lunedì 30 novembre 2009

A proposito di innovazione


Segnalo questa notizia partendo dal fatto che qualche settimana fa sui nostri quotidiani aveva tenuto banco la polemica sulla mancanza di taxi in occasione di un’importante fiera. Gli albergatori si erano lamentati, i tassisti hanno replicato che è colpa del traffico. Di concedere nuove licenze, nonostante le lenzualate neppure se ne parla. Ma ci sono altre soluzioni, certamente costose, ma di un livello più alto. Hanno a che fare con un modo diverso di immaginare il futuro. Sono un esempio di innovazione, per l’appunto.

Alberto Rossini

Il futuro a Londra è già arrivato. Nell’aeroporto di Heathrow è iniziata la sperimentazione dei primi taxi senza conducente, un modo rivoluzionario di intendere il trasporto che fino a poco tempo fa sembrava esclusivamente frutto della fantasia di qualche cineasta di fantascienza. I veicoli futuristici – come rivela la BBC – trasporteranno i passeggeri dal parcheggio dell’area business al Terminal Cinque (15 milioni di passeggeri l’anno) in meno di cinque minuti. Le vetture senza conducente sono nate da un’idea del professor Martin Lowson da Bristol, che ha sviluppato e studiato il sistema per 15 anni. Pensati per accelerare i tempi di trasporto e come soluzione futura al congestionamento dei centri urbani, i taxi del futuro potranno trasportare fino a quattro passeggeri, bagagli inclusi, e raggiungere una velocità di 40 chilometri orari. I mezzi si muovono su una monorotaia ed utilizzano una serie di sensori di posizione e un controllo centrale computerizzato. La propulsione è elettrica. Il modello in funzione si chiama Ultra. Per saperne di più: http://www.youtube.com/watch?v=7PyUQuWmt2M&feature=player_embedded

domenica 29 novembre 2009

Sempre sul conto-terzi




Da quel che raccontava ieri la Stampa, la questione degli organi del PD è ancora più deprimente di come sembrava (con rispetto parlando per Orfini “ragazzo colto e sveglio”: meglio un cooptato capace che un gavettaro fesso).
E che dire di Penati? Ricordiamolo: candidato sconfitto (dopo un mandato) alla privincia di Milano a giugno, ma coordinatore nazionale della mozione Bersani, ora "ricompensato" come candidato (sconfitto in partenza) in Lombardia. Allora basta dirlo: non vogliamo vincere in Lombardia.

Libermente adattato da Wittgenstein

sabato 28 novembre 2009

Per non farci distrarre


A Il Giornale le lettere minatorie con le stelle a cinque punte, in mancanza d’altro, se le scrivono da soli.
Francesco Guzzardi, giornalista genovese del Giornale, aveva ricevuto nei giorni scorsi una lettera minatoria da parte delle Brigate Rosse. Ora salta fuori che se l’era scritta e inviata da solo, dice la Digos.

venerdì 27 novembre 2009

Lo stereotipo del camice bianco



Il quadro disegnato da Alberto sull’impellenza dell’implementazione di elementi di ricerca e sviluppo nel nostro tessuto produttivo sono inoppugnabili. Poca innovazione e pochi investimenti portano poco lontano.
E’ comunque necessario affrontare l’approccio a cui piccole e medie imprese sono costrette su questo fronte. In particolare, bisogna chiarire cosa si intende per ricerca & sviluppo in gruppi industriali di grosse dimensioni e cosa si intende in aziende medio-piccole, perche' fatalmente la differenza c'e'.
La produzione industriale, novecentesca, manifatturiera, sempre più tecnologizzata arrivò, per competere, a spingersi fino alle soglie della scienza (e anche oltre). Ci arrivò per nuovi materiali, per nuovi prodotti, per nuovi mercati (gli esempi sono infiniti). Tutt’oggi l’iconografia della ricerca e sviluppo si rifà al camice bianco che in un laboratorio compie una ricerca applicata al prodotto nuovo (per tanti, non si discosta molto dalle immagini dell'MI5 nei film di James Bond). E’, credo, ovvio come una struttura su tale falsa-riga rappresenti, per quasi tutte le attività produttive di dimensioni medio-piccole, un lusso o quasi: nel senso, che non producendo nell’immediato un valore aggiunto, rischia di non essere nelle priorità di tante aziende, soprattutto di quelle il cui fatturato ha una dipendenza molto stretta con la quantità di mano d’opera impiegata.
E’ però altrettanto vero che sarebbe necessario focalizzare l’attenzione dell’innovazione su tutta un’altra serie di fasi produttive che generano, allo stesso identico modo della richerca & sviluppo intesa in senso canonico, sia valore aggiunto (ma in tempi piu' brevi), sia know how.

Intendo dire che l’innovazione applicata, ad esempio, al ciclo produttivo (e non al prodotto in se')o alla gestione della rete di vendita, all’approvvigionamento o alla logistica, magari non incontrano i favori dell’immaginario collettivo (e forse anche di troppi sedicenti esperti...), ma costituiscono un fattore di sviluppo che ha l'enorme vantaggio, rispetto all'innovazione di prodotto (che e' invece fatalmente esposta al rischio della riproducibilita'), di non essere immediatamente replicabile dalla concorrenza.

Tre esempi.

1) Chi e' sufficientemente attempato come me, non fatichera' a ricorare come tra gli anni settanta e gli anni ottanta tutti i settori tecnologicamente avanzati furono aggrediti dalle industrie giapponesi. Dagli orologi alle televisioni, dall'industria pesante (macchine utensili, da legno ecc...) all'automazione fino alle automobili, lo schema che si riproponeva era lo stesso: replica del prodotto "occidentale" (ma non del marchio!) a prezzi imbattibili, il tutto senza far leva sul basso costo del lavoro. Tutt'altro.

La chiave di volta era diventata l'organizzazione del lavoro. La rivoluzione giapponese del settore manifatturiero era fatta certamente di molti fattori (molti dei quali di ordine sociale e culturale), fatto sta che oggi tutte le industrie hanno adottato quei concetti fortemente innovativi, dal toyotismo al controllo di qualita', che portarono il Giappone a dominare il mercato per molti anni. E' solo un esempio (e ce ne sarebbero decine) per sottolineare come innovazione puo' voler dire molto altro rispetto all'idea dei "camici bianchi".

2) E' di questi anni l'innovazione commerciale introdotta dai produttori di caffe'. Identificato, come per molti settori, l'anello debole della propria attivita' nel doversi necessariamente servire della grande distribuzione e volendo, di conseguenza, trovare un sistema altrenativo, ora il caffe' per uso domestico sta vivendo la stagione delle cialde e della consegna a domicilio (con tanto di concessione in uso gratuito della macchina espresso...). Non e' vendita porta a porta (come avveniva, per altro con dubbi risultati, con le enciclopedie anni fa...), ma una rete gestita direttamente sul territorio.

E' un esempio di innovazione di carattare commerciale (come ce ne sono certamente molti altri!) di un'innovazione che non e' ne' di prodotto e ne' di ciclo produttivo, ma allo stesso modo efficace.

