Giusti. A lui si devono i riferimenti al "re travicello".

venerdì 17 luglio 2009

A SAN GIULIANO, UNA SERATA SOTTO LE STELLE PER L'IRAN




Venerdì 17 Luglio 2009
Piazzetta Santa Caterina (difianco all'Angolo di Vino)
Rimini, Borgo San Giuliano
ore 21

UN FIOCCO VERDE PER NEDA E VAHID

Neda, la ragazza uccisa da un miliziano mentre manifestava pacificamente insieme al padre nelle vie di Teheran, e Vahid, il giovane iraniano gay salvato in extremis dal rimpatrio forzato in Iran, sono due volti della stessa storia, dello stesso paese e dello stesso popolo che lotta per la propria libertà e per il proprio destino di democrazia. Non lasciamoli soli.

21.00
Videodocumentari
Testimonianza sull'Iran
La propaganda del regime

21.45
Diario da Teheran
parlando di Iran con Ali Izadi giornalista Iraniano e corrispondente de l'Unità

Con l'Iran nel cuore
Testimonianze di Iraniani che vivono in Italia

Iniziativa in collaborazione con:
PD - San Giuliano - Partecipare è Migliorare
Incontri nel Mediterraneo
Alan Turing- Arci Gay
Associazione Radicali Riminesi
Associazione Italia-Tibet

E se Obama avesse davvero letto Gramsci?



Sarà il caldo, saranno le vicende personali, sarà l’età, ma non ce la faccio più a vedere e sentire l’imperante retorica delle dichiarazioni a mezzo stampa e televisione dei governati a tutti i livelli. Un Paese che ha raggiunto il 118% del rapporto Pil e debito pubblico, si permette un Ministro dell’Economia che dichiara che non c’è da preoccuparsi e che siamo ormai fuori dalla crisi, cosa che peraltro va ripetendo da quando la crisi è iniziata. Un Ministro della Giustizia che dichiara che se la giustizia non funziona la colpa è dei magistrati, perché non tutte le procure sono uguali e per esempio cita Bolzano, sì dico Bolzano, per dire che lì i tempi di attesa sono molto inferiori che a Palermo nel mandare a processo gli indagati. Del resto la lezione l’ha imparata anche lui. Se qualcosa non funziona, il problema sono coloro che lavorano in quel settore. L’esempio eccellente è la scuola. la grandissima Gelmini l’ha dimostrato: se la scuola fà schifo la colpa è degli insegnanti. Non della carenza di finanziamenti, non nelle modalità di reclutamento, non della scarsità delle attrezzature e delle sedi, non del ruolo socialmente insignificante dei docenti, non di un sistema in cui mancano incentivi, ma dei docenti per l’appunto. Con la corresponsabilità degli studenti che non vogliono studiare nonostante gli appelli a farlo che ogni giorno attraverso l’esempio vengono dalla Tv e dai media con la De Filippi in testa.
Insomma in un paese che dichiara che finalmente sono tramontate le ideologie, l’ideologia vera è quella delle forze che governano che risolvono i problemi trovando i responsabili tra coloro che lavorano. Brunetta docet. Il più bello è l’introduzione del reato di clandestinità con il quale si vuole combattere l’immigrazione e con il quale si creerà solo un esercito di schiavi pronti a tutto pur di avere uno straccio di lavoro ed un letto in cui dormire.
Ma di fronte a tutto questo l’opposizione che fà? Lascio stare il leader massimo Di Pietro che invoca giustizialismo a ogni piè sospinto, il PD affronta l’elezione del segretario : a) con un regolamento che definire bizantino è un eufemismo (vedi le considerazioni di Diamanti su Repubblica e su questo blog); b) schierando due candidati che sono due ex, alla faccia del nuovo partito, in cui un nuovo tesserato non si vede neppure a pagarlo a peso d’oro. Marino è bravo ma non è credibile. Gli appartiene un solo tema e ha zero radicamento.
Su tutto il resto mi pare si taccia. Cosa vuole fare questo partito, non si sa, come lo voglia fare, non è dato sapere, con chi, ci sono vaghe ipotesi. Basta il buongoverno di alcune amministrazioni e di certe regioni? Secondo me no. Serve quello che una volta avremmo chiamato un progetto, un programma. Serve un racconto che indichi un obiettivo da raggiungere, un racconto che contenga una visione del mondo. Si è una mia fissazione ma senza, non si va da nessuna parte. Gramsci diceva che prima di vincere bisogna convincere. Obama non ha letto Gramsci, ma l’ha applicato benissimo. Non serve la ricerca del consenso basata sui sondaggi. Così vincerà sempre Berlusconi ed i suoi epigoni.
Noi dobbiamo partire dalla politica, affrontando e discutendo, studiano i problemi. La prima cosa è capire e per capire bisogna studiare, chi non ha voglia dovrebbe andare al mare…
Infine ricordarsi che fare politica non vuol dire solo amministrare per cui anche le critiche a chi amministra possono anzi sono utili e possono, anzi debbono venire dal partito e dai suoi militanti.
Il riferimento, ovviamente, è anche e forse soprattutto al livello locale.
Ma questa è un’altra storia…

