domenica 28 febbraio 2010

ARGOMENTI DA DIBATTERE


Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Cari amici dei circoli PD,

Manuela Fabbri ha promosso incontri presso il nostro Circolo, ponendo un forte accento critico sui “parcheggi selvaggi” davanti al Duomo, e non solo. Penso che l'iniziativa sia condivisibile e meritoria. Per molte ragioni. Ma, soprattutto, perchè ha il pregio di indicare la via maestra al nostro attivismo partecipativo e propositivo.. Che non è certamente quello di tacitare i grandi e complessi temi dell'odierno vivere nella società nazionale e mondiale, ma di occuparsi , però, in via prioritaria e prevalente, dei problemi concreti, piccoli e meno piccoli, che assillano il territorio in cui viviamo e che tutti noi ben conosciamo. Insomma, credo fermamente che, a partire dalla denuncia di Manuela, numerosi siano gli argomenti di dibattito da mettere in lista, chiamando all'opera – al fine di trovare soluzioni pertinenti – gli amministratori locali, gli organi di decisione e orientamento culturale del PD, l'intera cittadinanza.

Per quanto personalmente mi riguarda, molte sono le voci che amerei vedere incluse in elenco: a partire da quelle relative ai tanti motivi di degrado del centro storico e delle periferie, più volte ricordati in precedenti occasioni. Ma è un ulteriore argomento che adesso vorrei proporre all'ordine del giorno: quello riguardante lo stato penoso del verde cittadino, ivi incluso il verde delle aree marine.

Nel dicembre del 2008, il Maestro Claudio Abbado subordinava il proprio ritorno alla Scala al conseguimento di un cachet “in natura”: la piantagione a Milano di 90.000 alberi. La richiesta – come noto – ebbe grande eco sulla stampa nazionale, incontrando l'entusiastico consenso dell'Architetto Renzo Piano . E oggi essa comincia a realizzarsi, mobilitando l'adesione dei privati cittadini, pronti ad “adottare” le nuove piante da collocare nelle vie e piazze milanesi (compresa Piazza Duomo).

Superfluo commentare che l'iniziativa Abbado mi ha aperto il cuore alla speranza: perchè non realizzarla anche nella nostra città? E, d'altronde: come non vedere che la “svolta” verde avrebbe un impatto favorevole non solo sull'estetica e sulla salubrità dell'ambiente cittadino, ma pure sulla qualità dell'offerta turistica di Rimini, non poco deprezzata dalla prolungata fama di “divertimentificio” e “riminizzazione”?

Mi piacerebbe che l'attesa e auspicabile “svolta” prendesse avvìo dai circoli PD. Ecco perchè mi permetto di rivolgere un pressante appello agli amici di Marina Centro e di S.Giuliano, affinchè il tema in questione sia sottoposto al dibattito dei notri tesserati.

Magda Succi, Rimini, 19 febbraio 2010

sabato 27 febbraio 2010

Switch off, Red TV


«Questa è l’ultima settimana di lavoro a Red Tv, dalla prossima settimana tutti i lavoratori del canale satellitare figlio di Nessuno Tv saranno in cassa integrazione, resterà acceso pro forma solo il segnale.
Penso ai miei tredici colleghi assunti a tempo indeterminato, ma soprattutto ai quattro a tempo determinato già espulsi dal ciclo produttivo a gennaio e privi anche di strumenti di tutela. Si rincorrono progetti per una possibile riapertura più in là nel tempo, ma non ci spero granché. Meglio attrezzarsi per fare altro.
La responsabilità di questa chiusura? Certamente di Giulio Tremonti e dei suoi tagli al fondo sull’editoria. Ma qualcuno mi deve ancora spiegare perche Red Tv, la tv di Massimo D’Alema, sia l’unica delle testate coinvolte dal taglio a mandare subito i suoi dipendenti in cassa integrazione. Anche qui una spiegazione tecnica c’è: gli “imprenditori” che in questi anni hanno lavorato sul meccanismo fondi pubblici-anticipazione bancarie per via del diritto soggettivo, in assenza di tale diritto non vogliono mettere a rischio dei denari loro per tenere in vita e in efficienza il canale. E allora, via alla cassa integrazione, pagata da Pantalone. A mio avviso, un errore strategico. Ma in linea con quanto accaduto negli ultimi tempi.
Da quando, cioè, poco più di un anno fa Massimo D’Alema volle far vedere a Walter Veltroni che era più bravo di lui pure sul suo terreno e così si prese Nessuno Tv, una giovane e brillante e incasinata televisione che si occupava di politica sul canale 890 di Sky. Se la prese senza cacciare un euro, ovviamente: solo garantendo “copertura politica” e inviando una serie di personaggi che lavorarono con noi gratis per qualche mese, capitanati da Lucia Annunziata. Con la promessa della “copertura politica” (finalizzata ovviamente all’ottenimento dei fondi) D’Alema si prese due membri del consiglio d’amministrazione, cambiò il nome al canale, a giugno ottenne la sostituzione del direttore: Claudio Caprara, dalemiano sì ma poco ortodosso, venne ringraziato e al suo posto arrivò Francesco Cundari. “Direttore” assolutamente osservante, imitazione vivente del Capo che venera, fratello di latte di Matteo Orfini, consigliere d’amministrazione di Red Tv oltre che membro della “segreteria dei segretari” del Pd con delega all’informazione. Cundari, per sua stessa ammissione, di tv capisce zero, non ha un curriculum particolarmente brillante: fa fatica a scuola, bocciato all’esame da giornalista, laurea manco a parlarne, ma questo è un punto d’onore per i dalemiani, il Capo non s’è laureato dunque manco loro.
Da Piovono rane

venerdì 26 febbraio 2010





























Insisto sulla normalità come fattore rivoluzionario
di Grazia Nardi



Mai più far finta di essere uomini o come gli uomini è il sottotitolo ma in realtà il tema centrale affrontato dai tre circoli che hanno invitato Nadia Urbinati e Concita De Gregorio domani sera allo Spazio Duomo…. È una vecchia storia di quando per esprimere un apprezzamento (non certo sul fisico dove i parametri erano e sono altri) si diceva “è brava come un uomo”… poi progredendo siamo passati a “è più brava di un uomo”… per arrivare a “ha due palle così”. Più le capacità venivano riconosciute, pardon, ammesse, più aumentava l’identificazione maschile.

Ed il “valore” si riferiva ad un dinamismo inconsueto dove la diversità non era data dall’essere donna (quella era una diversità corteggiata) ma dal voler rifuggire dal cliché della donna di casa, dei lavori da donna….e perché no?dagli assessorati da donna….per anni (e non è che sia cambiata troppo) le assessore erano delegate ai servizi sociali massimo scuola…all’estremo alla cultura ma difficilmente all’urbanistica (e non solo per le competenze ma perché lì c’era da gestire una realtà complessa… da uomini.. ) e questo anche nei partiti della sinistra. Persino il fisico seguiva lo stereotipo: taglio corto di capelli, pantaloni fissi, voce rauca da fumo.

E’ cambiato qualcosa? Forse nella forma, la femminilità non è più in antitesti con “le palle” ma nella sostanza siamo ancora lì, nel dover “dimostrare” quello che, invece, è connaturato alla natura della persona ed alla sua dignità e, nel caso delle donne, alla loro storia sociale ed individuale, fatta di lotte storiche e giornaliere, di sopportazione e riscatto, di quelle che, a differenza degli uomini, non possono permettersi di fare una cosa per poterla fare bene ma devono saper “conciliare”. Siamo diverse anche per questo, come dire: abbiamo una gavetta atavica che ci consente di archiviare ragionamenti, idee, sentimenti come dei files che al momento opportuno ritornano in azione, conciliando, appunto, la vita individuale con quella sociale.

E allora per non essere relegate nel recinto delle donne che parlano alle donne quando non delle donne che si parlano addosso, con un atteggiamento che, tra il saccente e l’anacronistico, assomiglia ad una divisa, s’imboccano le scorciatoie.

Che non sono solo quelle che ci vedono dentro il sistema sesso/affari/politica o nelle vesti delle “emancipate di destra” che, per distinguersi, negano le proprie prerogative come fossero controfigure di sé stesse. Le vie brevi arrivano anche ai Partiti, PD compreso, dove il gioco ( leggi schema dei maschi che governano le sorti) si regge ma non si vince, dove si oscilla tra “la solita contestatrice femminista” e la funzione materna usata come mediazione. E quel che è peggio capita di registrare che le sedicenti “arrivate” marchino “il territorio” come spazio privato, privilegiato da difendere da “attacchi” esterni, alla faccia della solidarietà femminile!

Vogliamo invece dare contenuto a “la prospettiva di genere”? a le “pari opportunità” che vengono prima del merito? Ai diritti che devono essere oggettivamente riconosciti, alla dignità che va rivendicata anche a costo della ribellione ad ogni sopruso di si cui è vittime o cui si assiste.

Se ci siamo guadagnate la stima dei colleghi, dei vicini, degli amici e compagni di partito.. usiamola in ogni momento, in ogni situazione, questa è una normalità che va riaffermata e che tutte (tutti) possono capire.

L'ideologia del fare


Per chi si fosse perso ILVO DIAMANTI domenica scorsa su repubblica.