3) Nella stessa direzione va lo straordinario esempio fornito dai gruppi di acquisto solidale (gli ormai celeberrimi GAS) che proprio a Rimini hanno raggiunto le dimensioni di leader nazionale. L'esempio e' doppiamente importante perche' tale innovazione commerciale affronta il problema di bypassare la grande distribuzione (con conseguente politica di prezzo!) e lo fa' in un settore in cui per troppo tempo la ricerca & sviluppo (per mano di gigantesche compagnie per le quali la ricerca in senso canonico e' stata una vera miniera d'oro) ha svolto il ruolo perverso dell'introduzione sul mercato delle manipolazioni genetiche e delle rese produttive, mentre i GAS reintroducono sul mercato prodotti non solo tipici, ma autoctoni, biologici e di produzione locale. Quale rivincita per chi a suo tempo ci ha creduto, soprattutto in un settore, quello agro-alimentare, atavicamente meno attrezzato di altri in campo commerciale!

Certo, la scala del fenomeno e' ancora embrionale, non e' certo in grado di risolvere il problema dell'intero comparto, ma nulla vieta che la crescita del fenomeno possa, sotto una guida di alto profilo, raggiungere dimensioni critiche.

E si potrebbe continuare con gli esempi. Pensate che un gruppo enorme come Unicredit, per citare una delle aziende riportate da Alberto, siccome opera nel settore bancario, non faccia ricerca e innovazione? Ovviamente la fa' (eccome...), ma ben lontana dall'idea iconografica della ricerca canonicamente scientifica.

Personalmente, lavorando tutti i giorni in un reparto di ricerca & sviluppo di una brillante azienda locale manifatturiera (genere in via d'estinzione), voglio sottolineare come, pur impiegando sempre personale di alto (a volte altissimo) profilo, l'innovazione e' spesso lontana dallo stereotipo "laboratoristico" di cui all'inizio. Certamente, in Emilia Romagna non manca chi lavora con una vera ricerca scientifica applicata di laboratorio (penso a chi lavora sulle nanotecnologie o nel farmaceutico), ma lo scarto culturale (e la scarsa esperienza di troppi sedicenti esperti) sull'argomento e' piu' di quello che si immagini.

giovedì 26 novembre 2009

No, no. Non era conto-terzi...


Esce Vendola, entra Emiliano. Il vero commissario tecnico della Nazionale democratica è Massimo D'Alema (per chi ancora non lo avesse capito). E mentre Bersani convince Filippo Penati (sconfitto alla provincia di Mialno a giugno, ma coordinatiore nazionale della sua mozione...) a candidarsi in Lombardia, D'Alema si occupa di Piemonte e Puglia. A Mercedes Bresso (che nel frattempo si è portata avanti) ha già fatto sapere che comprende le sue «legittime aspirazioni», ma l'Udc non la vuole e quindi è il caso di pensarci su. A Nichi Vendola, poi, ha mandato un messaggio ancora più chiaro: in Puglia c'è Emiliano, appena rieletto sindaco e pronto a candidarsi a presidente. Lo scrive oggi la Stampa. Si faranno le primarie, perché Vendola non intende fare un passo indietro. E chissà che Vendola non si imponga nuovamente contro il candidato di D'Alema (cinque anni fa, andò così, con la vittoria dell'attuale presidente su Francesco Boccia). Sullo sfondo l'alleanza delle forze meridionaliste per il Sud. Tutto chiaro. Fin troppo.

La squadra


Lo schema del gruppo dirigente proposto dal "commissario tecnico" Bersani è complesso (troppo). C'è la segreteria di «giovani già sperimentati» (dodici membri), i dipartimenti (quindici), il comitato politico (venticinque), le aree (non pervenute), la direzione nazionale. Qualcuno, sommessamente, inizia a rimpiangere il governo ombra. L'impianto è unitario, ma solo fino ad un certo punto, perché quello che conta - al di là della retorica - se l'è tenuto la maggioranza. Migliavacca («molto sperimentato») coordinatore della segreteria, Penati a dirigere il caminetto (che con l'occasione diventa una ciminiera: del resto, l'impostazione è industrialista). La squadra la trovate qui, perché è passato un mese dalle primarie e non vediamo l'ora di iniziare a fare un po' di politica. Per le alleanze inizia, invece (come prevedibile), la via crucis.

mercoledì 25 novembre 2009

Un Paese bloccato


Recentemente è stato pubblicato uno studio in cui si evidenziano le mille imprese che in Europa hanno investito di più in ricerca e sviluppo. Vorrei usare i dati che emergono per capire come stiamo in termini di capacità competitiva. In Italia ci sono 57 imprese che fanno parte del gruppo. La prima è la Fiat, ma ci sono Telecom, Eni, UniCredito o Lottomatica ed anche Aeffe, Geox e Barilla, solo per citarne alcune. Più interessante è il confronto con gli altri Paesi: in Olanda le imprese che compaiono in questa classifica sono 58. In Svezia sono 70. In Finlandia 58, in Danimarca 47, in Belgio 39, in Austria 32. Insomma Paesi con un numero di abitanti inferiori o decisamente più piccoli dell’Italia risultano alla pari o addirittura ci superano. Se passiamo al confronto con i nostri concorrenti più diretti la situazione peggiora. In Francia queste imprese sono 125, la Germania è rappresentata da 209 aziende, il Regno Unito da 247. Solo la Spagna fa peggio di noi e ne ha solo 21. Insomma non siamo messi bene. Sarà forse anche vero che la crisi da noi ha morso meno che altrove ma il problema è che la ripresa, o meglio ancora, l’uscita della crisi ci vedrà inevitabilmente più deboli poiché il tasso di innovazione delle nostre imprese è medio basso. E’, in ogni caso, decisamente più basso rispetto ai Paesi con cui dovremmo confrontarci. Il problema è che da noi si investe troppo poco in ricerca e sviluppo e questo segna la differenza ed il ritardo, con le economie degli altri Stati.
Emerge sempre di più che siamo un Paese bloccato. Certamente non possiamo contare sul basso costo del lavoro e quindi dovremmo essere capaci di avere servizi di qualità alta e imprese, pubbliche o private non fa differenza, capaci di innovare. Però né lo Stato né i privati investono. l’Università che dovrebbe essere il punto di eccellenza della ricerca ogni anno vede ridursi i fondi a disposizione, mentre partendo da una situazione di handicap dovrebbe avvenire l’esatto contrario. La riforma universitaria si è fatta sulla base dei soldi e non su una idea del futuro. Gelmini docet, purtroppo. l’Italia si dimostra debole, spendendo davvero poco per ricerca e sviluppo, solo l’ 1% del PIL ovvero la metà della media europea, 1/3 di Giappone e Corea del Sud, ed un quarto di Svezia, Finlandia, e Islanda.
Nella classifica dell’ente europeo per i brevetti (European Patent Office) l’Italia occupava nel 2002 la 12° posizione nell’UE a 15 Stati (74 domande per milioni di abitanti, contro 133 del Regno Unito, 145 della Francia, 309 della Germania, 211 della Danimarca e 337 della Svezia). Continuando su questa linea andrà sempre peggio ed il nostro divario aumenterà. Il lavoro sarà sempre più dequalificato e i nostri figli si dovranno adattare a lavori che con i loro studi non avranno nulla a che fare oppure dovranno fare la valigia, come oggi scrive su Affari e Finanza Guidalberto Guidi di Confindustria.
Non vorrei fare discorsi generici, allora guardiamo cosa accade a casa nostra. La provincia di Rimini ha un numero di imprese molto alto rispetto agli abitanti, ma le imprese che partecipano a bandi europei sull’innovazione sono davvero molto poche, lo faceva notare la CNA qualche giorno fa. Il tasso di internazionalizzazione è tra i più bassi della Regione 1,4% contro la media dell’8%. Del resto non potrebbe essere diversamente visto che la stragrande maggioranza delle imprese è formata da 1 a 3 addetti. In Emilia Romagna la provincia di Rimini ha il primato del maggior numero di imprese rispetto alla popolazione residente, accompagnato dal minor numero di aziende sopra i 100 dipendenti. Sei imprese su dieci non superano la soglia dei 10 addetti, addirittura la metà non occupa più di 5 addetti. Le imprese sopra i 100 dipendenti occupano il 15,7% del totale degli addetti contro una media regionale del 27%.
Al di là dei numeri vorrei sottolineare che il tema che dovremmo affrontare è quello dell’innovazione che passa necessariamente dalla possibilità di fare ricerca e sviluppo. Le imprese di piccole dimensioni e quelle familiari da sole non possono farcela e quindi occorre che la mano pubblica intervenga, progetti e coordini, facendo da apripista con investimenti, proposte, interventi. In Emilia Romagna in parte tutto questo si sta già facendo, penso agli investimenti per i Tecnopoli, ovvero i centri di ricerca applicati che sono in fase di avvio e che con Moda e Ambiente riguardano anche Rimini. La formazione per i neo laureati e per gli occupati da noi funziona e produce risultati positivi. Eppure non basta, dobbiamo fare di più. La politica deve mettere al centro della propria riflessione questo tema e declinarlo rispetto alle specificità del nostro territorio a partire dal turismo e dai servizi e dalla relazione tra Università e mondo imprenditoriale.
Mi pare che siano temi decisivi per il futuro che anche il dibattito pre-congressuale dovrebbe assumere come propri, per pensare alla città futura e non solo al giorno per giorno…
Alberto Rossini