Alberto Rossini

Habemus argomenti

Si, è così, la grande differenza fra noi sostenitori di Marino e quelli degli altri candidati è l'avere argomenti che ci rendano capaci di sostenere un dibattito con chiunque. L'assenza di correnti, clientele a nostro sostegno ci permette di essere liberi, di immaginare liberamente il PD che vorremmo, un partito democratico, innovativo, progressista, che si sganci finalmente dalla zavorra rappresentata, non dalla tradizione dei vecchi partiti ma, dalla degenerazione burocratica che questi hanno alimentato negli ultimi anni.E poi, a pensarci bene, siamo noi a poterci richiamare alla tradizione positiva del partito delle generazioni passate. Siamo noi a poterci considerare infatti rivoluzionari in questa società, rifiutiamo i valori di questo paese (invidualismo, razzismo, autoritarismo ecc....) ma allo stesso tempo rifiutiamo i mezzi che il partito sta utilizzando per contrapporvisi. Il messaggio di Marino è chiaro, non passa attraverso clientele e lottizzazioni, non usa capi corrente o minacce di scissioni e nemmeno fondazioni o televisioni, parte dai circoli e dai semplici tesserati e basta.Partire dai circoli rappresenta quel radicamento di cui tutti parlano ma che nessuno sembra aver intenzione di attuare rincorrendo con molto più piacere il sostegno di quei big che l'elettorato non considera più da un pezzo valori aggiunti per un partito ma solo gestori di potere.

Trigonometria




Dice l’onorevole del Pd Lanfranco Tenaglia (nella foto) che sulla giustizia il governo deve fare «una virata a 360 gradi».
E’ proprio vero che il Pd non fa opposizione...
(grazie a Pietro Speroni)

giovedì 16 luglio 2009

La lesa maesta'


Edmondo Berselli da "L’espresso" in edicola domani:

«Era un’ottima notizia che Beppe Grillo fosse candidato, con le sue maniere scandalistiche, alle primarie del Pd. (…)
Ogni posizione va portata dentro la realtà vera. Cioè va misurata. Altrimenti rimane un bluff. La candidatura di Beppe Grillo inseriva un primo elemento di verità perché ha costretto a rivelare il bizantinismo dello statuto del Pd; ne avrebbe inserito un secondo, molto più forte, perché se effettivamente colui che i telegiornali di regime chiamano «il comico genovese» avesse partecipato alle primarie di ottobre, avremmo avuto la possibilità di conoscere la sua consistenza effettiva, numerica, quantificabile, tutta al di là dell’alone mediatico dei blog, dei Vaffa Day, del facile consenso degli “indignati”. (…)
Per questo non ci si può permettere di esorcizzare Grillo come ha fatto Piero Fassino, segnalando il rischio “Helzapoppin’”. La politica è la politica, chiunque entri in campo.
Dopo di che, chi ha qualcosa da dire, ma di reale e oggettivo, parli, discuta, convinca. Altrimenti c’è solo conformismo, convenzioni, politica politicante. Grillo non avrebbe vinto le primarie, ma la sua esclusione mostra la nudità del re».

Da Piovono rane, di Alessandro Gilioli.

Ecco, io la penso proprio cosi': in politica non esiste la lesa maesta' e il confronto e' l'anima del successo, specie nel PD che vorrei.
E' da ieri che mi sento dire dal mio giro di amici: "Eh, ve la siete fatta sotto (voi PD da apparato!) all'idea che Grillo facesse le primarie...".

Vassallo vs Diamanti


Riporto questo bel botta e risposta tra Vassallo e Diamanti proprio con lo scopo di porre l'accento sul fatto che, in questo congresso c'e' in gioco, oltre a temi, argomenti e persone, un modello di PD che e' tutto tranne che condiviso.


Uno Statuto che garantisce il Pd o forse è meglio il congresso Pdl?
di SALVATORE VASSALLO