È l'era del "fare". I fatti contrapposti alle parole. Quelli che "fanno" opposti a quelli che "dicono". E perdono tempo a discutere, controllare, verificare. È un argomento caro al premier. Ripreso, in questi giorni, con particolare insistenza per replicare alle polemiche. Polemiche sollevate dalle inchieste della magistratura sull'opera della Protezione civile, in Abruzzo dopo il terremoto e alla Maddalena, in vista del G8 (in seguito spostato a L'Aquila). E, ancor più, contro le critiche al progetto di trasformare la Protezione civile in Spa per meglio affrontare ogni emergenza. Allargando il campo dell'emergenza fino a comprendere ogni evento speciale e straordinario. Per visibilità e risorse investite. Oltre alle celebrazioni del 150enario dell'Unità d'Italia: i giochi del Mediterraneo e i Mondiali di nuoto; l'Anno giubilare paolino, l'esposizione delle spoglie di San Giuseppe da Cupertino, e i viaggi del Papa in provincia (perché non quelli del presidente della Repubblica e del premier?). Insomma, tutto quanto fa spettacolo e richiede grandi quantità di mezzi. Affidato alla logica della "corsia preferenziale", superando i vincoli imposti dalle regole, dalle procedure. Dagli organismi di controllo istituzionali. Per sottrarsi ai tempi e alle fatiche della democrazia. Che spesso delude i cittadini. E impedisce al governo di produrre risultati da esibire, come misura dell'efficacia della propria azione. La mitologia del "fare" è alla radice del successo politico di Silvio Berlusconi. Il sogno italiano. L'imprenditore che si è "fatto" da sé. Dal nulla ha costruito un impero. In diversi settori. Da quello immobiliare a quello editoriale. A quello mediatico. Anche nello sport, ovviamente. Ha sempre vinto. Dovunque. E ha imparato che, se vuoi "fare", le regole, le leggi e, peggio ancora, i controlli a volte sono un impedimento. I giudici e i magistrati, per questo, possono rappresentare un ostacolo. Perché non sono interessati ai risultati, ma alle procedure. Alla legittimità e non alla produttività. Anche se nell'era di Tangentopoli i giudici erano celebrati da tutti (o quasi). Tuttavia, allora apparivano non i garanti della giustizia, ma i "giustizieri" di una democrazia malata. Bloccata e soprattutto improduttiva. Ostile ai cittadini e agli imprenditori. Sul mito del "fare" si basa l'affermazione del politico-imprenditore alla guida di un partito-impresa, che gestisce la politica come marketing e promette di governare il paese come un'azienda. Anzi: di guidare l'azienda-paese. In aperta polemica con il professionista politico e il partito di apparato. Si delinea, così, un modello neo-presidenziale di fatto. Realizzato su basi pragmatiche ed economiche. Quindi, molto più libero da regole e controlli rispetto ai sistemi presidenziali e semi-presidenziali effettivamente vigenti nelle democrazie occidentali. L'evoluzione della Protezione civile è coerente con questo modello. Ne è il prodotto di bandiera, ma anche il modello esemplare. In fondo, Bertolaso anticipa e mostra quel che Berlusconi vorrebbe diventare (e costruire). È il suo Avatar. Affronta emergenze "visibili" e produce per questo risultati "visibili". In tempi rapidi. Puntualmente riprodotti dai media. Napoli. Sepolta dall'immondizia. L'Aquila devastata. Poi, arriva Bertolaso. L'immondizia scompare. Le prime case vengono consegnate a tempo di record. Sotto i riflettori dei media. Che narrano il dolore, l'emozione. E i successi conseguiti dal premier-imprenditore attraverso il suo Avatar. Aggirando vincoli e procedure. Perché nelle calamità, come in guerra, vige lo Stato di emergenza, che non rispetta i tempi della democrazia e della politica. Da ciò la tentazione di estendere i confini dell'emergenza fino a comprendere i "grandi eventi". Cioè: tutto quel che mobilita grandi investimenti, grandi emozioni e grande attenzione. La Protezione civile diventa, così, modello e laboratorio per governare l'Italia come un'azienda. Dove il presidente-imprenditore può agire e decidere "in deroga" alle regole e alle norme. Perché lo richiede questo Stato (di emergenza diffusa e perenne). Dove il consenso popolare è misurato dai sondaggi. Dove, per (di) mostrare i "fatti", invece che al Parlamento ci si rivolge direttamente ai cittadini. O meglio, al "pubblico". Attraverso la tivù. Dove anche la corruzione diventa sopportabile. Meno "scandalosa", quando urge "fare" - e in fretta. Di fronte a questa prospettiva - o forse: deriva - ci limitiamo a due osservazioniLa prima: la democrazia rappresentativa non si può separare dalle regole. Perché la democrazia, ha sottolineato Bobbio, è un "metodo per prendere decisioni collettive". Dove le procedure e le regole sono importanti quanto i risultati. Perché garantiscono dagli eccessi, dalle distorsioni, dalle degenerazioni. Come rammenta Montesquieu (nel 1748): "ogni uomo di potere è indotto ad abusarne. Per cui bisogna limitarne la virtù". Bilanciandone il potere con altri poteri. Perché, aggiunge un altro padre del pensiero liberale, Benjamin Constant (nel 1829): "ogni buona costituzione è un atto di sfiducia". Nella natura umana e del potere. La seconda osservazione riguarda il fondamento del "fare", cui si appella il premier. In effetti, coincide con il "dire". Meglio ancora: con l'apparire. Perché i "fatti" - a cui si appella Berlusconi - esistono in quanto "immagini". Proposte oppure nascoste dai media. Secondo necessità. Come i "dati" dell'economia e del lavoro. Come i disoccupati o i cassintegrati e i morti sul lavoro. Che appaiono e - preferibilmente - scompaiono sui media. A tele-comando. Perché il pessimismo e la sfiducia minano la fiducia dei consumatori e dei cittadini. Meglio: del cittadino-consumatore. O viceversa. È la retorica del "fare". Narrazione e al tempo stesso ideologia di successo. Per costruire e proteggere l'Italia S.p.a.

giovedì 25 febbraio 2010

MA IL TELEVOTO NON È LA DEMOCRAZIA DEL NUOVO MILLENNIO


di Riccardo Puglisi 23.02.2010

Finito Sanremo, restano le polemiche sul televoto, indicato come procedura democratica di espressione della volontà popolare. Ma è corretto nutrire più di un dubbio in proposito. Per almeno tre ragioni. Non è rappresentativo, con questo sistema i soldi votano due volte, funziona bene dal punto di vista dello spettacolo, ma manca di trasparenza. Anche nelle elezioni politiche i contributi in denaro finanziano le campagne elettorali, però il voto dei cittadini resta libero, unico e non direttamente costoso in termini monetari.

I finalisti del Festival di Sanremo, da internet.

Per chi avesse voglia di farlo, il festival di Sanremo di quest'anno sarà senz'altro ricordato per il gesto artigianal-pirotecnico degli orchestrali, che hanno appallottolato e gettato sul palco gli spartiti in segno di protesta contro il sovvertimento delle loro preferenze da parte del famigerato “televoto”. Le polemiche, non solo degli orchestrali, si sono naturalmente focalizzate sull’ammissione alla terna dei finalisti della canzone monarchico-patriottico-tenorile di Pupo, Emanuele Filiberto e Canonici, e sulla vittoria per il secondo anno consecutivo di un cantante proveniente dal programma Amici. IL POPOLO SOVRANO A parte i giudizi di carattere musicale, gli italiani si sono messi a discutere animatamente sul contenuto democratico del televoto, come procedura di decisione che permetterebbe alla volontà popolare di emergere. La stessa Antonella Clerici si è espressa in termini perentori a proposito della questione, sovrastando i fischi del pubblico con la seguente massima: “Il popolo sovrano ha scelto i suoi tre finalisti”. Le dirette televisive dal teatro Ariston non sono fatte per le riflessioni filosofico-politiche, ma è giusto nutrire qualche dubbio sul televoto come procedura democratica di espressione della volontà popolare.Nell’attesa che anche il commissario tecnico della Nazionale di calcio venga eletto direttamente dal popolo, metto insieme qui tre riflessioni sul meccanismo del televoto. IL TELEVOTO NON È RAPPRESENTATIVO Soltanto per caso il televoto potrebbe essere rappresentativo dell’opinione degli italiani in campo musicale, o in qualsiasi altro campo. Non si tratta infatti di un sondaggio, basato sul principio di raccogliere le opinioni di un gruppo che “assomiglia” alla popolazione nel suo complesso, ma di un meccanismo in cui si sceglie di partecipare, telefonando o mandando un sms. Si potrebbe obiettare che anche le elezioni politiche non sono rappresentative, in quanto i cittadini decidono autonomamente se andare a votare. E in effetti il gruppo di chi va a votare alle elezioni politiche è sistematicamente diverso dal gruppo di chi non va, ad esempio banalmente è più interessato alla politica rispetto a chi resta a casa. Ma il televoto – a differenza del voto vero e proprio – è direttamente costoso in termini monetari e permette di votare ripetutamente: nel caso di Sanremo cinque volte per ogni utenza telefonica e per ogni tornata di voto. CON IL TELEVOTO IL DENARO VOTA DUE VOLTE Il televoto costituisce il terreno ideale per piccoli gruppi organizzati che sono disposti a spendere tempo e denaro per sostenere un certo concorrente. Ciò può dare spazio a facili manipolazioni. L’anno scorso nella trasmissione Striscia la notizia il manager Lele Mora ha confessato di avere investito 25mila euro per sostenere Walter Nudo nei televoti inerenti l’Isola dei Famosi. Un investimento dal punto di vista di Mora, in quanto manager di Walter Nudo. Ma in questo modo il denaro vota due volte: da una parte finanzia il battage pubblicitario a favore di un artista, e dall’altra foraggia il televoto. Anche nelle elezioni politiche i contributi in denaro finanziano le campagne elettorali, ma il voto dei cittadini resta libero, unico e non direttamente costoso in termini monetari. IL TELEVOTO È TELEGENICO A parte i ricavi monetari che ne derivano, il televoto ha l’indubbio vantaggio per chi lo organizza di essere telegenico, ovvero adatto a essere rappresentato in televisione. Un sondaggio rappresentativo della popolazione sarà forse più equo, ma rischia di essere più noioso, in quanto il cittadino potrebbe essere poco interessato a quello che in media pensano i suoi concittadini. Il televoto mobilizza invece le fazioni, e la fazione che a un certo punto è perdente ha l’incentivo a organizzarsi meglio per il prossimo televoto. E nel caso in questione coloro che hanno tele-votato per Pupo, Emanuele Filiberto e Canonici potrebbero essersi mobilitati esattamente a motivo dei fischi partiti dalla platea dell’Ariston. A conti fatti, il televoto funziona bene dal punto di vista mediatico perché ha la dinamicità di una gara sportiva combattuta. Ma se vogliamo metterla dal punto di vista dello spettacolo – e vogliamo dimenticarci delle riflessioni precedenti – perché mai non mostrare in tempo reale il numero di persone che votano per i diversi cantanti? La trasparenza può fare spettacolo.

mercoledì 24 febbraio 2010

Bersani 2.0, ovvero al secondo tentativo con il popolo viola

Ci ha messo un po’ – diciamo un tre mesi – ma alla fine ha capito che non si stava imbucando. Noi la striscia viola l'abbiamo inserita motu proprio gia' tempo...

martedì 23 febbraio 2010

Primo Marzo: il Pd aderisce


L'avevamo auspicato qualche settimana fa, con un appello pubblicato da l'Unità. Oggi ha risposto Livia Turco, responsabile del Forum Immigrazione del Pd, inviando un messaggio alle promotrici dell'iniziativa.