martedì 24 novembre 2009

Varosha, da meta dei vip a città fantasma


Sulla spiaggia di Varosha, quartiere della città cipriota di Famagosta, sono passati Liz Taylor, Richard Burton, Raquel Welch e Brigitte Bardot. Era una delle mete mondane degli Anni 70 e oggi rimangono solo rovine, polvere e alberghi vuoti. Varosha è tristemente nota come la "città fantasma": uno scenario surreale e silente che dal 1974 accoglie chi si avvicina fino alle recinzioni in ferro spinato erette in seguito all'occupazione dell'area da parte dell'esercito turco. Varosha era il quartiere greco-cipriota di Famagosta, oggi città della Repubblica turca di Cipro Nord, abitato da oltre 15mila persone. Tutti fuggiti per salvarsi all'attacco dei turchi. Nonostate le pressioni e le petizioni internazionali, le Nazioni unite, presenti sull'isola dal 1974, non sono ancora riuscite a restituire il quartiere agli ex abitanti. I turchi promettono di riaprirlo entro il 2010 ma non parlano di restituzione. "Vorremmo riavere la nostra principessa addormentata - spiega l'ex sindaco in esilio, Alexis Galanos - e trasformarla di nuovo in una regina". Ma per altri la Varosha fantasma è un esempio unico al mondo: il giornalista statunitense Alan Weisman ne parla nel libro "Il mondo senza noi" sostenendo che ciò che l'uomo costruisce diventa inutilizzabile dopo 25 anni di abbandono, ma lascia rivivere la natura: sulle spiagge deserte di Varosha sono tornate a nidificare le tartarughe marine.


N.B. Tranquilli, la foto non e' l'Hotel delle Nazioni di San Giuliano mare...

lunedì 23 novembre 2009

La finanza, i governi e la fame nel mondo


Questo articolo è sicuramente intressante e la dice lunga sui molti retorici richiami all'etica nell'economia e nella politica.Non c'è niente da fare l'interesse prevale sempre. A proposito che fine ha fatto la grande riforma del sistema finanziario?
L'indice di Borsa a New York è arrivato a quota 10.000 cioè ha superato persino i livelli pre crisi. Aspettiamo impazienti la prossima crisi, i prossimi annunci, le prossime dichiarazioni sul mercato cattivo e la necessità delle regole...

Alberto Rossini

Nel mondo gli individui che patiscono la fame hanno superato il miliardo, quando appena due anni fa erano 850 milioni. Volendo trovare un merito alla Fao, riunitasi a Roma per discutere di sicurezza alimentare, si può dire che nel 2007 aveva visto giusto, quando affermò che in seguito alla crisi finanziaria oltre 100 milioni di individui avrebbero presto raggiunto le file di quelli che ogni mattina si chiedono se troveranno qualcosa da mangiare prima di notte. Ma a parte questa piccola soddisfazione, il vertice romano ha dimostrato quanto siano impotenti le organizzazioni umanitarie come la Fao nei confronti dei governi del mondo. A loro degli affamati importa poco: votano di rado, e sono dei pessimi consumatori.Il gran numero di affamati non dipende da una scarsa disponibilità di cibo, bensì dalla povertà. Per più di mille milioni di persone il cibo è una risorsa inaccessibile perché il loro reddito non basta a comprare le 2.500 calorie giornaliere necessarie. I governi del mondo, chi più chi meno, hanno direttamente contribuito ad accrescere la inaccessibilità del cibo sia con le politiche agricole e commerciali di lungo periodo, sia con quelle finanziarie degli ultimi anni. Un passo decisivo in tale direzione è stato compiuto giusto nove anni fa. Pochi giorni prima del Natale 2000 il presidente Clinton firmava una legge sulla Modernizzazione dei Derivati nel settore delle Merci - incluse le derrate alimentari. La legge sottraeva quasi totalmente i prodotti finanziari derivati, ivi compresi i contratti a termine o futures, al controllo delle commissioni competenti, e apriva la porta alla proliferazione forsennata dei derivati scambiati al di fuori delle borse. Il loro valore nominale ha superato nel 2008 i 700 trilioni di dollari - dodici volte il Pil del mondo. A inizio 2006 la valanga dei derivati non regolati si è abbattuta sulle derrate alimentari. Fondi comuni di investimento, fondi pensione, fondi protettivi (hedge funds) e altri investitori istituzionali in cerca di maggiori rendimenti hanno investito centinaia di miliardi di dollari in derivati che hanno come sottostante derrate alimentari, facendo crescere il valore di questi titoli. Con due risultati. Il primo è stato un enorme aumento dei prezzi internazionali di riso, grano, mais, soia, tra il 2006 e il 2008, poiché il valore dei derivati serve in genere da riferimento per i prezzi sui mercati alimentari. Dopo il picco dei primi mesi del 2008, i prezzi degli alimenti di base sono alquanto diminuiti, ma restano più alti del 30-100 per cento rispetto al 2006; né sono prevedibili per i prossimi anni altre apprezzabili riduzioni. Un altro risultato va visto nella ridistribuzione del potere tra i produttori e consumatori di derrate alimentari e le istituzioni finanziarie. Un rapporto dell´americano Istituto per l´Agricoltura e il Commercio, a marzo 2008 due della maggiori banche d´affari, Goldman Sachs e Morgan Stanley, avevano in portafoglio contratti a termine o futures per un totale di 1,5 miliardi di staia di grano (lo staio, o bushel, vale circa 36 litri e si usa di solito per misurare le granaglie). Nessun produttore o mercante del mondo ha mai avuto nei suoi silos una simile quantità di grano.Pertanto, se i governi volessero davvero combattere la fame nel mondo, avrebbero a disposizione uno strumento semplice ed efficace. Basterebbe vietare l´emissione e la circolazione al di fuori delle borse di derivati che hanno come sottostante alimenti di base. È quasi certo che in breve tempo i prezzi di questi ultimi scenderebbero di qualche punto, e parecchi milioni di persone in più riuscirebbero a sfamarsi. Infatti, per ogni punto percentuale in più o in meno del prezzo degli alimenti base, qualche milione di persone esce dal rango degli affamati, oppure vi entra.Allo scopo di ridurre del 50 per cento il numero di affamati entro il 2015, hanno detto i dirigenti Fao, occorrerebbero 44 miliardi di dollari l´anno. Né lo scopo né la cifra costituiscono una novità. Il primo fu enunciato a Roma nel 1996 nel Summit Alimentare Mondiale promosso dalla stessa Fao. Nel 2000 esso divenne parte degli Scopi di Sviluppo del Millennio varati in gran pompa dalle Nazioni Unite e sottoscritti da 190 paesi. Nel 2003 sempre la Fao propose un Programma Anti-Fame a doppio binario che andava nella stessa direzione. Arrivati al 2009, è ormai evidente che sarà impossibile ridurre della metà gli affamati entro il 2015 in vaste aree del pianeta che comprendono Africa Sub-sahariana, Asia meridionale, America Latina e Caraibi, più la parte asiatica della Federazione Russa. Il problema, naturalmente sono i soldi. Dieci più dieci meno, la cifra di 44 miliardi l´anno circola anch´essa da almeno un decennio. Dovrebbero fornirli i paesi più sviluppati. Nei summit precedenti essi hanno fatto finta di non sentire, o formulato promesse che non si sognavano nemmeno di mantenere. Durante l´ultimo summit romano hanno fatto finalmente chiarezza: non verseranno neanche un dollaro. Ci sono altre priorità. E qui, ammesso che la parola conservi ancora il significato di comportamento che suscita sdegno, siamo veramente allo scandalo. Perché 44 miliardi rappresentano appena lo 0,36 per cento, ossia un terzo di un punto percentuale della somma che i governi di Usa, Ue, Giappone e alcuni altri hanno investito in meno di due anni per salvare dal fallimento le loro istituzioni finanziarie. Secondo stime dell´Imf che risalgono all´agosto scorso, e quindi dovranno essere quasi certamente riviste al rialzo, i paesi del G-20 hanno infatti già speso, o si sono impegnati a spendere entro il 2011, circa 12 trilioni di dollari per far fronte ai guasti della crisi finanziaria. La cifra comprende iniezioni dirette nel capitale delle banche e di società industriali, acquisto di titoli invendibili sul mercato, sostegni alla liquidità e garanzie sul debito. Non si tratta solo di denaro dei contribuenti; in buona parte si tratta anche di denaro creato dal nulla dalle banche centrali. Le ragioni adducibili per salvare le istituzioni finanziarie sono molteplici e (quasi) tutte fondate. Ma che un sistema economico il quale trova o crea in meno di due anni 12 trilioni di dollari per le proprie finanze, per affermare poi al vertice di Roma che non dispone di un duecentosettantaduesimo (1/272) di detta somma all´anno per porre al riparo dalla fame un miliardo di persone, induce a pensare che da qualche parte esso abbia qualcosa di profondamente sbagliato.