Ho letto con il consueto interesse la stroncatura di Ilvo Diamanti al partito democratico e alle sue regole interne. Sono d'accordo con l'argomento di fondo. Nel Pd non è mai veramente maturata una convinzione univoca sul modello di partito da adottare, tanto che dopo qualche (documentabile) ipocrisia, chi era contrario al "modello delle primarie" torna a dirlo apertamente. Non sono invece d'accordo sulla conclusione tranciante che Diamanti trae in merito allo specifico contenuto dello Statuto attualmente in vigore. Credo che, in questo, si accodi ad una vulgata fuorviante. Chi non sopporta le primarie dice che il processo congressuale disegnato dallo statuto è interminabile, che lo Statuto del PD è complicato, macchinoso, da cambiare se non da cancellare. Non che non siano necessari aggiustamenti. Ma tanti, proprio tanti, lo dicono senza averlo nemmeno letto, lo Statuto, e per un'unica ragione. A controprova, mi capita spesso di fare da un paio di mesi questo esperimento, con dirigenti nazionali o locali di partito. Chiedo innanzitutto se i congressi dei Ds o della Margherita prendevano meno tempo dei due mesi e mezzo (al netto di agosto) che impiegheremo a iniziare e chiudere la procedura congressuale 2009. Non ho mai ricevuto, come è ovvio, una risposta diversa. I congressi dei vecchi partiti duravano di più. Procedendo nel test, chiedo allora di indicare tre degli aspetti che secondo loro vanno cambiati, per rendere il processo più semplice. Fino ad oggi non sono riuscito a ottenere nessuna risposta precisa. In un terzo dei casi mi vengono indicate come modifiche assolutamente necessarie cose che nello statuto sono già esattamente come si dice dovrebbero essere. In un altro terzo ottengo risposte generiche. In un altro terzo si ricade nella vera questione: se a determinare la scelta del segretario e gli equilibri interni deve essere il voto dei soli iscritti (purtroppo sempre di meno, sempre più anziani, sempre più coincidenti con chi fa o vuole fare politica) o anche di tutte le persone che dichiarano d'essere elettori del PD e sono disposte a versare un contributo minimo; se sia giusto che il gruppo dirigente del Pd si faccia giudicare dall'intera platea dei suoi elettori oppure se i cittadini che votano alle primarie siano degli "invasori".
Proprio così, invasori, li ha chiamati D'Alema alla festa del PD a Roma: "le primarie per l'elezione del segretario sono una regola assurda, figlia di una concezione che ha portato la società civile a invadere, occupare il partito" (ANSA, Roma 5 luglio). Bersani aveva già espresso un'opinione simile e ora a catena i dirigenti territoriali che lo sostengono hanno perso ogni residua reticenza. La contrarietà verso le primarie di D'Alema e della dorsale organizzativa pro-Bersani non mi stupisce. Registro purtroppo che anche nella Bussola di Diamanti acquista ingiustamente credito (a mio avviso) all'idea che il meccanismo congressuale sia contorto o insensato, che sia frutto di una costruzione contraddittoria e sgangerata. Cerco di dire perché secondo me non è vero. In base allo statuto le (cosiddette) primarie, che si terranno il 25 ottobre 2009 per eleggere gli organismi nazionali e regionali, saranno precedute da una consultazione tra i soli iscritti. Nel mese di settembre i circoli si riuniranno per discutere le candidature a segretario e le connesse mozioni. Votando per una o l'altra mozione, gli iscritti nomineranno anche i loro delegati alla Convenzione nazionale che si terrà l'11 ottobre e i delegati per le Convenzioni regionali che si terranno qualche giorno prima. Questa prima fase ha tre funzioni: a) verificare che le potenziali candidature a segretario (nazionale e regionali) siano dotate di un minimo consenso tra gli iscritti, scremando le candidature credibili da quelle fittizie o inadeguate; b) consentire ai candidati a segretario e ai sostenitori delle diverse mozioni di presentare le loro proposte e confrontarle di fronte a una platea qualificata di delegati (la "convention" nazionale dell'11 ottobre e quelle regionali); c) dare modo ai sostenitori delle diverse mozioni di coordinarsi e formare le liste per le assemblee nazionale e regionali in maniera meno verticistica di quanto accadde, per forza di cose, in assenza di una base organizzativa comune, nel 2007. Alla elezione vera e propria, quella che si svolge il 25 ottobre, saranno ammessi tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 15% dei voti tra gli iscritti e comunque i primi tre, purché abbiano ottenuto almeno il 5% nella consultazione preliminare interna. Esattamente come nel 2007, il 25 ottobre, su una prima scheda si vota per liste di candidati all'Assemblea nazionale collegate alle candidature a segretario nazionale. Su una scheda distinta, si vota per le liste di candidati all'Assemblea regionale collegate alle candidature a segretario regionale. È davvero così complicato? Non mi pare. Anche se, certo, è stato più semplice lo svolgimento del congresso fondativo del PdL! C'è tutttavia un aspetto che può legittimamente generare qualche dubbio, che Diamanti rimarca nella sua Bussola. Siccome potranno accedere alle "primarie" più di due candidati alla segreteria, è possibile che nessuno di loro ottenga la maggioranza asssoluta dei delegati nell'Assemblea (il discorso vale ovviamente sia per il livello regionale che per quello nazionale). In teoria, potrebbe succedere che tre candidati ottengano ciascuno circa un terzo dei seggi. Che si fa a quel punto? Non sarebbe meglio allora limitare l'accesso all'elezione finale solo ai primi due più votati dagli iscritti? Sono dubbi che ci si è posti in fase di redazione dello Statuto. Limitando l'accesso alle "primarie" solo ai due più votati tra gli iscritti sarebbe stato escluso dalla competizione qualsiasi outsider, comprese personalità molto popolari. In ogni caso, in fase di elaborazione dello statuto i "bindiani" posero come condizione per loro irrinunciabile che fosse lasciata una chance di partecipare anche ad una terza candidatura di nicchia. Avendo accolto questa richiesta, c'erano tre alternative per chiudere il cerchio, ciascuna con un suo difetto. Una prima, apparentemente semplice, sarebbe stata quella di considerare in ogni caso eletto il candidato più votato, con il rischio di avere un segretario sostenuto da poco più di un terzo dell'Assemblea o addirittura portatore di una linea invisa ad una larga maggioranza del "parlamento" del PD. Una seconda alternativa poteva consistere nel chiamare di nuovo a votare tutti i simpatizzanti per un secondo turno di ballottaggio, ma era troppo costosa organizzativamente. Si è previsto quindi che, in caso non emerga un chiaro vincitore, ci sia un ballottaggio tra i primi due in Assemblea. Naturalmente l'Assemblea chiamata eventualmente a scegliere tra i primi due non è la "convention" eletta dagli iscritti, ma quella eletta dai simpatizzanti il 25 ottobre, in collegamento con i candidati a segretario e alle relative mozioni. Anche in caso di ballottaggio, quindi, il voto del 25 ottobre non verrà vanificato, soprattutto se i rappresentanti eletti in collegamento con il candidato arrivato terzo voteranno per quello tra i primi due con la "piattaforma" più simile alla loro. Considerando la professione accademica che condivido con Diamanti, mi permetto una chiosa finale. Anche nell'eventuale passaggio tra l'elezione del 25 ottobre e l'eventuale ballottaggio in Assemblea, per le ragioni che ho esposto, non ci sono in realtà contraddizioni tra diversi principi rappresentativi così stridenti come a prima vista potrebbe sembrare. Ad esempio in Bolivia si usa un metodo simile per l'elezione del Presidente: in assenza di un chiaro vincitore tra gli elettori (esito possibile perché al contrario che negli Usa lì non c'è un sistema bipartitico) è il "congresso" a scegliere tra i primi tre candidati più votati. Aggiungo che ci sarebbe stata una contraddizione più stridente tra principi rappresentativi se, come ad un certo punto è parso possibile nelle primarie democratiche americane, per scegliere tra Obama e la Clinton fossero risultati decisivi i superdelegati di diritto alla convention di Denver NON eletti attraverso le primarie. Ciò detto, concordo pienamente, ripeto, sull'argomento di fondo. Nel Pd ci sono idee diverse in merito al modello di partito. Io confido che nel corso della fase congressuale si parli soprattutto di altri argomenti che interessano di più gli italiani, ma credo che il nodo debba essere sciolto. Del resto i principali candidati hanno già preso una posizione abbastanza chiara e distinta sul punto. La pratica ci dirà poi ancora meglio cosa può essere migliorato. Per quello che mi riguarda, spero che nel frattempo non vinca chi vuole tornare al partito introverso ... liberandosi degli "invasori".