Carissime,vi ringrazio per per aver avuto il coraggio, l'intelligenza e l'entusiasmo di lanciare un sasso capace di smuovere le acque e di suscitare tanti cerchi e tante onde. Le acque, i cerchi, le onde della partecipazione, della volontà di esserci insieme, Italiani e nuovi Italiani, Italiani e nuovi cittadini. Per costruire una civile convivenza. Per urlare insieme "No al Razzismo, sì alla civile convivenza". C'è bisogno di fiducia, di protagonismo, di relazioni umane. C'è bisogno di obiettivi concreti e condivisi per cambiare le brutte leggi sull'immigrazione e migliorare la qualità della vita di tutti coloro che soffrono la precarietà, che vivono la disoccupazione, che patiscono la povertà. C'è bisogno di unità e convergenza per difendere la nostra democrazia e renderla più forte. Io sarò con voi il Primo Marzo. Saremo in tanti del Pd con voi. Daremo il nostro contributo a questa giornata della partecipazione e perchè nasca una primavera della civile convivenza. Faremo la nostra parte in Parlamento, nelle Istituzioni locali e sul territorio per difendere e promuovere la dignità degli immigrati, favorire la loro partecipazione politica, favorire l'incontro tra Italiani ed immigrati. Ancora una volta, grazie! Con amicizia.

Livia Turco

Le promotrici rispondono, attraverso Stefania Ragusa.

Le parole e l'incoraggiamento che ci arrivano da Livia Turco ci fanno grande piacere e confermano ancora di più la nostra convinzione che i tempi sono maturi per un'iniziativa popolare e spontanea come quella che stiamo organizzando e portando avanti con il sostegno della società civile. La difesa dei diritti, senza eccezioni e per tutti, è parte integrante della difesa della democrazia e siamo felici che la condivisione di questo principio semplice ma fondamentale abbia potuto dar vita a tante onde. La nostra speranza è che il Primo marzo segni davvero l'avvio di una nuova stagione per le politiche dell'immigrazione europee.

Coordinamento nazionale Primo marzo 2010

lunedì 22 febbraio 2010

Coltivare la paura


Da sempre i mezzibusti Mediaset – e anche Mentana a suo tempo – si autoassolvono sostenendo che la televisione «non sposta voti».
Forse si riferiscono agli inginocchiamenti di Fede, che ormai sembrano comici anche alle nonne.
Però magari prima di parlare potrebbero utilmente leggersi questo rapporto realizzato da Demos con l’Osservatorio di Pavia, o se sono di fretta limitarsi almeno a guardare questa tabella:
la linea blu, quella in basso, racconta l’andamento dei reati in Italia dall’inizio del 2005 alla fine del 2009. Quella gialla, in mezzo, si riferisce alla paura della criminalità nella popolazione. Quella rossa, in alto, indica le notizie sulla criminalità date dalle televisioni (pubbliche e private).
Nella tabella, quella fascia più chiara in mezzo, indica il periodo del governo Prodi. Ma si noti anche che la percezione della criminalità ha raggiunto il punto più alto in concomitanza con le elezioni politiche del 2008.


E in quanti si sono appiattiti, anche a sinistra, sui temi "omeopatici" di Lega e compagnia cantante? Quanti comuni hanno "battezzato" un Assessorato alla "Sicurezza" (ovviamente anche Rimini), spesso con tanto di sceriffo, alimentando anche cosi' un circolo vizioso che porta acqua soprattutto alla Lega (da cui omeopatico)? Prima nemmeno, esistevano, erano deleghe al Sindaco (affari istituzionali, al massimo come sicurezza urbana). Non e' un dettaglio, le parole contano. Anzi, non hanno mai contato tanto come adesso.


Divagando un attimo, volete altri esempi di politica "semantica"?

A) "Loro" ci chiamano "sinistra" e non "centro-sinistra". Ma noi li chiamiamo "centro-destra"...

B) La formula "legge sul processo breve" la hanno inventata "loro", ma quanti di noi la hanno ripresa invece che ribattezzarla, chesso', "legge sul non-processo"?

C) Perche' non usiamo piu' la parola "casta" ora davanti alle porcate della Protezione Civile (all'epoca del governo Prodi andava fortissimo, ricordate)?

D) Perche' invece di parlare di "tassa patrimoniale" non parliamo di "tassa sui ricchi?"

E) Quando Tremonti parla di "scudo fiscale" (associandolo al positivo concetto di "protezione"), peche' non lo ribattezziamo "condono per evasori all'estero" o quel che vi pare?


Liberamente tratto, in parte, da Piovono rane

AVVICINARSI ALLA NASCITA RISPETTANDO I RITMI DELLA NATURA


Benessere e salute

CONFERENZA

Mecroledi' 29 febbraio 2010 ore 20.45

"AVVICINARSI ALLA NASCITA RISPETTANDO I RITMI DELLA NATURA"


presso lo spazio BENESSERE E SALUTE
via Cavour 10, Santarcangelo di Romagna

INTERVERRANNO

il direttore dell'Unita' Operativa Ostetricia-Ginecologia Ospedale di Rimini
Dr.Giuseppe Battagliarin

e le ostetriche
Paola Carlini e Rachele Montini

per informazioni 366 1120826

domenica 21 febbraio 2010

Nadia Urbinati intervista Concita De Gregorio


Venerdì 26 febbraio 2010 ore 21 c/o Spazio Duomo
Via Giovanni XXIII - Rimini


Per il ciclo di incontri con donne italiane sul potere e la vita quotidiana


Nadia Urbinati intervista Concita De Gregorio

Verso il 1° marzo a Rimini


Giovedì 18 febbraio 2010 - Grotta Rossa Spa
via della Lontra 40 - Rimini - ore 21


Daniele Barbieri (giornalista, fra l'altro all'agenzia Migranews e a Carta)

e Hamid Barole Abdu (scrittore, il suo ultimo libroè "Seppellite la mia pelle in Africa")

sono amici e si incontrano spesso in convegni, corsi di formazione e manifestazioni.Un giorno si sono detti che - oltre a fare gli "esperti", i conferenzieri, i saggi moderatori di talvolta troppo educati dibattitiforse potevano inventare un altro modo per coinvolgere le persone nelle discussioni. Magari con una piccola performance(qualcuno direbbe: teatro) che consente maggiore libertà d'espressione e linguaggio, alternando battute a discorsi seri,fiction a storie vissute. Soprattutto su temi caldi come razzismo, identità, migrazioni, culture e subculture, sicurezza...Così è nata "Le scimmie verdi", dove fin dall'inizio un certo Daniele e un certo Hamid si scambiano gli abiti (e dunque leidentità) per tentare di capire, fra l'altro, se sia giusto grattare la scapola di Nelson Mandela, se ballare per strada siaattività pericolosa, se ci sia un colore sbagliato per la pelle, se le prostitute si riconoscano dalle dita dei piedi e...naturalmente per capire cosa diavolo siano le scimmie verdi.

Segnaliamo inoltre:
Martedì 23 febbraio ore 21.00 Sala del Buonarrivo (Prov. Di Rimini) C.so d’Augusto n.231

Serata di approfondimento
Che forme assume oggi l'opposizione a leggi e normative che considerano i migranti come delinquenti, come illegali da espellere, come invasori da respingere in mare?
Ne parliamo con l’Avv. Paola Urbinati

A seguire
Proiezione del documentario:“In Between. Nove sguardi sulla scena europea”
Nove città europee di sei differenti paesi. In ognuna di queste città, alcuni giovani, figli di migranti, raccontano le proprie esperienze, le proprie sensazioni e ricordi, il loro modo di percepirsi e di essere percepiti
Verso il 1° marzo. Perché questa serata di approfondimento…
Le specificità del nostro territorio intorno al tema dell’immigrazione, dell’intercultura, del meticciato e delle seconde generazioni ci chiedono di approfondire alcuni aspetti, di generare conoscenza come antidoto all’ignoranza, di fare autoformazione intorno a questi temi.

sabato 20 febbraio 2010

O i "giovani gia' sperimentati" iniziano a sperimentare o dopo sara' il diluvio


da Repubblica, 18 febbraio 2010
Bonaccini apre all' idea Cacciari. Sì alle liste con i non iscritti «Si può fare».

Il segretario regionale Pd Stefano Bonaccini risponde con una citazione veltroniana alla proposta del sindaco di Venezia Massimo Cacciari di «fare le liste Pd per le comunali con metà di non iscritti». Una risposta alla voglia di "civismo di sinistra" che piace al numero uno regionale Pd, anche se con qualche «correzione». «Che i non iscritti siano metà o un terzo non ha importanza. Non ne faccio una questione di "quote". Ma sono favorevole a un grande progetto che coinvolga il più possibile la società civile. E che può anche sfociare in una lista unica del centrosinistra». Tutto questo però a partire dal congresso, che Bonaccini e il segretario Pd Andrea De Maria hanno fissato per aprile. Potrebbe tramontare invece, visti i tempi stretti, l' ipotesi di creare un comitato politico per accompagnare il partito al congresso (e viva iddio... n.d.r.).

Nel lungo termine l'obiettivo è quello di una lista civica che tenga il Pd insieme a quella fetta di sinistra trasversale che può far ripartire il centrosinistra. Nel breve termine è, più semplicemente, ricompattarsi sotto la bandiera dell' Ulivo. «L'analisi di Mauro Zani non considera quella esperienza e tende a una discussione tra reduci ex Ds ed ex Margherita. Non possiamo rifare il dibattito di tre anni fa». E prosegue De Maria: «Nelle urne si è visto che le iniziative di alcuni intellettuali staccati dalla realtà sono deboli». Piuttosto bisognerebbe ripensare le primarie: «I dirigenti devono avere una posizione di garanzia, e non schierarsi tutti per un candidato. Le ferite causate dal fatto che tutta la filiera dei dirigenti ha sostenuto Delbono fanno ancora male». Malumori che rischiano di consegnare alle urne un Pd allo sbando: «Questa sfida è più difficile di quella del ' 99. Vediamo di che stoffa sono fatti i vertici di questo partito» (Riccione docet, n.d.r.).