LUCIANO GALLINO 20-11-2009

Facebook o muerte


Dove: Universita’ degli studi di Milano

Chi: Corso di laurea in Scienze Politiche, un centinaio di studenti.

Cosa: Seminario sui rapporti fra nuovi e vecchi media tenuto da Massimo Mantellini

Numero di mani alzate alla domanda: “Avete/Usate…”

“Avete un blog?”= zero

“Usate Friendfeed?”= zero

“Usate Twitter?”= zero

“Usate Facebook?”= tutti

domenica 22 novembre 2009

Fin qui, tutto bene


A corto di argomenti e dopo la figuraccia rimediata sull'acqua, tra accuse reciproche di essere dei veri «stronzi», non poteva mancare la campagna natalizia della Lega Nord. Andrea, che è uno bravo ed è uno cristiano, tra l'altro, non ne può più e lo dice. Per quanto mi riguarda, dopo aver pubblicato Regione straniera (che dovrei aggiornare, perché nelle ultime due settimane c'è stata una vera escalation, tra White Christmas e Ambrogini contro i clandestini), sto pensando che forse il Pd, con Bersani «di persona, personalmente», dovrebbe andare a Coccaglio e in tutti i luoghi in cui il razzismo e la discriminazione stanno imperversando, anche attraverso l'assurda strumentalizzazione di simboli religiosi e schedatura confessionale degli individui. Povero Cristo. E poveri noi.
Ringraziamo Pippo Civati per la seganalazione del manifiestoe del testo.

La spiaggia libera di S.Giuliano


Riceviamo dal consigliere di Circoscrizione Marfo Brunori e volentieri pubblichiamo: il gruppo Ulivo della Circoscrizione n. 1 vuole aprire una discussione con l'Amministrazione Comunale ad oggetto: qualificazione della spiaggia libera di S. Giuliano. Ogni contributo e intervento è gradito.

Clima meno freddo



Il mancato accordo del vertice di Copenaghen potrebbe rivelarsi molto più utile alla lotta ambientale di un trattato che non sarebbe stato rispettato. Lo sostiene il più prestigioso blogger sulle materia ambientali, Dr. Romm. L'assenza di vincoli formali aiuterebbe il Senato degli Stati Uniti ad approvare una legge di riduzioni delle emissioni carboniche, il testo promosso da John Kerry e Barbara Boxer, mentre il maggior tempo a disposizione gioverebbe al Team Obama, che deve ricostruire una diplomazia ambientalista distrutta dal negazionismo scientifico di Bush e amici petrolieri. Eterogenesi dei fini, speriamo sia così.
Andrea Mollica

sabato 21 novembre 2009

Come evasori


La nota dell'Agenzia delle Entrate che segue specifica come il gli occupati italiani presso il principale datore di lavoro di Rimini e Provincia, cioe' la Repubblica di San Marino (5000 occupati circa), siano, a tutti gli effetti, evasori fiscali. La derisoria sanzione con cui si "scuda" (che bella parola...) il lavoratore e' la prova provata della discriminazione (se un residente in Italia lavora in Francia, in Germania o in Lussemburgo e' sufficiente che paghi le tasse laddove percepisce il reddito, e basta).

L’Agenzia delle Entrate ha emesso una nota in merito allo scudo fiscale, specifica per i frontalieri in genere e, quindi, anche per quelli della Repubblica di San Marino. “Tenuto conto che si tratta di disponibilità all'estero derivanti da redditi assoggettati a tassazione alla fonte e che, quindi, la mancata compilazione del modulo RW non intende ostacolare l'azione di controllo dell'Amministrazione finanziaria, questi soggetti possono regolarizzare la propria posizione fino al 2008 presentando una dichiarazione dei redditi integrativa completa del modulo RW pagando una sanzione minima pari a 26 euro”.

Gli stranieri in Italia superati dagli italiani all'estero


Gli stranieri in Italia superati dagli italiani all'estero.
Europa e America le mete preferite, si lasciano soprattutto il Sud e le IsoleIl 20% non ha migliorato la propria condizione o vive in condizioni disagiate
.

Gli italiani emigrati all'estero sono più numerosi degli immigrati stranieri in Italia e nel loro percorso di integrazione incontrano gli stessi ostacoli: la lingua, la burocrazia e la ricerca del lavoro. Il dato emerge dal "Rapporto Italiani nel Mondo 2009" realizzato della Fondazione Migrantes, che fa capo alla Cei, presentato stamattina a Roma. Partendo dai numeri, gli italiani residenti all'estero all'aprile scorso risultavano 3.915.767 (il 47,6% sono donne), mentre gli stranieri in Italia ammontavano a quella data a 3.891.295. La comunità italiana emigrata continua ad aumentare sia per nuove partenze, che proseguono, sia per crescita interna (allargamento delle famiglie o persone che acquistano la cittadinanza per discendenza). Chi parte lo fa soprattutto per ragioni legate al lavoro.