* L'autore dell'articolo è deputato del Pd, presidente della commissione per lo Statuto e professore di Scienza Politica e Politica Comparata all'Università di Bologna.

Salvatore Vassallo difende le procedure adottate dal PD per eleggere il segretario e gli organismi nazionali (e locali). Lo fa con passione e con argomenti tecnici ragionevoli. La sua tesi di fondo è che i diversi passaggi del percorso congressuale si tengano e possano, anzi, rispondere alla pluralità di componenti che si riferiscono al PD. Io, per quanto mi riguarda, resto dell'idea espressa nella Bussola pubblicata venerdì scorso. In modo forse aspro, ma non livoroso. Nelle Bussole, destinate all'edizione on line, uso un linguaggio più diretto. Servono a discutere e far discutere, più che a definire e a spiegare. Però ribadisco: il tracciato congressuale mi pare la somma di modelli di partito difficilmente conciliabili. Il risultato di compromessi - come riconosce lo stesso Vassallo - fra idee diverse e contrastanti di quel che il PD dovrebbe essere e diventare. Il partito di massa, neo-socialdemocratico, a cui ha sempre guardato D'Alema. Il modello americano, evocato da Veltroni. In mezzo, l'Ulivo di Prodi: anch'esso "americano", maggioritario e personalizzato. Ma "inclusivo", largo come la Dc di un tempo e l'Unione di ieri. Inoltre: non "esclusivo" come quello immaginato da Veltroni. L'insieme di questi modelli a me pare, francamente, inconciliabile. Come il confronto fra i due principali candidati, che hanno in mente modelli di partito e di strategie agli antipodi. Tuttavia, la critica espressa nella mia Bussola di qualche giorno fa non è metodologica, ma politica. Riguarda il modo in cui pare svolgersi il confronto tra i leader. Nella scelta del segretario. Di nuovo: ho l'impressione di un conflitto senza contenuti. Centrato sulle persone. Non solo quelle scese in campo, ma ancor più fra gli altri leader, che stanno dietro. Poche idee, poche parole. Il nuovo-in-sé, la "questione morale" (evocata in riferimento a un presunto "stupratore democratico". Roba da matti). Vorrei, insieme a molti altri, sentir parlare d'altro. Anzitutto: di come fare opposizione a una maggioranza di destra che ha un'identità chiara, centrata su valori e messaggi chiari. E non condivisi da molti cittadini (me compreso). Come affrontare il tema della sicurezza senza fare il verso alla Lega? (Sempre meglio l'originale). Come affrontare il tema della crisi economica senza fingere che non esista e senza usarla come uno spot? Come costruire un partito che non solo permetta, ma favorisca la selezione e il ricambio dei leader? Per gli altri, in effetti, il problema non esiste, perché sono talmente personalizzati da essere personali. Creati e riprodotti da una persona. Gruppi dirigenti compresi. Per il PD non è così. Per fortuna. Ma a condizione che riesca a porvi rimedio. Questo congresso, per le ragioni che ho indicato, mi lascia molto dubbioso (e qui uso un linguaggio fin troppo prudente). Però - e sono convinto di quanto affermo - non ce ne sarà un altro se non produrrà almeno alcuni dei risultati che ho suggerito. In particolare: un leader legittimato e autorevole, gruppi dirigenti e militanti locali rappresentativi e ascoltati. Idee. Un linguaggio democratico. Non ce ne saranno altri di congressi di un partito che in 3 anni ha cambiato 3 leader, due nomi, tre quattro modalità di organizzazione ed elezione della leadership. E ha perso un bel po' di elezioni e di elettori. Questo mi interessava sottolineare. E ribadire oggi. Non per rispondere a Vassallo (io non sono un leader democratico). Ma perché anch'io, come lui, sono interessato a che in questo paese e in questa democrazia opaca si formi un'opposizione vera. Per ora non c'è.