Bertolaso, Formigoni, Errani: uomini prima del diluvio


da L'Unita' del 15 febbraio 2010
"Qualche cosa può essere sfuggita", dice Bertolaso. Potremmo fare il piccolo sforzo di credergli, perché no? Dal 2008 in qui il capo della Protezione Civile è stato sottosegretario all’emergenza rifiuti in Campania; commissario dell’area archeologica romana; e ancora commissario straordinario per il terremoto dell’Abruzzo (con annesso vertice g8), per le eruzioni nelle Eolie, per le aree marittime di Lampedusa, per la bonifica del relitto della Haven, per il rischio bionucleare, per i mondiali di ciclismo e per qualcos'altro che mi sarà senza dubbio sfuggito... In mezzo a tanti impegni un cantiere alla Maddalena potrebbe effettivamente essere passato inosservato: ma anche sforzandoci di credere alla sua buona fede, come possiamo giudicare un sistema che considerava qualsiasi evento importante un’emergenza (i mondiali di ciclismo...) e ogni emergenza degna dell'intervento di un singolo uomo? Non c’era in Italia un’altra persona preparata in grado di gestire almeno un’emergenza su cinque, qualcuno che potesse gestire con più attenzione i cantieri della Maddalena mentre Bertolaso volava in Abruzzo a soccorrere i terremotati? Ho una teoria: Bertolaso – che non nasce berlusconiano – è rimasto suo malgrado intrappolato nella categoria berlusconiana degli “uomini del fare”. Vere e proprie incarnazioni della Provvidenza, gli Uomini del Fare risolvono i problemi da soli, in poche mosse. Moderno Cesare, l'Uomo del Fare viene, vede, vince, e vola a farsi un massaggio antistress. Stress che si lascia facilmente spiegare: gli Uomini del Fare non lo dicono, ma devono essere circondati da incompetenti a cui non potrebbero cedere nemmeno un decimo delle loro responsabilità, senza correre il rischio che tutto il loro lavoro crolli come un castello di carte. Dopo gli Uomini del Fare c’è sempre il diluvio. Prendiamo la Lombardia. La più popolosa regione d’Italia, saldamente in mano a una classe dirigente di centrodestra che negli ultimi quindici anni dovrebbe avere espresso e cresciuto numerosi validi amministratori… e invece no, pare che l’unico in grado di mandare avanti la regione, da quindici anni a questa parte, sia Roberto Formigoni. Dopo aver surclassato il record di Franklin Delano Roosvelt (appena dodici anni alla Casa Bianca), il governatore lombardo punta ora a completare il ventennio, un primato senza molti precedenti nelle democrazie moderne (persino in una demicrazia sui generis come la Federazione Russa, dopo otto anni di presidenza Putin si è dovuto trovare un altro incarico). Certo, dietro Formigoni c’è un compatto blocco di potere. Ma sarebbe nell’interesse di qualsiasi blocco di potere rinnovare i propri uomini ogni tanto: giusto per non dare l’impressione che dopo Formigoni ci sia il diluvio. Tanto più che una sua eventuale rielezione rischia di risultare illegale: la legge 165 del 2004 vieta esplicitamente la rielezione dei presidenti delle regioni dopo due mandati consecutivi (quello di Formigoni sarebbe il quarto). Ne ha scritto di recente, sulle colonne dell’Unità, il professore di diritto costituzionale Vittorio Angiolini. L’ineleggibilità di Formigoni, già lungamente dibattuta in rete (tra i primi a parlarne Luca Sofri e Giuseppe Civati nei rispettivi blog) non ha forse ancora avuto sui quotidiani la visibilità che meriterebbe. Gli stessi avversari di Formigoni esitano a sollevare la questione. Non è difficile capire perché: basta attraversare il Po per trovare un’altra grande regione (l’Emilia-Romagna) governata da un Uomo del Fare (Vasco Errani, PD) che gareggia per il suo terzo mandato. Una sua vittoria (probabile) non sarebbe meno illegale di quella di Formigoni a Milano. Ma il caso di Errani è, se possibile, più preoccupante, perché dimostra che la categoria degli Uomini del Fare sta penetrando anche nelle regioni storicamente di sinistra (per carità non chiamiamole più “rosse”). Ma davvero l’elettore emiliano di sinistra è così incline al culto della personalità? In realtà finora ha dimostrato il contrario, confermando al governo della regione e di tante amministrazioni locali una classe di funzionari piuttosto efficiente, ma che non brilla certo per eccessi di protagonismo; tanto che a parte l’eccezione rilevante del piacentino Bersani, gli amministratori emiliani non hanno mai avuto brillanti carriere a livello nazionale (viceversa sono stati personaggi carismatici alla Cofferati ad avere i loro problemi con la base emiliana). Lo stesso plurigovernatore Errani non è mai stato una celebrità alla Formigoni, e difficilmente lo diventerà anche dopo una terza vittoria. Chi andrà a votarlo, più che l’Uomo, premierà la continuità, la tradizione, forse anche l’appartenenza… tutti valori che potevano essere espressi da qualsiasi altro amministratore emiliano capace, purché il PD lo candidasse. Riproporre invece per la terza volta lo stesso Uomo, per quanto validissimo (ma se è così bravo, possibile che non gli si possa trovare nessun altro incarico all’altezza?) lascia intendere che anche nella sinistra emiliana, dopo Errani, non ci sia che il diluvio. Una prospettiva, per chi ha meno di quarant'anni, abbastanza inquietante.

venerdì 19 febbraio 2010

Vite in transito - autobiografia e immigrazione


Vite in transito - autobiografia e immigrazione

Rimini, Museo della Citta', Sala del giudizio
sabato 20 febbraio 2010
"L'ospitalita' della scrittura"


l'opera sara' presentata dal Prof. Ligi Alfieri (Universita' di Urbino)

La Giunta della Provincia di Rimini ha aderito allo sciopero del 1"marzo


Rimini, 17 febbraio 2010 - La Giunta della Provincia di Rimini ha aderito alla giornata nazionale 24 ore senza di noi, lo sciopero indetto dagli immigrati presenti in Italia il 1° marzo.
E' una scelta significativa quella portata avanti dalla Giunta che, aderendo alla manifestazione, vuole risvegliare l'attenzione su quello che accadrebbe anche nel Riminese se gli stranieri che vi vivono e vi lavorano decidessero di incorciare le braccia.
Come riferisce l’assessore provinciale all’Immigrazione Mario Galasso: “La giornata ci unisce, italiani e migranti, in una sola voce contro il razzismo, davanti al quale siamo tutti stranieri". Non solo, ma ha anche ribadito il suo impegno a costruire percorsi e progetti che riaffermino i principi di uguaglianza e di integrazione, nonché di condivisione delle regole e di rispetto reciproco.

giovedì 18 febbraio 2010

Youdem: giusto un modo per far lavorare qualche amico


Dopo Califano, Nino D'Angelo. Il Pd in Puglia aveva puntato su Califano per battere Vendola. Ora, per battere Povia (o, forse, ogni record), propone Nino D'Angelo per il primo Dopofestival di YouDem in diretta da Sanremo.

Attorno a Obama ci sono Bob Dylan, Pearl Jam, Bruce Springsteen, i Rem, gli Wilco, Ben Harper, Shakira, i National, John Fogerty, Death Cub for Cuties, Fall Out Boy, Bon Jovi, Green Day,
Sheryl Crow, Jay-Z, Dave Mattews Band, Fall Out Boy.

Non ho più la forza di commentare.

Il commissario Tonino


Anche questo primo Congresso dell'Italia dei valori ha confermato che nel caso di Antonio Di Pietro, la finzione e la realtà, il vero e il falso, si confondono. Cominciamo dal «falso». In un congresso di partito i delegati dovrebbero essere eletti dal basso sulla base di mozioni programmatiche differenziate. Niente di tutto ciò nell'Idv, partito «monistico», «berlusconianamente» schiacciato sulla linea del suo padre-padrone: i 3.060 delegati, a parte alcune eccezioni, sono stati nominati da circoli cittadini, quasi sempre commissariati, da colonnelli a loro volta nominati commissari da Di Pietro. L'Idv infatti è un partito «commissariato»: al primo accenno di dissenso arriva puntuale la repressione da parte del gerarca locale. I delegati del Marriot erano dunque a immagine e somiglianza del loro «tribuno» e come tali lo hanno osannato. Una precauzione inutile. Nell'Idv il culto della personalità è «spontaneo». Il disagio di tanti militanti si ferma ingenuamente davanti al totem del loro leader: «se Di Pietro sapesse», sospirano, maledicendo le prepotenze dei cacicchi. Ma Di Pietro sa e approva. Per questo anche con delegati «veri» non avrebbe rischiato molto più di quello che si è verificato: la contestazione di alcuni militanti lombardi contro la mozione dei «baroni» locali, Piffari-Rota-Cimadoro che non era stata nemmeno votata, bensì imposta; una velleitaria candidatura a presidente di Barbato, poi rientrata; la mozione «micromeghista» di Pardi stravolta da Di Pietro con il silenzio-assenso dell'autore. Se questa «falsificazione» c'è stata è perché nel partito di Tonino, l'apparenza prevale sulla realtà, la discrezionalità sui diritti, gli arbitrii sulle regole, la retorica sulla persuasione. Di Pietro come Berlusconi detesta le rughe delle critiche, e se il cavaliere le copre con il cerone, l'ex pm le occulta con una falsa collegialità. Il secondo falso: la presunta «svolta» politica, meno piazza e più palazzo, meno proteste e più proposte. In realtà non c'è stata e non ci sarà nessuna svolta. È solo l'oscillazione di un pendolo. L'identità politica di Di Pietro è da sempre la stessa: radicalismo di facciata da una parte, e moderatismo nei fatti dall'altra. Verticalizzazioni antiberlusconiane e operaiste che convivono con appoggi a giunte di centrodestra, voti favorevoli al federalismo fiscale e strizzatine d'occhio al reato di clandestinità. L'Idv è un partito nel quale solo il mascellare scettro dell'eroe di «Mani Pulite» fa convivere anime disparate. Ex «rifondaroli», ex fascisti, ex democristiani, tutti insieme.Per evitare che questa maionese impazzisca, Tonino deve accontentare a turno un po' tutti. Questa volta tocca ai Cimadoro-Donadi-Belisario-Formisano. Un po' perché l'Idv deve difendersi al centro dalla concorrenza dell'Api rutelliano, ma soprattutto perché si vota e c'è bisogno di poltrone con cui saziare gli appetiti del «generone» ex Udeur e Margherita che è la spina dorsale del partito. Da qui l'alleanza con Bersani e da qui il coup de theatre assembleare di Vincenzo De Luca, che Di Pietro ha introdotto così al suo popolo: «scegliete voi se appoggiare o no quest'uomo, sappiate però che se non lo appoggiamo consegniamo la Campania alla camorra». La parodia di una scelta. Ora alla pseudo svolta seguiranno magari improvvisi sussulti «sinistrorsi», attacchi a Bersani e Casini (con cui si è alleato nelle Marche, in Piemonte e in Liguria) e persino nuovi slanci verso nuove piazze. Insomma altri falsi movimenti dell'ondivago, umorale Tonino. Veniamo ora alle cose vere. Soprattutto una. Luigi De Magistris. Il dualismo tra i due ex sostituti è ormai emerso dopo l'appoggio di Di Pietro a De Luca. Se Tonino ha «falsamente» lasciato l'opzione ai delegati è stato proprio per neutralizzare le possibili contromosse dell'ex pm di «Why Not», contrarissimo al sindaco di Salerno. Dunque l'unico evento non «falsificabile» di questo congresso è la rivelazione del conflitto Di Pietro-De Magistris. Dietro la recita degli abbracci e le mielose metafore padre-figlio c'è lo scontro tra due personalità diversissime. Se convivenza sarà, sarà conflittuale e antagonistica. Di Pietro soffre il suo alter-ego perché sa che si sta organizzando e sa che su di lui possono convergere i dissidenti interni, gli autoconvocati de «La Base Idv», i giovani e i tanti nuovi iscritti che chiedono primarie, trasparenza dei bilanci del partito, uno stop al dilagante familismo interno e la liquidazione della casta di colonnelli di cui Di Pietro ama circondarsi. Tra gli eventi congressuali dove la «manipolazione» dipietrista non è arrivata, spiccano l'elezione a coordinatore nazionale dei giovani, di Rudi Russo, legato a De Magistris, e la mancata elezione a coordinatrice donne di Patrizia Bugnano, fedelissima dipietrista. La senatrice non ha raggiunto il quorum, impallinata da 94 schede bianche. Un moto di insofferenza verso una candidatura unica imposta dall'alto. La conferma che laddove non c'è il totem Di Pietro, il partito parla un'altra lingua. Ora Tonino sa che potrebbe stroncare facilmente il dissenso e l'ancora gracile De Magistris, ma sa anche di non poterlo fare pena la fine del suo falso mito politico.