Le mete di chi emigra.
L'emigrazione italiana si concentra in prevalenza tra l'Europa (55,8%) e l'America (38,8%). Seguono l'Oceania (3,2%), l'Africa (1,3%) e l'Asia con lo 0,8%. Il Paese con più italiani è la Germania (616.407) seguito da Argentina (593.520) e Svizzera (520.713).

Da dove si parte.
Secondo il Rapporto, il 54,8% degli emigrati italiani è di origine meridionale (oltre 1 milione e 400 mila del Sud e quasi 800mila delle Isole); il 30,1% proviene dalle regioni settentrionali (quasi 600mila dal Nord-Est e 580mila dal Nord-Ovest); il 15% (588.717) è, infine, originario delle regioni centrali. Gli emigrati del Centro-Sud sono la stragrande maggioranza in Europa (62,1%) e in Oceania (65%). In Asia e in Africa, invece, la metà degli italiani proviene dal Nord. La regione che ha più emigrati è la Sicilia (646.993), seguita da Campania (411.512), Lazio (346.067), Calabria (343.010), Puglia (309.964) e Lombardia (291.476). Quanto alle province con più italiani all'estero, il record spetta a Roma (263.210), seguita da Agrigento (138.517), Cosenza (138.152), Salerno (108.588) e Napoli (104.495).

Uno su cinque non ce la fa.
Al Rapporto 2009 è allegata una ricerca realizzata con un gruppo di patronati attraverso interviste a nuovi e vecchi emigrati. La famiglia-tipo e formata da genitori e due figli. Chi è emigrato è riuscito a migliorare il proprio tenore di vita in tempi brevi e si dichiara "abbastanza soddisfatto del proprio lavoro", ma c'è un 20% che dichiara di non aver fatto progressi rispetto all'Italia o di trovarsi in situazione di disagio. I legami con l'Italia Dal sondaggio emerge che gli emigrati italiani leggono più la stampa italiana che quella locale. La nostalgia è mitigata dalle forme di organizzazione comunitaria (126 i Comitati italiani all'estero in 38 Paesi) e dal sistema dei media italo-foni: nel mondo sono state censite oltre 250 radio e circa 50 televisioni che trasmettono programmi in italiano, mentre sono 472 i giornali in lingua italiana all'estero. Alcuni anche in Africa.

venerdì 20 novembre 2009

La frase del giorno


L’ultima versione di Rutelli? Ce l’ha presente il moscone verde, quello grosso che si vede in campagna, che ronza vicino agli animali? Questo moscone, verdastro, di solito si infila sotto la coda del mulo. Quello cammina e il moscone non fa nessuna fatica poi all’ultimo momento, quando il mulo sta per arrivare, quello zompa e così il moscone arriva sempre prima.

Antonio Di Pietro

DOVE INCIAMPA LA CORSA ALLO SCUDO FISCALE



di Angelo Contrino del 10.11.2009


Molte voci spingono per un'adesione in massa allo scudo fiscale. Compresa una circolare dell'Agenzia delle Entrate. Che però su diverse questioni è in contrasto con il testo della norma oppure crea regole non ricavabili dalla legge. Per esempio, sulla segretezza delle operazioni di emersione. Ai fini Iva, poi, lo scudo non è dissimile dal condono fiscale del 2002. Bocciato dalla Corte di giustizia perché in contrasto con i principi della normativa comunitaria sul tema. Dunque, in futuro il Fisco potrebbe chiedere il pagamento di Iva, sanzioni e interessi sulle somme scudate.
Lo strumento condonistico è presentato come l’ultimo rifugio sicuro prima della nuova stagione di “caccia senza frontiere” agli esportatori o detentori di capitali nei paradisi fiscali al fine di spingere verso un’adesione in massa, e incondizionata, allo scudo fiscale coloro che si trovano nelle condizioni soggettive e oggettive di accedervi. Nonostante le interpretazioni estensive offerte dall’Agenzia delle entrate, quando non anche a causa di queste, la normativa sullo scudo fiscale presenta però delle incongruenze su cui è mancata una riflessione accurata.


I RISCHI CREATI DALL’INTERPRETE-LEGISLATORE
Le circolari fiscali non sono atti normativi né sono a questi assimilabili, promanando dal Fisco e avendo la funzione d’illustrare il significato di una disciplina o garantirne un’uniforme applicazione. Invece la recente circolare sullo scudo tracima, in molte parti e su molte questioni, gli argini del testo normativo, ponendosi in contrasto con lo stesso o creando addirittura regole non ricavabili dalla legge. Vediamo alcuni esempi.- È riconosciuta la possibilità di scudare immobili esteri, oggetti preziosi, opere d'arte, yacht per i quali non c'è stata violazione degli obblighi di monitoraggio fiscale, che è presupposto di accesso allo scudo.- Lo stesso per i beni, ivi compresi gli immobili, che non possono essere “rimpatriati”, per ragioni obiettive, né “regolarizzati”, perché si trovano in paesi come ad esempio il Liechtenstein, la Svizzera, San Marino: l’ostacolo è stato superato consentendo la cosiddetta “cartolarizzazione” del bene e il successivo rimpatrio della partecipazione pur priva del presupposto legale del possesso al 31/12/08 richiesto dalla norma per l’accesso allo scudo.- Si afferma, ancora, che i dati dello scudo del socio di controllo di una società non sono utilizzabili per fare accertamenti alla stessa: si tratta di una “copertura” non contemplata dalla legge, che impedisce l’utilizzo dei dati a sfavore soltanto del contribuente che effettua lo scudo. Queste interpretazioni, avulse dal testo normativo, comportano però dei rischi per coloro che aderiranno allo scudo.Un primo rischio è la mancata osservanza della circolare da parte dei funzionari degli uffici locali, i quali possono disattenderla: la difformità dell’atto impositivo rispetto alla circolare non è causa di nullità o vizio dello stesso. Un altro rischio è il mutamento in pejus dell’interpretazione dell’Agenzia, se dovesse giungere a negare la sussistenza dei presupposti di accesso allo scudo: in questo caso il cosiddetto “affidamento”, tutelato dallo Statuto del contribuente, neutralizzerebbe le sanzioni e gli interessi ma non l’obbligo di pagare le imposte. L’ipotesi non è peregrina: in occasione dell’istituzione dell’anagrafe dei conti, l’Agenzia ha chiesto agli intermediari anche gli estremi dei conti del precedente scudo, nonostante le garanzie di assoluto anonimato fornite nelle circolari.