Ilvo Diamanti

mercoledì 15 luglio 2009

A proposito di Congresso... un invito che può essere stimolante...

Giovedì 16 Luglio
Sala degli Archi (Piazza Cavour) - Rimini
Ore 21

PRIMO INCONTRO della RETE RIMINESE
RIMINI PER MARINO


Se stai pensando di appoggiare la candidatura di Ignazio Marino, non mancare al primo incontro della RETE Riminese RIMINI PER MARINO. Ci incontreremo per confrontarci, programmare le nostre attività e per organizzarci sul territorio.

A Giovedì E PASSATE PAROLA (la rete funziona così)!

SE GIOVEDI' NON POTRAI ESSERCI MA TI INTERESSA PARTECIPARE O ESSERE INFORMATO INVIA UNA MAIL PER DIRE "IO CI SONO" A: riminipermarino@libero.it

E INTANTO VISITA IL BLOG E LASCIA UN TUO COMMENTO: http://www.riminipermarino.blogspot.com/

LO ZOCCOLO DURO

Si, concordo anch’io con Gilberto.
E’ sbagliato parlare di Bersani come conto-terzista (definizione data in un post di questo blog), di Marino o La Serracchiani come bandiera di un giovanilismo ignorante (ma qui le parole sono di D’Alema).

Ci sono – ci saranno formalmente entro il 23 luglio – proposte diverse e talora contrastanti sul PD e sui valori e le azioni prioritarie su cui dovremo misurarci.

Credo che ogni mozione porterà del suo.
Mi auguro che su questo si possa fare molta strada assieme.

Il dibattito si è sviluppato, in queste prime ore, prevalentemente sulle dinamiche interne del partito, sulla forma e sul grado di apertura che il PD deve o non deve avere. E’ un po’ autoreferenziale ma credo che sia naturale iniziare da qui.

Mi sembra, del resto, che alcuni fenomeni (sia quello della Serracchiani sia quello di Ignazio Marino e i Piombini) che incarnano un modello aperto a partecipativo di concepire il PD, abbiano uno strano appeal sulle persone.

Dico “strano” perché, pur investendo - personalmente e con convinzione - energie e tempo in questo progetto da oltre un anno e mezzo, in questo momento tutto mi verrebbe da dire fuorché “c’è ancora qualcuno davvero interessato al PD”, cioè qualcuno che da fuori (da fuori per forza, i tesserati sono - come sapete - pochissimi) ancora ci sta a guardare.
Invece: le 144.000 preferenze di Debora ne sono un segnale. Le persone che si stanno tesserando – anche nel nostro circolo – per l’appello lanciato dal Lingotto il giugno scorso sono un segnale ulteriore.

Questi segnali indicano uno “zoccolo duro” diverso dal solito: vuole contare. Uno “zoccolo duro” che - fuor di metafora - ci vota e oggi si tessera, ma che col suo voto e con la sua tessera non vuole rappresentare quel blocco compatto e sempre a disposizione, no, piuttosto un calcio, una zoccolata nel di dietro a questo PD per dargli una mossa.

Intravedo la nascita di un tentativo diffuso in diverse parti del nostro elettorato (magari in quello più “attivo” - potenziale o effettivo), nel dire “ci riprovo” a credere nel PD come principale mezzo laico e democratico per contrastare Berlusconi, “ci riprovo” a partire da quelle figure portatrici di modelli innovativi dentro il PD stesso.

E’ un tentativo ancora una volta fiducioso, anche se non so quanto poi potrà essere ricambiata questa fiducia. Ma non provarci almeno nel dibattito congressuale sarebbe – per usare un eufemismo – una sciocchezza.

A San Giuliano abbiamo spesso detto che “volare alto” significava anche promuovere (dove riusciamo con le nostre iniziative o semplicemente i nostri contatti con la gente) un cambiamento di prospettiva innanzitutto culturale nella mente politica diffusa.
Abbiamo individuato che nel partecipare e nel mettersi in gioco direttamente, nel prendere una tessera di partito per contare democraticamente come chiunque altro tesserato nelle scelte del partito stesso (dai temi più spinosi alle alleanze politiche), fosse la via più stabile per combattere la berlusconizzazione (il dirigismo e la mediaticità fine a sé stessa) del fare politico che in questi anni ha contagiato anche il centro-sinistra.