Da Il manifesto

mercoledì 17 febbraio 2010

Alemanno pronto a svendere l'Acea a Caltagirone, ovvero lo spoil system dell"UDC


di Jolanda Bufalini l'Unita' 12 02 10
C’è la frase di Gianni Alemanno, nel novembre scorso, al vertice Fao: «No alla mercificazione dell’acqua». E c’è l’accusa risuonata ieri dai banchi dell’opposizione in Campidoglio: «Vendi il bene pubblico acqua per trenta denari», pronunciata dal Pd Paolo Masini. Consiglio straordinario richiesto e finalmente ottenuto dall’opposizione sul caso Acea, l’azienda quotata in borsa che era il fiore all’occhiello dell’amministrazione romana (il Campidoglio controlla il 51 per cento) ma le cui azioni sono discese in picchiata negli ultimi due anni. Azienda leader del sistema idrico, non solo nel Lazio ma anche in Umbria, Toscana e Campania. Mentre in consiglio tutta l’opposizione dà battaglia, in piazza del Campidoglio c’è la protesta dei sindacanti, Ilvo Sorrentino Cgil: «Si vuole privatizzare senza alcuna garanzia per i lavoratori e in condizioni di assoluto favore per gli acquirenti». E degli ambientalisti: «Con la privatizzazione dell’acqua i profitti vanno ai privati, gli oneri restano al pubblico», sostiene Cristina Avenali di Legambiente Lazio.Al centro dello scontro c’è la quota del 30% che, in base al cosiddetto decreto Ronchi, ormai convertito in legge, i comuni devono cedere entro il 2015. «Siamo contrari al decreto Ronchi - dice il capogruppo Pd Umberto Marroni - ma qui c’è dell’altro: perché questa fretta?». Dal maggio del 2008 le azioni Acea si sono dimezzate e, contrariamente a quello che sostiene Alemanno, non c’è alcun obbligo di vendere. Anzi, c’è un doppio rischio: 1)l’acqua viene privatizzata in regime di monopolio, quindi nelle condizioni peggiori per i cittadini, che hanno diritto a un servizio efficiente e a costi competitivi; 2)vendere nel momento peggiore, quando la soluzione, per evitare di incorrere nei rigori della legge, potrebbe assere quella dell’aumento di capitale sociale.Chi è in pole position per comprare? Da notare è l’ascesa, sotto l’amministrazione Alemanno, di Francesco Gaetano Caltagirone che, ormai, con il suo 8,7% ha quasi raggiunto l’altro grosso azionista di minoranza, Suez-Gaz de France. La differenza significativa fra i due azionisti è che, mentre i francesi sono più interessati all’energia, campo importante anche sul fronte dell’innovazione tecnologica, Caltagirone ha il core businness nell’edilizia. E, nel settore idrico, la componente di appalti edili è molto importante.L’allarme è tale che, sulla vicenda Acea, è intervenuta, con un articolo sul Sole 24 ore di ieri, la candidata governatrice del Lazio Emma Bonino: «Sul futuro di Acea si sta giocando una partita a dir poco opaca - dice - e siamo in attesa di un pronunciamento della corte costituzionale sull’articolo 15 della legge Ronchi». «Mi sembra francamente discutibile - aggiunge Emma Bonino - che il sindaco Roma voglia correre verso la privatizzazione senza liberalizzazione e senza strategia industriale».E due economisti parlamentari del Pd, Marco Causi e Stefano Fassina che chiedono al sindaco di Roma di non prendere nessuna decisione «senza un’ampia consultazione con i comuni interessati e con l’Anci». Nella mozione dell’opposizione (firmata da Gemma Azuni, Gianluca Quadrana, Umberto Marroni) si adombra un sospetto: nel 2013 e nel 2015 (i due step indicati dalla legge per la modifica dell’assetto azionario) potrebbe esserci un’altra amministrazione ed essere tardi per operazioni di «operazioni di piccolo cabotaggio».

martedì 16 febbraio 2010

Primarie: together we stand, divided we fall


Catanzaro, 15 feb. (Adnkronos) - ''Nonostante l'accanimento con cui in ogni modo abbiamo cercato di scoraggiare la partecipazione dei nostri elettori alle primarie, diverse decine di migliaia di calabresi hanno resistito ad ogni tipo di trabocchetto e sono andati a votare, sfidando addirittura neve, pioggia, freddo e smottamenti. Si tratta di un autentico primato, che apre all'ottimismo e alla speranza''. Lo dichiara il presidente dell'assemblea regionale del Pd, Pino Caminiti a commento dei 97000 (!) partecipanti alle primarie PD.
''Grazie a questo esperimento -continua- siamo riusciti a temprare un esercito di entusiasti, rotti alle prove piu' estreme; una micidiale forza d'urto con cui tra poche settimane affronteremo lo scontro elettorale contro un centrodestra pantofolaio e imborghesito''. ''Dispiace solo -prosegue Caminiti- che qualche commentatore non abbia colto tutto questo, e si sia lasciato andare a comparazioni con le precedenti primarie, parlando di flessione nella partecipazione e di una gara senza suspense. Francamente e' troppo".
"Se nelle condizioni date avessimo avuto un exploit di votanti ed uno scontro all'arma bianca tra i candidati -conclude il dirigente del Pd- non ci saremmo piu' trovati di fronte ad un primato democratico, ma ad una patologia di massa, che, invece di indurci all'ottimismo, ci avrebbe gettato nel piu' profondo sconcerto''.

TERMOLI: l'incontenibile voglia di perdere


Il Partito Democratico si è accordato con i dipietristi per candidare a sindaco un ex vicesindaco di Alleanza Nazionale.

La base del Pd e i partiti minori contestano l'indicazione. Previste clamorose reazioni.

«Scioccati». Anche questo termine, per quanto forte, non esprime appieno lo stato d'animo della base del Pd di Termoli. La decisione ufficiale di candidare per il centrosinistra Pasquale Spagnuolo, un uomo da sempre di centrodestra, più volte nelle liste del partito di Fini in corsa per un posto in Regione, ha fatto trascorrere una notte insonne e forse con molti incubi almeno a metà dei tesserati Pd, agli iscritti al circolo dell'Italia dei Valori e a tutti i rappresentanti locali dei partiti minori, dai Socialisti a Rifondazione Comunista, passando per Sinistra e Libertà. La dice lunga la nota diffusa ieri dai componenti dell'area che fa capo a Bersani. «Dire che siamo scioccati e delusi dai vertici regionali e nazionali del Pd di candidare il dottor Spagnuolo a sindaco di Termoli è poco. Tutti gli iscritti dell'area Bersani in Basso Molise e nell'intero Molise - si legge ancora in sintesi nel documento della base del Pd - chiedono con urgenza che sia convocata un'assemblea degli iscritti del circolo di Termoli e a seguito che vi sia la convocazione dell'assemblea regionale del Partito Democratico come prevede lo statuto. Vogliamo porre delle domande al segretario Danilo Leva, vogliamo che la segreteria del partito ascolti i cittadini presenti sul territorio che hanno dato mandato ai propri referenti in assemblea regionale ad esporre la contrarietà a questa scelta». La guerra interna al Pd approderà anche a Roma. «Porteremo avanti la nostra protesta e manifesteremo il nostro malcontento anche ai vertici nazionali - dice il Pd - non vogliamo spaccare il partito ma i vertici regionali non possono decidere per chi li ha votati alla primarie». È dunque bagarre nel centrosinistra all'indomani dell'operazione portata a termine da Leva, Totaro e Ruta e dell'accordo nazionale sottoscritto con Di Pietro per presentare a Termoli Spagnuolo e a Montenero di Bisaccia la Rosati. Il segretario regionale dei Socialisti Scarano ha detto: «Noi andremo per la nostra strada, questo accordo non ci interessa». Gli ha fatto da eco il segretario cittadino, Santoro. «Così - ha detto in sintesi - non è possibile alcuna unità». Sul piede di guerra anche il Partito della Rifondazione Comunista che non intende sostenere un uomo della destra. «È assurdo - ha detto Manocchio - è un accordo che non accettiamo». Forti perplessità sono state espresse dal responsabile cittadino dell'Italia dei Valori, De Lena. «La vedo male - ha detto in sintesi De Lena - noi le elezioni le vogliamo vincere, non perdere». Il clima è diventato di fuoco, le dichiarazioni fatte un po' da tutte le parti in nome dell'unità sembrano essere state disattese, le soluzioni elaborate per porre fine alla frammentazione non paiono aver dato alcun frutto, ma anzi hanno acuito le divergenze di vedute. Intanto il termine per la presentazione delle liste si avvicina inesorabilmente e non si escludono, a questo punto, altri colpi di scena.

lunedì 15 febbraio 2010

Can we? Or we cannot?


di Alberto Rossini

Dieci domande per noi…

La Stampa pubblica una serie di domande che da Londra arrivano all’opposizione. A rivolgerle è un pool di professori, giornalisti, massmediologi del Regno Unito che rispondendo all'appello della think tank Open Democracy e della Open University si è riunito al Midland Institute di Birmingham per partecipare alla tavola rotonda intitolata "Oltre Berlusconi".
Obiettivo: dimenticare per un giorno le carenze della maggioranza a Palazzo Chigi, tanto a cuore alla stampa internazionale, e ragionare sulle chances di una reale alternativa. Ma soprattutto: esiste un Obama italiano capace di sfidare il carisma di Berlusconi e al tempo stesso regalare un sogno gli elettori?
Can we? Or we cannot? Ecco le dieci domande che rivolgono all’opposizione ma che forse valgono soprattutto per il PD e che un po’ sembrano uscire da un dibattito del Circolo di San Giuliano, o almeno a me pare.