L’ASSOLUTA SEGRETEZZA CHE IN REALTÀ NON È TALE
Quest’ultima osservazione offre lo spunto per analizzare il tema della segretezza delle operazioni di emersione. L’anonimato nei confronti del Fisco è previsto dalla legge. E la “opacità informativa” è stata più volte sottolineata nella circolare, la quale già in esordio, rileva che “è assicurata un’ampia riservatezza, anche nel tempo, dei dati e delle notizie comunicati agli intermediari relativi alle attività oggetto di emersione. Tali informazioni sono, infatti, coperte per legge da un elevato grado di segretezza, essendo preclusa espressamente la possibilità per l’amministrazione finanziaria di venirne a conoscenza, a eccezione dei casi in cui sia lo stesso contribuente a fornirle nel proprio interesse”. Qualche precisazione pare però opportuna. Non è esatto, anzitutto, che il Fisco non possa venirne a conoscenza se non per iniziativa volontaria, in quanto “interessata”, del contribuente. E infatti, con un’interpretazione “creativa” è stato sancito, nella stessa circolare, l’obbligo per il contribuente di “confessare” l’esistenza dello scudo al Fisco quando inizia un controllo o entro 30 giorni dalla ricezione di un atto impositivo o anche solo di un invito o di un questionario: il segreto è dunque destinato ad avere breve durata, dovendo essere svelato – secondo l’Agenzia – la prima volta in cui il Fisco “contatta” il contribuente. In secondo luogo, se lo scudo è effettuato mediante “regolarizzazione”, e cioè mantenendo all’estero i beni, l’intermediario è obbligato a comunicare all’anagrafe tributaria i dati dell’operazione. Inoltre, nel caso di scudo mediante “rimpatrio” non vi è alcuna riservatezza per i redditi prodotti da attività finanziarie non soggette a ritenute alla fonte o imposte sostitutive, come ad esempio i dividendi e i capital gain derivanti da partecipazioni significative. Ma vi è dell’altro. Dopo la cosiddetta manovra anticrisi (decreto legge 78/2009), Agenzia delle Entrate e Guardia di finanza possono richiedere a Banca d’Italia, Consob e Isvap tutte le informazioni possedute sui contribuenti oggetto d’indagine fiscale. Ci si domanda: ma le banche non devono comunicare alla Banca d’Italia tutte le informazioni relative alla propria attività, senza distinzione alcuna? E per tale via il Fisco può venire a conoscenza, quindi, anche di dati, informazioni e conti secretati, ancorché non ne possa fare uso per accertare i contribuenti che hanno scudato?

LA RINUNCIA ALL’IVA INCOMPATIBILE CON LA NORMATIVA UE
Totalmente negletta è la problematica dell’Iva. Lo scudo può essere effettuato, tra gli altri, da imprenditori e lavoratori autonomi, e la circolare, da un lato, ha ribadito che “gli accertamenti sono preclusi anche con riferimento ai tributi diversi dalle imposte sui redditi” (pagina 34) e, dall’altro, ha assicurato che lo scudo fatto dai soci di controllo di società non può essere utilizzato per fare controlli e accertamenti nei confronti delle medesime società (pagina 40). Per tali soggetti la descritta copertura, sia quella legale sia quella di fonte amministrativa, è però solo una copertura sulla carta.E ciò è evidente se appena si considera che, ai fini Iva, lo scudo fiscale non è dissimile, mutatis mutandis, dal condono fiscale di cui all’articolo 8 della legge n. 289/2002, che è stato bocciato dalla Corte di giustizia perché costituiva una «rinuncia generale e indiscriminata all’accertamento delle operazioni imponibili» in contrasto con i principi della normativa comunitaria sull’Iva. (2)Secondo il sottosegretario all’Economia Molgora, che lo scorso 21 ottobre è stato chiamato a rispondere sul punto nel question time in Commissione finanze alla Camera, un simile effetto non si verificherebbe con lo scudo, perché gli accertamenti Iva possono essere comunque effettuati e la preclusione in ordine alla possibilità di recuperare i maggiori imponibili Iva vale entro i limiti di valore delle attività scudate, e, dunque, l’Iva sulla parte eccedente può essere recuperata. Tale argomento non pare invero decisivo, perché dette evenienze erano proprie anche del condono bocciato. In quell'occasione il contribuente presentava una dichiarazione con cui “integrava” gli imponibili dichiarati, pagandovi la relativa imposta, e otteneva una “franchigia” pari al doppio di quanto pagato. Cosa significava ciò? Che il Fisco poteva effettuare gli accertamenti ma il recupero della maggiore imposta accertata poteva avvenire solo per l’importo eccedente il doppio di quanto pagato col condono: per l'Iva, dunque, non era possibile recuperare i maggiori imponibili accertati fino al doppio di quanto dichiarato. Fatta eccezione per il quantum della franchigia, non vi è alcuna differenza con lo scudo. Ma se è così, anche per lo scudo la rinuncia agli accertamenti Iva èillegittima, donde la possibilità che il Fisco in futuro chieda – facendo leva sulla superiore “ragione comunitaria” – il pagamento di Iva, sanzioni e interessi sulle somme scudate, con un prelievo complessivo che potrebbe raggiungere anche il 50 per cento di quanto scudato.

giovedì 19 novembre 2009

Just the same


«Il partito di Berlusconi è l’ultima trovata di certa stampa. Né io né i miei collaboratori ci siamo mai sognati di entrare in politica».
(Silvio Berlusconi, Teatro Manzoni di Milano, 13 settembre 1993).


«Vedo con stupore che si stanno diffondendo notizie che continuano a fare apparire come imminente il ricorso alle elezioni anticipate. Non ho mai pensato a niente di simile».
(Silvio Berlusconi, Palazzo Chigi, Roma, 18 novembre 2009).

Mille piazze


mercoledì 18 novembre 2009

Del Piano Strategico


Riceviamo e rilaciamo: venerdi' 20 novembre presso l'aula magna dell'università di Rimini alle ore 21 si terrà un convegno sul piano strategico di Rimini.

Per chi volesse farsi un'idea di come si sviluppa il Piano piu' chiacchierato dell'attuale amministrazione non perda occasione.

I CIRCOLI, PER ESEMPIO

«Una democrazia più forte, che parta dai bisogni e dalle speranze di ogni singola persona e che
punti ad includere un numero sempre maggiore di cittadini nella vita pubblica, sociale ed
economica».
«Un partito che sappia qualificarsi attraverso le proprie campagne, che sia riconoscibile e
credibile».
La mancanza di apertura verso l’esterno dei circoli è il riflesso dell’autoreferenzialità del PD, cosi
come il mancato radicamento nel territorio corrisponde al calo di voti espresso dai cittadini nei suoi confronti.
Al circolo, come al partito, deve corrispondere, invece, una idea dinamica che rispecchi e,
soprattutto, proponga, come conseguenza, l’evolversi della società, anticipandone se possibile le
necessità. E allora è il circolo a dover andare verso la società civile, è il circolo a dover trovare i
meccanismi attraverso cui stabilire un rapporto diretto con i cittadini, in un dialogo, una
progettazione e risoluzione dei problemi, che sia comune.
Un circolo inclusivo, funzionante non si ferma agli orari di apertura delle sedi, ma piuttosto
stabilisce contatti con tutte le componenti del territorio, ne decifra le necessità e pensa la società
come un tutt’uno con gli iscritti, è un laboratorio, avamposto dove sperimentare nuove forme della politica attraverso il rapporto diretto con il territorio.
Il circolo diventa dunque ciò che è il partito, ritorna a diventare il riferimento della gente e
soprattutto stabilisce, al suo interno, dei criteri per diventare modello della società, non solo del
partito. Nel documento che presentiamo, che non può essere esaustivo, definiamo e individuiamo dei passi che riteniamo, a questo proposito, fondamentali.