In un vecchio post Gilberto Mangianti giustamente diceva che dobbiamo tornare ad essere riconoscibili. In quel post Gilberto argomentava dell’importanza che, nelle città amministrate dal centro-sinistra, tornasse a essere chiaro - anche per il semplice visitatore - il fatto che quelle città fossero amministrate dal centro-sinistra e non da altri: che ci fosse cioè un’evidenza nel dna della qualità urbana, culturale, della vita di ogni giorno, che potesse dimostrare in maniera lampante – anche al più distratto turista - una chiara impostazione inequivocabile di stampo politico-amministrativo.

Se questo vale per le città e le loro amministrazioni, deve valere anche per la vita e l’organizzazione del Partito Democratico. Deve essere inequivocabile al “visitatore” che ci guarda di che pasta democratica siamo fatti. Di quale e quanta trasparenza e partecipazione siamo in grado di spendere davvero a partire dal nostro interno.

E’ un tema autoreferenziale, ma come si può vedere, in modo sorprendente, torna a interessare molta parte di quella cittadinanza attiva che è stata la base e la nascita del PD. Il PD che su tante questioni non ha mai scelto (o che ha scelto per volere di pochi, perchè non si è voluto affidare, al suo interno, a quei processi democratici e di sintesi di cui si faceva portatore) è stato il nostro più grosso tallone d'Achille.

Rendere il PD più competitivo, più attraente, più deciso perchè capace di scelgliere e di aprirsi ai processi democratici, è un tema imprescindibile: dare una risposta a questo nuovo “zoccolo duro” - e farlo ad ogni livello - sarà fondamentale, perché i tanti che ancora ci guardano alla fine del congresso vorranno sapere chiaramente, anche al nostro interno, di che pasta democratica saremo fatti.

martedì 14 luglio 2009

Sei solo la copia di mille riassunti


Riportiamo una bella (e breve) considerazione di Luca Sofri su come sia, questo periodo, un periodo di fermento (la dico grossa...) generazionale. Era talmente tanto tempo che i "giovani" non erano protagonisti sulla scena poltica (vivaiddio quella del PD) che sono stati presi un po' tutti in contropiede. Ma va bene cosi'...


Da chi venga il tentativo di dividere le nuove generazioni del PD è abbastanza evidente: dalle vecchie generazioni del PD. Pierluigi Bersani in particolare da tempo insiste sui “giovani buoni” da distinguere dai “giovani cattivi”, avendo come criterio di bontà il fatto che stiano con lui. Oggi ci torna, con l’aiuto di Repubblica, che pretende di disegnare una folla di suoi giovani “veri” in rivolta contro quelli meno veri. Ma nell’articolo la prima citata è Emma Squillaci, cara amica di diversi dei piombini che hanno avuto a cuore la sua campagna elettorale a Cassina de’ Pecchi, e che era al Lingotto. Com’era al Lingotto e a Piombino Debora Serracchiani, che sta lavorando con Franceschini, cosa che conforta i piombini rispetto alla altrimenti meno attraente campagna di Franceschini. Com’erano al Lingotto Federica Mogherini, deputato, nella segreteria di Franceschini, e Andrea Orlando, deputato, che credo sostenga Bersani, e con cui i piombini hanno solidali intese e conversazioni. E nelle distanze di opinione, io sarei molto contento che il dalemismo fosse tolto a D’Alema e consegnato ai suoi più giovani tedofori. Farebbe bene a tutti.Se c’è qualcuno che sta lavorando al rinnovamento e al ricambio generazionale sono quindi le generazioni dei trenta-quarantenni, con rispetto e solidarietà reciproci e comuni intenti (poi qualcuno più pirla c’è sempre, in ogni generazione). Chi va dicendo che i giovani buoni sono solo i suoi, non si spacci per rinnovatore: ha evidentemente altri piani e altri linguaggi.

lunedì 13 luglio 2009

Non cadiamo nella trappola


Si arricchiscono le riflessioni attorno al congresso. Gilberto Mangianti ci manda la riflessione che segue e che volentieri pubblichiamo.