LE DIECI DOMANDE

1) Quali sono i vostri principali valori politici al di là dell’anti berlusconismo?

2) perché quando l’opposizione ha avuto la possibilità di governare non ha regolamentato il conflitto di interessi?

3) Quale è la visione della società italiana del futuro e per quale tipo di giustizia sociale vi schierate?

4) Qual è la vostra visione della globalizzazione e come vedete l’Italia in essa?

5) Come pensate di aumentare le possibilità a disposizione dei giovani in una prospettiva meritocratica e qual è la vostra risposta alla lettera di Pier Lugi Celli che invitava il figlio al lasciare l’Italia?
6) Sarete in grado di apportare serie riforme della classe politica in termini di: numero dei parlamentari; immunità legali; presenza di parlamentari con problemi giudiziari; costi della politica?

7) E' possibile che l’inesistenza di un governo ombra o il fallimento nel tentativo di crearlo comunichi agli elettori l’assenza di un governo alternativo in attesa e quindi comunichi la non presenza di un’opposizione ufficiale in Italia?

8) Perché non c’è un reale interesse e capacità nell’usare i nuovi media?

9) Se aveste un miliardo di euro di risorse extra come le utilizzereste? Ricerca universitari, Scuola, riduzione del debito pubblico, rafforzamento delle forze di polizia, stimolo alle imprese, tutela del lavoro?

10) Avete un Obama capace di sfidare Berlusconi in carisma e popolarità ma al tempo stesso di creare una visione e un sogno per gli elettori che vi dovrebbero votare?

Si vola altissimo


La divertente carovana in corsa alla regione Lazio con Renata Polverini oggi si è impreziosita di un nuovo elemento: Guido Zappavigna, ex Nar, leader storico della tifoseria ultrà fascista della Roma, già coinvolto nell’inchiesta sull’omiicidio di Fausto e Iaio.
La candidatura di Zappavigna si è resa indispensabile per una serie di eventi concomitanti: accusata dai tifosi laziali di essere troppo vicina al contestato presidente Lotito, Polverini ha cercato di carpirne la benevoleza e i voti candidando il fratello di Gabriele Sandri, il tifoso biancazzurro ucciso nel 2007. Dopodiché però, avendo messo a rischio in questo modo i voti dei romanisti, Polverini ha deciso di aggiungere in lista anche l’ultras giallorosso Zappavigna.
Come vedete, si vola altissimo.
Da Piovono rane

domenica 14 febbraio 2010

14 febbraio 2004 - 14 febbraio 2010

La banalità del male


Sì, rubano. Sì, sistematicamente. Sì, soprattutto sui capitoli di spesa più ingenti (questo è logico) e svincolati dal giudizio per ragioni che potremmo definire “sentimentali”, come la sanità e l’edilizia legata alle catastrofi naturali (questa è logica, op. cit.). Poi succede che li prendano, e succede che non solo le loro pratiche, ma la loro figura torni a ricalcare il più banale, il più prevedibile di tutti gli stereotipi possibili. La potenza. Il potere. I favori. I cazzi. Le zoccole.
Matteo Bordone

sabato 13 febbraio 2010

Il caso greco e la posizione tedesca: una partita sofferta


La zona euro sta attraversando un periodo delicatissimo. A causa della deriva dei conti pubblici greci, il futuro dell’unione monetaria è in bilico. Molto dipenderà dalla posizione che assumerà la Germania, se un aiuto finanziario ad Atene si rivelasse necessario. Tendenzialmente dovrebbe prevalere l’ottimismo: il governo federale, se messo alle strette, darà il suo benestare a un salvataggio greco. Ma nel frattempo non mancheranno i tira-e-molla psicologici e le tensioni politiche. Per ora, i tedeschi sono (ufficialmente) contrari a qualsiasi aiuto. Ancora questa settimana il ministro dell’Economia Rainer Brüderle (nella foto) ha affermato che il governo greco deve risolvere i suoi problemi da solo: “Non ci può essere un salvataggio collettivo per sviluppi nazionali zoppi”. Nessuno in Germania ha apprezzato che la Grecia truccasse i conti pubblici e mentisse sulla propria situazione finanziaria. Il comportamento greco è ritenuto poco serio; anzi è per molti versi considerato un tradimento, tenuto conto dei presupposti economici e politici della zona euro. Agli occhi dei tedeschi, aiutare i greci in questo contesto è moralmente discutibile e potrebbe per di più creare cattivi esempi per altri paesi in difficoltà. Il problema naturalmente è più complesso: l'eventuale fallimento della Grecia potrebbe comportare un effetto a catena, con la deriva di altri paesi più grandi, come il Portogallo o la Spagna.

venerdì 12 febbraio 2010

Braci e padelle

Dal blog di Francesco Costa
La fotografia dello stato in cui versa la Cgil non sta tanto nella gestione Epifani, quanto nel fatto che al prossimo congresso la mozione che sfiderà la maggioranza lo farà da una piattaforma ancora più retriva, novecentesca, conservatrice e preistorica, quella di Cremaschi, Rinaldini e compagnia bella (coloro i quali vedono come nucleo del sindacato la rappresentanza di pensionati e di lavoratori dipendenti con contratti a tempo indeterminato, niente di male se non che oggi questi sono una minoranza). E dire che potrebbe servirci davvero un sindacato forte e moderno, all’altezza dei problemi di questi tempi e capace di interrompere l’imbarazzante gioco delle parti che è diventata la concertazione in questo paese. Basti pensare alla eufemisticamente "timida" reazione all'annunciato sciopero degli immigrati previsto per il 1 marzo. Invece ci tocca tifare per Epifani.

Un post al blog di Francesco Costa recita: "Io sono per la CGIL, perché dove la CGIL non c’è i lavoratori non stanno meglio. Anzi. Altra cosa è denunciare i limiti attuali. Da iscritto, oggi non me la sono sentita di votare. Non mi sentivo rappresentato da nessuna delle due mozioni, nemmeno un poco. Però, nell’organizzazione conosco anche tante brave persone, che si impegnano con passione per quello in cui credono. In loro ripongo la speranza che, prima o poi, le cose cambieranno anche lì."

giovedì 11 febbraio 2010

Del leader


L’elettorato di questo paese è quello che è. Tocca partire da qui. Del resto se non fosse quello che è non ci sarebbe così tanta gente disposta a credere alle favole di Berlusconi ed a tollerare la quotidiana esposizione di tutta la sua corte di lacchè e ballerine. Di contro oggi Bersani (poveretto) diceva che il dopofestival su YouDem e’ una buona idea perchè intercetta gli interessi dei giovani. In realtà il dopofestival su YouDem è una idea innocua (ed elettoralmente inutile) come tante altre, capace di spostare voti come un colpo di tosse di un passante nel corso principale di una qualsiasi città. Qualcuno faccia il favore di avvisare Bersani che è difficile intercettare i giovani a margine di un evento in cui la metà degli spettatori ha piu’ di 55 anni e 1/3 più di 64. Sono anzi questi giovani che, tutti in coro, compatiscono Bersani, D’alema, Veltroni e la compagnia cantante (appunto) di quelli che progettano di cambiare il paese da sinistra. A colpi di dopofestival ed altre idee balzane.
In Italia ci sono due tipi di elettori interessanti per chi immagina una alternativa a Sua emittenza: quelli che sono più svegli di Bersani e quelli che lo sono meno. I primi sono quei signori che, finchè gli sarà consentito, assedieranno i seggi delle Primarie, votando ogni volta “contro” i tristissimi candidati che il PD è capace di proporre (vi dicono niente Boccia o Penati?). Sono la parte di gran lunga migliore di questo paese, hanno il solo grande problema di essere parecchio malrappresentati. Sono quelli che, goccia a goccia, abbandonano il PD delusi dalla produzione del nulla che il partito persegue dalla sua fondazione.
Ma esiste anche un altro spicchio di elettorato del quale si fatica a parlare, perchè il rischio è quello di fare la figura degli snob. Ma tocca essere realisti e considerare che c’è anche un’altra bella fetta di voti che oggi non arriva al centro sinistra per ragioni differenti.
Alessandra mi ripete da tempo: ” Ma possibile che non abbiano ancora capito che hanno bisogno di un figaccione?”. Un candidato maschio, possibilmente giovane, affascinante e anche bello. Banalmente bello. Non è facile, perchè ovviamente essere un figaccione non basta: deve anche essere un candidato di una qualche sostanza. Insomma, al di la' del termine vernacolierie: un leader. Ma sulla sostanza si può lavorare, sul resto no. Il figaccione serve perchè esiste in questo paese, specie in questo momento, un enorme serbatoio di voti istintivi. Gente che vota casualmente, senza grandi polarizzazione politiche (non mi riferisco al leghista ovviamente, il leghista nasce leghista e muore leghista, il leghista è un voto assegnato in partenza): entrate in un bar e ascolterete qualcuno di questi elettori istintivi ripetere la frase conosciuta: “Tanto alla fine sono tutti uguali”.
Siamo un paese enormemente superficiale e con questa superficialità dobbiamo fare i conti. E se anche non lo fossimo il candidato figo oltre che solido drena ugualmente un grande numero di voti. Non è bello da dire ma è così. Vedi Obama in Usa, vedi Cameron in UK.

E le segreterie locali lo stesso, ma con profili che devono essere ancora piu' brillanti e aderenti alle realta' locali, magari con un lavoro, con un gruppo attorno riconosciuto come "bravo" (se pensate ai nomi che si sentono fare a Rimini per la futura segreteria provinciale viene da piangere e si perdera' ci sara' un perche'). Guardate l'uggiosa insipienza che hanno trasudato i segretari regionali di molte, troppe, regioni che non hanno sputo fare altro che il portavoce di chi li ha messi dove sono. Questa epoca e' finita con la fine del pensiero dalemiano in Puglia.
Proporre un candidato "figaccione" serve almeno in due distinte direzioni. Intercetta il voto istintivo di milioni di persone e contemporaneamente sbeffeggia la ridicola anomalia italiana secondo cui Berlusconi è un campione di invidiato giovanilismo furbo ed arrembante. Un "figaccione" di fronte ad un signore anziano col il lifting che cade e la parrucca impomatata? Non ci sarebbe partita.
Per queste e altre ragioni, recepiamo a malincuore la candidatura di Pippo Civati a sindaco di Milano (candidatura ottima, s'intende). Il PD dovrebbe candidare un Civati (o anche una Serracchiani, per capirci) alla segreteria del partito e altri 100 nelle sue segreterie provinciali.