Circoli in movimento
In un meccanismo inclusivo, è fondamentale inserire e definire all’interno del processo
democratico, non tanto del partito, ma dei territori, il rapporto e il ruolo dei circoli rispetto alle
associazioni che sono presenti sempre nelle nostre città e paesi e che costituiscono il primo livello a difesa della cittadinanza e del territorio.
Riconoscere l’utilità e l’importanza della relazione circolo-associazione è utile ad entrambi: a noi,
Pd, per far superare alle associazioni la naturale diffidenza attraverso la cooperazione e, soprattutto, perché queste hanno un rapporto e una conoscenza del territorio diversa e piu’ approfondita; a loro, perché ciò che alle associazioni manca è il costante raffronto rispetto ai soggetti politici che dunque impedisce spesso la realizzazione dei progetti. Diventa quindi importante per i circoli porsi, rispetto alle associazioni, come riferimento politico a cui rivolgersi. Questo è possibile solo e soltanto attraverso una progettualità comume e la partecipazione.

Circoli autonomi
Il circolo dunque diventa aperto, ma per poter essere in grado di rapportarsi con le associazioni o, comunque, la società civile anche per portare avanti il proprio ruolo politico sul territorio, è
necessaria sia l’autonomia politica a livello locale, rispetto al partito nazionale, sia l’autonomia
economica.
Rispetto a quest’ultima, noi proponiamo che tutti i soldi del tesseramento e parte dei contributi
elettorali, soprattutto, vadano ai circoli. Prevediamo, inoltre, la costituzione di un Fondo anche a
livello comunale/provinciale per sopperire ai problemi nei territori piu’ problematici, dove, cioè, il partito è meno radicato o dove il circolo sia appena nato.
Il circolo deve essere, per molti versi, lo specchio della società che vogliamo e, dunque, alcuni punti fondamentali devono essere chiari, partendo da trasparenza e meritocrazia.

Circoli trasparenti
Uno dei punti fondamentali emersi da questo precongresso è stata la mappatura dei circoli e
soprattutto quali e quanti, tra quelli dichiarati, esistessero davvero. Questo pone sia un problema di chiarezza interna, ma soprattutto un problema di chiarezza nei confronti delle persone che vogliono partecipare alle diverse fasi democratiche del nostro partito, oltre ad un oggettivo problema di trasparenza.
Il primo passo è allora garantire giorni e orari di apertura, esporli sia esternamente al circolo ma
anche on-line. Non solo, ma tutti gli atti e le decisioni del circolo devono essere disponili in forma
cartacea e sul sito internet del circolo, oltre ad un rapporto annuale dell’attività svolta
La rendicontazione delle spese e dell’utilizzazione dei finanziamenti deve essere accessibile a tutti in forma chiara e comprensibile.
Inoltre, deve essere possibile avere una completa anagrafe degli iscritti.
L’impossibilità di ottemperare a questi requisiti minimi dovrebbe portare al commissariamento del circolo a cui seguano nuove elezioni del direttivo del circolo, fino, in ultima ipotesi, alla chiusura del circolo stesso.

Il merito dei Circoli
E’ importante stabilire dei criteri meritocratici tra i circoli. I finanziamenti extra-tesseramento, che sono la forma più semplice per premiare il lavoro di un circolo, devono poter essere distribuiti in base all’attività politica del circolo. Questa può essere, per esempio, ripartita con dei tetti massimi di questo tipo: ore mensili di apertura (max 10%), le attività politiche prodotte, i progetti condotti sul territorio (as es. con le associazioni) (max 50%), il numero di iscritti (max 5%), i risultati del voto del circolo in relazione alla media del partito nella citta (max15%)' e rispetto alle votazioni precedenti nello stesso territorio (max 25%).
Deve anche essere possibile che un circolo in cui l’attività politica non soddisfi dei criteri minimi
proporzionali, ad es stabiliti rispetto al numero di tessere, possa cambiare il proprio direttivo o,
eventualmente, chiuso per non disperdere risorse.
Si potrebbe pensare anche ad un sistema a punti per le attività di volontariato svolte all’interno dei circoli, in modo tale da premiare e dare visibilità a chi effettivamente si impegna all’interno di essi. In questo, può essere utilizzato il Sistema Informativo della Partecipazione (SIPA), in modo tale che il punteggio sia piu’ trasparente e soprattutto visibile.

Circoli online
I circoli online rappresentano un nuovo modo di fare politica soprattutto per chi, per qualunque
ragione, non possa farlo sul territorio, che deve comunque essere il modo per fare politica
privilegiato.
Riteniamo però che questo possa essere anche un modo per avvicinarsi alla politica attiva ed è
dunque giusto che i circoli online possano distribuire tessere con un sistema sicuro e soprattutto che le esigenze di questi possano venir rappresentate all’assemblea nazionale, seppur in modo limitato e soprattutto controllato.

Circoli “open source”
La territorialità del circolo può essere, alle volte, un limite. Questo perché i circoli affrontano o
problematiche complesse oppure problemi che richiedono risorse che i singoli circoli non hanno.
Una prima soluzione può essere quella di riferirsi al SIPA. Questo deve essere il software, di cui un prototipo può essere considerato il sito di Scelgo Marino, distribuito a tutti, a cui tutti fanno
riferimento, offrendo la possibilità di svolgere anche corsi online per imparare ad utilizzarlo.
Internet non è una barriera per l’attività politica, è una risorsa, uno strumento che può divenire
fondamentale.
Il SIPA, infatti, può essere usato sia dai circoli online che dai circoli territoriali come un forum
comune a cui tutti possono accedere e richiedere consigli e dove è possibile trovare soluzioni
adottate da altri circoli per problemi simili.
Il SIPA può fornire un archivio comune di tutto il materiale prodotto corredato da informazioni e
dati che diventano disponibili a tutti.
Internet, attraverso le mappe, può essere utilizzato per segnalare problemi, lanciare campagne di informazione, inserire gli appuntamenti in modo tale che tutti i circoli possano condividere le
proprie attività politiche oltre a fornire delle preziose informazioni e idee riguardo ad esempio
l’organizzazione di particolari eventi.
Inoltre sarebbe opportuno che per problemi non individuati sul SIPA, ci fosse un punto di ascolto, un numero verde a cui potersi rivolgersi in caso di necessità.

Circoli partecipati
I circoli devono poter essere coinvolti nei meccanismi decisionali delle linee politiche del partito.
Noi forniamo un metodo per la partecipazione deliberativa che è uno strumento per Primarie e
Doparie. In questo ruolo fondamentale, un’impostazione che parta dalla consapevolezza e
conoscenza dei processi e argomenti trattati. È fondamentale la formazione autorevole del
meccanismo decisionale che consenta l’approfondimento e la partecipazione.

Sull'arte di strisciare


"Ad uso di cortigiani e di correntisti. Un buon cortigiano non deve mai avere un'opinione personale ma solamente quella del padrone o del ministro, e deve saperla anticipare facendo ricorso alla sagacia; ciò presuppone un'esperienza consumata e una profonda conoscenza del cuore degli uomini. Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun caso autorizzato ad essere più brillante del suo padrone o di colui che gli dispensa benevolenze, deve tenere ben presente che il Sovrano e più in generale l'uomo che sta al comando non ha mai torto".