Il dibattito congressuale nel PD e' appena iniziato e siamo in quella fase in cui e' ancora possibile coltivare la speranza (o l'illusione, a seconda dei punti di vista) che sia un confronto alto,proficuo e polifonico per rilanciare la sfida al centro destra per il governo dell'Italia.
Certo, non sono nato ieri,e so gia' che fra un po' partiranno (sono gia' partite) le manovre oblique,gli sgambetti e i colpi bassi,gli opportunisti valuteranno dove schierarsi in base alle possibilta' di carriera personale, l'idealita', di malferma salute negli ultimi anni,cedera' il posto alla spartizione delle poltrone ma chi vuole rinnovare la politica (e sono in tanti nei circoli e fra i cittadini) deve tenersi al di sopra di queste miserie perche' altrimenti questi mezzi finiranno per offuscare i fini. Per questo trovo politicamente sbagliato che sul blog del PD di S.Giuliano si definisca Bersani “candidato conto terzista (per conto di D'Alema) e candidato di apparato”.
Lo so che mi si puo' rispondere con qualche fondamento che si tratta di legittima difesa ma se anche noi cadiamo nella trappola di farci coinvolgere in queste risse sapete cosa succedera'? Altri si sentiranno legittimati a definire Marino il candidato dei nuovisti ignoranti (gia' sentito!) o a definire Franceschini (e la Serracchiani) i burattini di Veltroni, il dibattito si concentrera' tutto sulle persone, ciascuno schieramento si radicalizzera' e si compattera' senza confrontarsi con gli altri, tutto si risolvera' in una spartizione di poltrone: in definitiva si fara' un favore a quei potentati che a Roma e in periferia vogliono un cambiamento di facciata per potere continuare a esercitare il loro potere gattopardesco.
Non cadiamo in questa trappola: abbiamo tre candidati (per il momento) moralmente integri che esprimono posizioni diverse con elementi stimolanti,facciamo in modo di fare lievitare un confronto politicamente e culturalmente alto, senza cristallizzazioni e confini pre-stabiliti, con posizioni chiare e conta finale.L'importante e' avere sempre presente con lucidita' l'obiettivo finale:un partito laico e democratico (non solo di nome), con una classe dirigente profondamente rinnovata e una politica riformatrice che sia vista dagli Italiani come una credibile alternativa al centrodestra.
Rimini 08/07/09 Gilberto Mangianti

sabato 11 luglio 2009

Una squadra fortissimi



Dal blog di Francesco Costa:
Antonio Bassolino sostiene “senza se e senza ma” Pierluigi Bersani.
Ci sara' un perche'...

venerdì 10 luglio 2009

La scelta



Come altri membri circolo PD di San Giuliano voglio contribuire al dibattito congressuale. Ovviamente lo faccio a titolo personale.
La natura del PD non può non essere quella di darsi il fine ultimo della governabilità e di darselo in quanto partito guida di uno schieramento, spingendosi fino al limite del bipartitismo. Un partito che non ambisca a ciò non è il mio partito.
Il risvolto politico di quanto sopra, che vorrei fosse una convinzione condivisa da tutto il partito, porta con sé la necessità di un allargamento delle base del partito, di una penetrazione nella società che non lasci il campo ai sacerdoti del “partito liquido”, di un partito leaderistico o meramente mediatico. Leader e rapporti mediatici dovranno essere funzionali all’obiettivo, non viceversa.

Questo, e pochi altri, sono temi da congresso. Chi continua a brandire la “necessità di argomentare piuttosto che discutere di leader” finge di non capire come la prossima segreteria avrà un compito molto gravoso se vuole percorrere la strada della crescita politica ed elettorale del PD.
Il tema della natura del partito che vogliamo è IL tema.

Porsi l’obiettivo di intercettare interi segmenti della società che, volontariamente o gioco forza, sono esclusi dall’elettorato del PD dovrà essere la stella polare della nuova segreteria. I tanti (troppi) elettori che a giugno hanno votato PD turandosi il naso non dovranno avere la sensazione che ancora una volta hanno sprecato il loro voto. L’astensionismo di sinistra (e stiamo parlando di un buon 10%) è una dannazione che non è inattaccabile, non è un problema irrisolvibile, non è una contingenza storica, è un problema che tutti i partiti popolari e socialisti (le ultime europee hanno evidenziato questo dato in tutta Europa) dovranno affrontare.

Il leader che andiamo a eleggere dovrà incarnare questo tema.
Inutile pensare che un volto noto, connotato come “uno dei soliti”, possa anche essere identificato come l’uomo nuovo, come l’uomo della svolta, del partito che vuole crescere in politica e in consensi. L’ineludibile fattore mediatico, la necessità di una riconoscibilità popolare non è prescindibile.
Debora Serracchiani è stato uno pochissimi dati positivi delle ultime elezioni europee. Lo è stata per il modo in cui la sua notorietà è esplosa (al di fuori dei circuiti televisivi, o almeno solo in un secondo tempo), per le sue argomentazioni (che gran parte degli elettori condividono e che il successo alle elezioni europee hanno clamorosamente confermato) e per il fatto che, almeno sulla scena nazionale, è nuova. E ricordiamocelo bene tutti, la sua credibilità risiede prima di tutto in questo sua essere, a torto o a ragione, nuova.
Che è come dire che tutti i soliti noti, dai candidati Bersani e Franceschini, da D’Alema a Fassino, da Rutelli a Rosy Bindi fino a Veltroni, proprio per essere il gruppo dirigente che ha portato il PD a essere un partito che ha tirato un sospiro di sollievo per aver perso “solo” il 10% (più o meno), non sono credibili. (Questi sono giudizi politici, non tecnici. Che Bersani sia stato il miglior ministro dell’ultimo governo Prodi o che Rosy Bindi sia stata la migliore ministro della sanità della storia della Repubblica poco importa).
L’ulteriore aggravante alla eventuale scalata alla segreteria di uno qualsiasi dei suddetti sta nel dito puntato verso il gruppo dirigente del PD dai tanti elettori che lo accusano senza sconti di autoreferenzialità, di essere sempre più corresponsabili del solco che si sta allargando giorno dopo giorno tra governo e cittadini, tra amministratori e amministrati. In particolare va detto che la mozione sviluppata attorno a Bersani (candidato conto-terzi, per D’Alema) sta raccogliendo consensi bulgari tra le fila degli amministratori locali, in particolare in Emilia Romagna (con Rimini in prima fila). Che si tratti di scelte di campo tutt’altro che politiche, ma che siano semplicemente opportunistiche scelte a tutela della propria (piccola, spesso piccolissima) carriera è qualcosa di più di un sospetto.
L’unico volto in grado di incarnare quello “spirito delle primarie” dei tempi della fondazione del PD è Debora Serracchiani. E di questi ne sono ben più che coscienti tutti quei grigi politici ( o sedicenti tali, và…) del sottobosco PD che da anni (da quando erano DS o Margherita), senza merito alcuno, ma solo per fedeltà al piccolo leader di corrente, pretenderebbero un posticino al sole e si vedono invece improvvisamente sorpassare dalla ventata di freschezza di Debora Serracchiani.