Liberamente tratto e adattato da Manteblog

mercoledì 10 febbraio 2010

Volete ridere?


Dopo tutto il dalemismo rombante che ha rischiato tutto il rischiabile per imporre d'imperio l'alleanza con l'UDC sempre e comunque, il diavolo (e le spartizioni mancate in casa PDL), oltre alla pentole, stavolta fa' anche i coperchi.

"Questo Pd è da cambiare" parola di Nicola Zingaretti


Riforme. Innovazione. Ruolo dei quarantenni. Il leader della provincia di Roma dà l'agenda a Bersani.

L'ultimo dei giovani di stirpe Pci è il moderno presidente della Provincia di Roma, poco interessato alle beghe interne al Pd e molto alla scrittura di una nuova agenda politica.

"Sono orgoglioso di essere cresciuto accanto a Bettini, Fassino, D'Alema, Veltroni. Ho presieduto i giovani socialisti e una sera mi è capitato di fare le tre di notte davanti a una birra con Felipe Gonzalez per parlare di politica italiana", racconta Nicola Zingaretti: "Oggi però dobbiamo fare un'operazione rinnovamento e Bersani è in grado di farla. Altrimenti, ci penserà qualcun altro".

Cosa succederà dopo le regionali?
"Vedo il rischio di cullarci nell'illusione che tutto è risolto, se le cose dovessero andare bene. O dell'ennesima faida, se dovessero andare male. Due pericoli da evitare. L'ossessione sulle leadership deriva dal nostro deficit di cultura politica. In tutti i paesi occidentali si confrontano riformisti e conservatori, ma la politica è cercare di capire una società in cambiamento. Solo noi ci fermiamo alla discussione sui contenitori".

Per quale motivo?"Fatichiamo a trovare proposte nuove. Blair in Inghilterra non parlò di cambiare il nome al labour, selezionò una nuova generazione di dirigenti sulla education, la scuola. Zapatero in Spagna ha innovato culturalmente sui diritti e ha vinto su questo. In Italia nella migliore delle ipotesi siamo alla nostalgia: proponiamo un Paese che c'era e che non c'è più".

Parla di leader che hanno conquistato il potere a 45 anni, la sua età. Ma lei fa il presidente di Provincia. Manca il coraggio generazionale?"C'è un problema della mia generazione, certo. Non per ricalcare un cliché, ma nel centrosinistra c'è una generazione del '68 che magari è divisa su tutto, ma sul mantenimento del potere ritrova subito l'unità. Non concepiscono le cose che si possono fare se non le fanno loro. Le generazioni successive, come la mia, si trovano d'accordo sulle cose da fare, ma non hanno mai davvero affrontato la questione del potere".

È arrivato il momento?"Il tema non è il cambiamento del leader. Bersani, comunque vada il voto, è il più attrezzato a guidare il Pd. Ma deve prendere il toro per le corna e cambiare tutto. Sfuggire alla tentazione comoda e calda della risistemazione di quello che già c'è e promuovere una grande ricerca per produrre una nuova cultura politica. Riscrivere un'agenda democratica".


Con quali punti all'ordine del giorno? "Primo: la riforma della pubblica amministrazione. Lo Stato deve funzionare. Abbiamo una prateria, tra Brunetta che ha fallito e i commissariamenti come quello della Protezione civile che privatizzano pezzi di Stato. Secondo: la modernizzazione. Quando ho presentato il mio programma del Wi-fi gratuito, in molti hanno sorriso, ma la Rete è il simbolo che evoca una profonda innovazione. Terzo: rivoluzione degli enti locali. La destra a parole è federalista, in realtà è la più centralista che ci sia".


Programma futuribile. Intanto lei doveva candidarsi nel Lazio e invece c'è la Bonino. Come mai?"Si è guardato con superficialità alla mia volontà di rispettare il patto con i cittadini e restare qui per cinque anni. Non se ne può più di una classe politica che pensa sempre all'incarico successivo. Oggi c'è la Bonino, una figura dotata di autorevolezza come poche. Puntiamo a vincere".


Ma è radicale: il Pd esternalizza la leadership?"Nel Lazio da vent'anni candidiamo persone fuori dai partiti: Badaloni, Marrazzo... Anche Rutelli era un verde quando fu candidato sindaco e nessuno protestò, forse perché i partiti erano più forti. Questa discussione rivela la fragilità della nostra identità".


E dunque come riprenderà la discussione dopo le regionali?"Con un'operazione di rinnovamento. Il mio appello è che la faccia Bersani. Con la libertà di ognuno, evitando di rimettere al centro le difesa delle posizioni di sempre".

Un buon esempio, una buona notizia

Agostino Alloni vince le primarie per il Consiglio regionale a Cremona. 2086 voti su 4920 votanti, Giancarlo Corada secondo con un ottimo risultato a Cremona città. Maura Ruggeri, terza classificata, sarà la seconda candidata del Pd, insieme ad Alloni, per l'alternanza di genere. Un bel risultato, per una provincia in cui il Pd deve tornare a vincere. E ora può farlo.

dal Ciwati

martedì 9 febbraio 2010

Cos'e' una campagna efficace?


Vuoi vedere che Rimini e Bologna voteranno insieme per il Comune?


Vogliamo dirne due anche su Bologna o no? Direi di si', se no sembra che censuriamo...

Allora, rassegante le dimissioni da Del Bono scatta il panico. I "colonnelli di ferro" che erano al Comune (eletti meno di anno fa, e' bene ricordarlo) vedono un futuro poco roseo per loro a Palazzo D'Accursio (si torna votare con una base inferocita contro i vertici, come dappertutto), ma c'e' la manzoniana provvidenza che manda le regionali proprio qui e ora. E allora via. Tutti a scappare (come i topi) dal Titanic per aggrapparsi alle scialuppe di Vasco "il migliore" Errani. Per Merighi (vice sindaco, potentissimo) e Cevenini (quello che e' sempre allo stadio con la Menarini e Berselli e recordman di preferenze) candidati alla regione e' cosa fatta. Gli altri uomini (e donne) forti dell'apparato a sgomitare come massaie nell'assalto ai forni (sempre manzoniani, s'intende). Le candidature definitive si sapranno solo oggi, ma la musica e' questa.

Dimenticavo, il tutto e' avvenuto con la ratifica delle (attenzione attenzione...) "consultazioni telefoniche". Poi dice che la "gente" la prende male...

E'vero che l'aspetto positivo c'e' e l'analogia con Rimini pure. Alla corsa per il Comune, che pare potra' essere concomitante proprio con quella di Rimini (2011), bisognera' presentare (almeno...) la vetrina nuova, proprio perche' la base accusa i vertici di aver avvelenato i pozzi, ovunque. Ecco allora che e' "meglio" (si fa' per dire) che quanto piu' possibile dell'antico gruppo dirigente trovi nuovi lidi (magari senza spaccature, quindi ben venga che se ne vadano in regione e bona le'...). Ovviamente il passaggio chiave restano i congressi provinciali della prossima primavera dove, o si fa' un PD nuovo (dice Federico Enriquez un PD di "sintesi tra la discussione politica e il comune sentire della gente") o si va casa. Tutti. A Bologna come a Rimini.

Chiaro, no?
P.S. Aggiungiamo che da oggi anche a Rimini abbiamo il nostro "assessore-gate".

A passo d’uomo


di Alberto Rossini

Ben venga l’iniziativa organizzata dal Circolo PD Tre Martiri-Centro storico “O le auto o lui”, eppure non posso far a meno di notare, e vi chiedo scusa, che in realtà non dovremmo limitarci al Duomo. Si perché in Italia, ma Rimini primeggia, ormai siamo arrivati al punto in cui si deve dire “o le auto o noi”. E’ proprio così le auto non ci stanno proprio più da nessuna parte. I veicoli a Rimini sono 843 ogni 1.000 abitanti, una media più alta di quella nazionale. In totale sono oltre 240.000, a cui vanno aggiunti i famosi cinquantini, veloci, scattanti ma particolarmente inquinanti perché quasi tutti a due tempi.
Così non è il Duomo ad essere a rischio e invaso, ma tutto il centro storico, la zona mare d’estate e ogni angolo della città. Senza auto non si può stare ma con le auto non si può vivere.
Se anche le auto fossero tutte a metano o elettriche (ma questo comunque creerebbe inquinamento da un'altra parte) il problema non sarebbe risolto. Poiché è ormai lo spazio che manca.
A Roma, a Milano come a Rimini.
Decidere che città vogliamo per il futuro è anche ragionare di questo. Lo so che gli organizzatore dell’incontro lo sanno, ma lo sottolineo perché ormai, ripeto, non è più questione di isole pedonali, ma di vivibilità.
Quando si discute dei posti di lavoro della Fiat, e concludo, anche di questo dovremmo tenere conto.
Insomma vorrei potere camminare in centro e non solo, a passo d’uomo.

lunedì 8 febbraio 2010

E la "gente" non e' stupida: primarie disertate


Umbria. I balletti, le pugnalture alle spalle, ex DS contro ex Margherita, veltroniani e franceschiniani... Risposta? Alle primarie bluff la gente non partecipa. Dicevamo che una generazione ha fallito...

Che la festa cominci


- Dal liceo non sei cambiato di una virgola. Sempre ossessionato da ‘ste figure di merda.Come se ci fosse qualcuno che sta sempre a giudicarti. Te lo devo spiegare io? Tu fai lo scrittore e a certe cose dovresti arrivarci da solo.
Fabrizio si girò spazientito verso il suo ex compagno di scuola:
- Cosa? Di che parli?
Bocchi sbadigliò. Poi gli prese la mano.
- Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n’è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? – indicò la massa che applaudiva Chiatti. – Ci ricopriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio-. Si alzò in piedi barcollando. Allargò le braccia come a mostrarsi a tutti, ma gli girò la testa e si dovette sedere di nuovo. – Io mi sono specializzato a Lione con il professor Roland Chateau-Beaubois, ho la cattedra a Urbino, sono un primario. Secondo i vecchi parametri sarei una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco delle sulle debolezze di quattro carampane, eppure non è così. Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale e in ogni cazzo di trasmissione medica.
Da "Che la festa cominci" di Niccolo' Ammaniti

Enriques: "Una generazione ha fallito"


di Oreste Pivetta
Federico Enriques è presidente e amministratore delegato della Zanichelli, casa editrice e storico luogo bolognese di produzione culturale. Bologna vive momenti assai turbolenti, dopo le dimissioni del sindaco.

Giusto dimettersi? «Purtroppo sì. Delbono è rimasto schiacciato da quello che si potrebbe definire un vero e proprio agguato mediatico. Ma sarebbe stato meglio non prestare il fianco. Comunque, per la massima chiarezza, dirò che proprio quel giorno ho preso la tessera del Pd».