Come vedete, le mie considerazioni sono tutt’altro che leaderistiche, nonostante si stia ragionando su quale mozione appoggiare in termini di congresso nazionale. Il punto resta il tentativo di far sì che nuovi strati di popolazioni identifichino il PD come qualcosa di vicino, qualcosa in cui poter sperare con un certo entusiasmo. Dovrà quindi essere percepito necessariamente come nuovo.

Appoggerò quindi la mozione di Dario Franceschini nella concreta speranza che il suo sodalizio politico con Debora Serracchiani sia fautore di un processo politico che si porrà il traguardo di un partito che vuole crescere sul territorio e non solo nelle giunte, che voglia radicarsi e voglia dare spazio a quei talenti che, come Debora, non si sono appiattiti in coda alla claque di una corrente o dell’altra, ma l’hanno sfidata.

Infine due parole su Ignazio Marino e i piombini. La loro è la vera novità di questo congresso e spero che in quanto tale sappia ritagliarsi uno spazio importante, ciononostante vedo nella scarsa notorietà di Marino il limite alle possibilità di allargare il campo di gioco, di far sì che in tanti si identifichino con lui. Non so quanti e quali strati, soprattutto popolari, potrà intercettare Marino, anche se le argomentazioni e le persone che ha saputo aggregare attorno a sé sono di davvero di grande qualità.
Un progetto di radicamento sul territorio difficilmente si innescherà senza quella consacrazione, anche mediatica, che, in modo del tutto inatteso, ha portato sulla ribalta nazionale Debora Serracchiani, unico motivo della mia adesione alla mozione di Dario Franceschini.
Rossano Lambertini

A MODEST PROPOSAL: MARINO DI RAVENNA

giovedì 9 luglio 2009

IL PARTITO DEMOCRATICO CHE VORREMMO





“Laicista integralista”, dice Piero Fassino, ex segretario DS, di Ignazio Marino: un insulto vero. E’ così che considera l’uomo, col conseguente giudizio di qualità, la politica partitocratica di sinistra, di destra, di fondamentalismo religioso cattolico.
Sono tutti d’accordo nella pregiudiziale suddetta (forse perché non appartiene alla “casta”?) sul politico-medico, terzo incomodo quale candidato al vertice del PD. Di quel partito “nuovo”, si fa per dire, che, tentando di proporre un mero copia-incolla di nomenclatura diessina e margheritina (tollerando per immagine, e non per sostanza, qualche newentry varia ed eventuale tra le sue fila) ha deluso le aspettative di molti tra i suoi sostenitori ed elettori.
Per un osservatore laico del faticoso e un po’ sconclusionato iter per la definizione d’identità del Partito Democratico, in vista del suo congresso, è davvero inquietante questa definizione di Piero Fassino. Così come è preoccupante la ricerca di consenso a tutti i costi del PD tra i moderati, loro sì spesso cattolici intransigenti sulla morale altrui per quanto perdonisti (spesso) sulla propria.
Dove sta la differenza politica sostanziale (non d’immagine e stile, quella è soprattutto dettata dai comportamenti del premier) tra i due schieramenti contrapposti: maggioranza e minoranza, destra e sinistra?
Per fortuna esistono i laici anche tra i cattolici (è proprio così che Ignazio Marino si definisce): cattolico-laico. Persone che in quanto elette dal Popolo italiano (tutto) a rappresentarlo, esprimono la necessità di compiere scelte politiche non di parte (né per interesse consociativo, né di appartenenza fideistica). Anche e soprattutto essendo alla guida di un partito “laico” per definizione, indipendente da ciascuna fede religiosa perché rivolto a tutti i cittadini con equità e uguaglianza (democratico, appunto). In un paese, l’Italia (da prova provata) ultimo al mondo per indipendenza dal Vaticano.
Molti tra noi, non integralisti su nulla, s’interrogano: il Partito Democratico che vorremmo, potrebbe forse essere quello che esprime un segretario come Ignazio Marino?

Manuela Fabbri