Ha in testa il candidato ideale? Dovrebbe essere bolognese doc? «Ho sentito circolare nomi di ottime persone. Bolognese? Mi è indifferente. Credo che non valgano regole a priori. Credo che non si possa dire: abbiamo fatto una certa scelta una volta, ci è andata male, non ripeteremo l’errore. Con la Bartolini si è perso: allora, mai più donne? Con Delbono è finita così: allora, mai più professori universitari? Non mi sembra il caso…».

Sta di fatto che qualcosa talvolta non è andato per il verso giusto… «Mi pare che Walter Vitali abbia colto il punto: una generazione – e non se ne fa questione di età – ha dato cattiva prova in una delle funzioni fondamentali per un gruppo dirigente: scegliere le persone giuste».

Ma al di là di quella “cattiva prova” generazionale, ci saranno ragioni più profonde di tante incertezze che si sono avvertite negli ultimi anni nell’intero schieramento di sinistra? «Non so perché sia andata così. Forse per un deficit di democrazia, forse per l’opposto, un eccesso, quasi una indigestione di democrazia. Mi viene in mente la storia di un naufrago, letta in un romanzo della mia infanzia: salvato, ha avuto da mangiare e da bere e ha mangiato e bevuto così tanto da rischiare la morte per indigestione».

Capitava agli scampati dei campi di sterminio… «Così che è capitato che un partito non troppo abituato alla democrazia, si sia lasciato travolgere da un eccesso di democrazia, magari solo formale, da regole insomma… Meglio sempre che morir di fame e di sete».

Manca un po’ di centralismo democratico?«Manca la sintesi tra la discussione politica e il comune sentire della gente. Bisogna incontrarla la gente e non mancheranno le sorprese".

Ma questa sinistra quali programmi dovrebbe sostenere?«Francamente non vorrei sentire parlare di “progetto” o di “idea di città”. Preferirei che si individuassero due tre temi e che si enunciassero due o tre obiettivi molto precisi. Non promettere tutto, ben sapendo che si può mantenere ben poco. Vorrei, in linea generale, che non ci si vergognasse di dar prevalenza all’interesse pubblico rispetto a quello dei privati…».

Non dovrebbe essere sempre così? «Certo. Ma in passato ci siamo lasciati prendere la mano dalle esternalizzazioni a cascata, affidare ai privati insomma ciò che sarebbe spettato al pubblico, un modello scivoloso e pericoloso, frutto di una cultura privatistica ormai vecchia di un decennio».

Vorrebbe l’Udc? «Mi sembra abbastanza difficile. Ma non sarebbe sbagliato».

domenica 7 febbraio 2010

Presidio in p.zza Cavour di sabato scorso

Primo Marzo 2010 un giorno senza di noi, tutti!
“24 ore senza noi”, questo lo slogan per la mobilitazione del Primo marzo 2010, un’iniziativa che vedrà la realizzazione di una grande mobilitazione di carattere nazionale ed europeo per far capire quanto l'apporto dei migranti sia importante per la nostra società ma anche per condannare e respingere, il razzismo di ogni tipo.














Nelle foto Filippo e Manila (intervistata da Icaro TV) durante la promozione del comitato "1 marzo" a sostegno dello sciopero degli immigrati.

Delitto perfetto in Italia


"Gli italiani non hanno ragione di aver paura dell’immigrazione. Ma non sbagliano ad aver paura. La vita in Italia fa paura. Anche i turisti stranieri ne hanno, e infatti vengono sempre meno. Soltanto, sulle vere cause sono meglio informati di noi, manipolati dai media di corte. Quello che dovrebbe davvero far paura è l’illegalità di massa di noi italiani, non degli immigrati. In Italia si rischia la vita anche soltanto ad attraversare le strisce pedonali, perché l’automobilista, invece di fermarsi, accelera per non farti passare. Si rischia sulle strade e si rischia sul posto di lavoro: abbiamo i più alti indici di mortalità d’Europa, perché i soldi della manutenzione delle strade se ne sono andati in mazzette e delle norme di sicurezza tutti se ne infischiano. Quattromila comuni italiani sono a rischio idrogeologico, ma si costruisce ovunque, nei greti dei fiumi, sulle pendici dei vulcani, su terreni franosi, si costruisce sulle sabbia e con la sabbia, senza regole, in attesa del condono, inevitabile come la successiva strage. Le scuole pubbliche italiane, per il 90%, non sono a norma. Ogni anno ci sono dodicimila frane, mille piene di fiumi, tre catastrofi al giorno: fatalità? Si muore per il disprezzo delle leggi. I limiti di velocità sono un optional, i controlli sui tassi di alcol e droga chimere. “Il delitto perfetto in Italia” mi dice un magistrato, “è aspettare uno sotto casa e investirlo con l’auto. Al massimo ti danno una lieve pena e con la condizionale sei subito fuori”. Lo scandalo diventa tale soltanto se l’assassino al volante non ha il passaporto italiano."


Da "La bolla" di Curzio Maltese

sabato 6 febbraio 2010

Calcio e Africa


Cominciamo con un'ammissione: questa ventisettesima edizione di Coppa d'Africa non è stata certo indimenticabile. Si può e si deve dire, anche se Eurosport ha investito moltissimo nella promozione di questo evento che era e resta un fiore all'occhiello della produzione del nostro canale. Ma come in tutte le cose che si ripetono con cadenza costante, ci sono annate migliori e annate peggiori. E questa del 2010 è stata obiettivamente molto mediocre. Comincio dall'aspetto che mi ha maggiormente impressionato negativamente. La pessima gestione della vicenda dell'assalto terroristico alla nazionale del Togo a Cabinda, dimenticato troppo presto, come spesso accade in eventi di sport o spettacolo che devono continuare a dispetto di notizie drammatiche. C'è chi ha criticato l'organizzazione del Togo, e la sua improvvisata trasferta in pullmann. Ma credo che a uscire peggio da questa vicenda è la CAF. C'è modo e modo per valutare le cose e prendere le decisioni importanti: e la Federazione Africana ha scelto quasi sempre quello sbagliato. Prima minimizzando l'accaduto, poi chiedendo al Togo di giocare nonostante il lutto nazionale del paese colpito dall'attentato, poi rifiutandosi di trovare una soluzione 'morbida' per favorire l'inserimento in corsa della nazionale rendendo ancora più rigido e insanabile il rapporto diplomatico. Ma l'esclusione del Togo dalle prossime edizioni del campionato continentale come sanzione per il ritiro è qualcosa di folle e sconcertante. In questa edizione sono mancate le stelle: Eto'o e Drogba non pervenuti, Essien infortunato quasi subito, Adebayor non ha nemmeno giocato. L'impressione è che Eto'o e Drogba, i due giocatori simbolo, quelli sui quali si è concentrata quasi tutta la comunicazione promozionale dell'evento, avessero davvero troppa pressione addosso. Forse le responsabilità con il proprio club, forse la vicinanza di un mondiale imperdibile, forse l'essersi calati in una realtà nazionale che non li rappresenta più completamente non li ha aiutati. Ma è indiscutibile che in questa edizione sia mancato il fuoriclasse. L'elemento dominante è stato infatti il collettivo: l'Egitto gioca e vince con una squadra consolidatissima e collaudata costruita intorno a tanti veterani di grande esperienza e con qualche inserimento di giovani che non muovono un passo fuori dai confini senza il consenso del CT Shehaata, da sei anni alla guida della nazionale, probabilmente l'uomo calcisticamente più influente del paese. Il Ghana, considerato il Brasile d'Africa, privo per scelta o per sfortuna di alcuni dei suoi migliori giocatori (Muntari, Appiah ed Essien) ha zittito le proprie individualità puntando su un gioco molto accorto e poco spettacolare. Persino i ragazzini del Mondiale Under 20, quelli che proprio in Egitto avevano dato spettacolo vincendo il primo titolo 'africano' nella storia di questa competizione, integrati a piene mani, si sono limitati al compitino al servizio del collettivo snaturando alcune delle loro migliori caratteristiche. Del torneo ricordo solo tre partite davvero divertenti, almeno quanto folli: il pareggio per 4-4 tra Angola e Mali all'esordio, la vittoria dell'Algeria sulla Costa d'Avorio e quella dell'Egitto sul Camerun nei quarti. Le squadre che a mio avviso avevano divertito di più, Zambia e Nigeria, sono uscite immeritatamente: la prima nei quarti, e solo ai rigori, per mano della seconda mentre la Nigeria è stata ingiustamente penalizzata nella semifinale contro il Ghana al termine di una partita dominata. Quello dei portieri africani poco affidabili è uno stereotipo banalotto e anche un po' razzista: ma devo dire che in questa edizione né Kameni né il celebratissimo El Hadary sono indenni da colpe mentre a Kapango (Mozambico) e Mweene (Zambia) va la palma degli errori più grotteschi. La formula dell'accesso ai quarti che privilegiava gli scontri diretti ha ridimensionato la spettacolarità della manifestazione, partorendo qualche mostro: come il pareggio-biscotto tra Angola e Algeria che ha eliminato il Mali. Solo nel Gruppo D l'incertezza ha prevalso: in tutti gli altri tornei già si sapeva, o si poteva immaginare, come sarebbe andata a finire. E, per concludere, così come le stelle più attese di questa Coppa d'Africa, nessuna delle squadre che vedremo al mondiale ha particolarmente convinto. Del Ghana snaturato si è detto; ma si può aggiungere di una Nigeria, al di sotto delle aspettative e dignitosa solo in semifinale, di un'Algeria ancora distratta dalla qualificazione al Sudafrica e di Camerun e Costa d'Avorio che hanno forse riservato proprio al Mondiale le proprie aspettative e risorse maggiori. Tra le semifinaliste vince l'unica squadra che non andrà in Sud Africa: l'Egitto. E vince senza nomi clamorosi o straconosciuti. Solo quattro giocatori tra i Faraoni giocano fuori dal proprio paese, e solo uno (Zidan) è impegnato in uno dei maggiori campionati d'Europa (Bundesliga, nel Borussia Dortmund) mentre il capocannoniere e match winner del torneo, Gedo, è un sideliner d'eccezione. Pronto a entrare dalla panchina per irrompere nel boxscore. Incassiamo i valori di questa edizione senza spellarci le mani in attesa che l'Africa torni a stupirci, in fondo le chiediamo solo questo. E in questa edizione lo stupore ha lasciato spazio a qualche amarezza e a davvero poca spettacolarità. Questi i giudizi dei nostri commentatori, Stefano Eranio e Sandro Scanziani, sulla finale tra Egitto e Ghana e sulla 27esima edizione della Coppa d'Africa.