Paul H. D. d'Holbach, Saggio sull'arte di strisciare ad uso dei Cortigiani, Il Melangolo, 2009.
Un brillante saggio sulla politica italiana di oggi, scritto nel Settecento.
Citato dal Civati

martedì 17 novembre 2009

A proposito di quello che dicevamo ieri


By Mattia Carzaniga
È come il regolamento di Sanremo, che cambia tutti gli anni. (Nella fattispecie: ora tutti a parlare delle canzoni in dialetto, quando la novità vera del 2010 è che si dà diritto di voto all’orchestra, cosa che io e il mio gruppo d’ascolto avremmo fatto anni fa.) Comunque. Non è del Festivàl che voglio dire, quantomeno non ora, anche se quest’anno, come la Pasqua, cade presto. Parlo del nuovo regolamento – anzi no: della bozza del nuovo regolamento – dei circoli del Pd. L’ho visto iera sera dopo New Moon, ed è riuscito a stupirmi più della povera Bella che tenta di dimenticare un amante vampiro per smazzarsi un best friend licantropo (nessuno mi dica che sto rompendo l’embargo, né farneticando.) Per quella strana perversione onomastica tutta nostra, le novità cominciano dal lessico. Torna il Segretario Cittadino, ultimamente relegato dietro il titolo di Coordinatore di Circolo; l’Assemblea Cittadina diventa Unione Comunale (nome che non ha portato troppa fortuna al centrosinistrasenzatrattino, ma tant’è), e il suo Portavoce cambia in Presidente, ché un Presidente ci vuole sempre. Glisso su tempi e modi di votazioni e congressi (e “finestre” dove piazzarli: prima di Natale o dopo Pasqua?), perché è più complicato di Risiko. Qualcuno diceva che è il primo passo verso il Partito Organizzato che ha in mente il neosegretario Bersani. Qualcun altro che si perde troppo tempo dentro ai circoli e invece la politica bisognerebbe farla fuori, in piazza (o in mille piazze). Io pensavo al voto degli orchestrali – tu chiamali, se vuoi, elettori. E che per la Direzione (Nazionale), chi meglio di Peppe Vessicchio?

L'integrazione degli stranieri: "La terza unificazione tedesca"


La questione dell'integrazione in Germania è un tema ricorrente. Oggi degli stranieri, ieri dei tedeschi. Su questo argomento, Armin Laschert (nella foto a destra) ha offerto in un bel articolo per la Frankfurter Allgemeine Zeitung una chiave di lettura originale. Il ministro democristiano per l'Integrazione del Nord-Reno Vestfalia ha affrontato la questione dopo che Thilo Sarrazin (nella foto a sinistra) ha rimproverato ai turchi di Berlino di non volersi integrare. Il banchiere centrale della Bundesbank ed ex uomo politico socialdemocratico ha puntato il dito contro i molti immigrati che nel paese vivono senza parlarne la lingua, senza condividerne i valori, senza partecipare pienamente alla vita nazionale. Il problema non è nuovo, né a senso unico. Certo, in alcune città tedesche l'integrazione è limitata, ma molte comunità si sono inserite particolarmente bene e partecipano in prima persona alla crescita economica e culturale tedesca. La Germania conta sette milioni di stranieri, quasi il 10% della popolazione. Nel suo articolo per la FAZ, Laschert sostiene che l'integrazione degli stranieri è per molti aspetti la terza unificazione che la Repubblica Federale è chiamata ad affrontare in poco più di mezzo secolo. Subito dopo la guerra, il governo di Konrad Adenauer dovette fare i conti con l'arrivo di circa 12 milioni di profughi provenienti dai territori orientali del Reich. Erano fuggiti dinanzi all'avanzata dell'Armata Rossa alla fine del conflitto, abbandonando per sempre le loro proprietà e le loro fortune, arrivando per la prima volta nel cuore della Germania. In un discorso nel primissimo dopoguerra, Adenauer mise l'accento sul processo di Eingliederung, di integrazione: "La riconciliazione consapevole dei contrasti sociali" era dal suo punto di vista "l'inevitabile condizione per permettere un'ascesa del nostro popolo".

Non solo fu creato un ministero dedicato ai profughi e ai loro problemi, ma furono anche varate due leggi - la Lastenausgleichsgesetz del 1952, la Bundesvertriebenengesetz del 1953 - e furono investiti 150 miliardi di marchi per aiutare i Vertriebenen, stranieri in patria. La seconda unificazione tedesca è quella del 1989 quando circa 18 milioni di tedeschi orientali sono entrati a far parte della Repubblica Federale dopo oltre mezzo secolo di dittatura prima nazista, poi comunista. Va sempre di moda sottolineare l'Entfremdung, l'estraniazione tra Est e Ovest, ma come non ricordare l'unione monetaria tedesca del 1990, l'imposta di solidarietà del 1991 e il trasferimento di risorse - 1,2 miliardi di euro dal 1990 al 2004 - tra le due regioni del paese. Bene o male milioni di ex cittadini della DDR si sono rifatti una vita, abituandosi alle regole della democrazia. La terza unificazione tedesca, secondo Laschert, è quella che riguarda i numerosi immigrati che abitano in Germania. Il 38% di coloro che oggi hanno meno di sei anni ha radici straniere, in altre parole ha genitori o nonni nati all'estero. L'uomo politico democristiano fa notare che in alcune città il 40% della popolazione destinata ad andare in pensione nel 2025 ha origini straniere. E' per molti versi l'élite del futuro. Naturalmente tra le unificazioni precedenti e quella a cui è chiamata oggi la Germania c'è una differenza importante: la lingua, che sia i Vertriebenen dei territori orientali che i cittadini della DDR avevano in comune con i tedeschi della Repubblica Federale, a differenza degli immigrati di oggi. Ciò detto, Laschert è convincente quando sostiene che l'integrazione degli stranieri sarà realmente possibile solo quando la Germania tornerà a essere una Aufsteiger Republik, una repubblica fondata sull'ascesa sociale. Da questo punto di vista, l'esperienza tedesca potrebbe forse contenere suggerimenti per altri paesi europei, a iniziare dall'Italia.

lunedì 16 novembre 2009

Aux armes, citoyens


Proviamo a fare il quadro della situazione.

Da qui al prossimo anno e mezzo si vanno a decidere gli assetti politici interni (al PD) ed esterni (il Comune e la Regione) dei 10 anni a venire. Nell'ordine: a fine marzo le elezioni regionali, ad aprile-maggio (?) il congresso provinciale e l'anno dopo le elezioni comunali (sempre che non cada prima, ma se non cade prima di Natale si arriva a fine mandato: vi dicono niente i "sette piani edificabili sul Lungomare" di questi giorni, come un fulmine a ciel sereno?). Andiamo oltre.

La declinazione riminese dello stato dell'arte scaturito dal Congresso nazionale e' la mappa piu' fluida e incerta che si sia mai presentata nel partito di maggioranza da tempi immemori.
E la storia ci insegna che quando c'e' grande incertezza sotto il cielo, la situazione e' ottima.
Ma andiamo per gradi.

1) Il risultato delle primarie, a partire dai 18000 votanti, tantissimi se si tiene conto che ai congressi di circolo gli iscritti votanti sono stati circa 2600 (su 6500 aventi diritto), e' stato tutt'altro che plebiscitario. La mozione Bersani, animata dalle truppe del gruppo dirigente comunale\provinciale, ha ottenuto a Rimini uno striminzito 51%. Gli "altri" il resto. Piu' equilibrato di cosi'...

2) La discesa in campo di Nando Fabbri (sempre che la sua candidatura resti tale fino alla fine) a contrastare l'attuale segretario e sindaco in pectore Andrea Gnassi (che comunque non ha ancora ufficializzato la sua candidatura a sindaco), rende straordinariamente affascinante il quadro delle primarie per la candidatura a sindaco. Ricordiamo ai piu' distratti che nel 2011 si vota solo al Comune di Rimini, quindi niente campagna elettorale mediatica trainata dalla ribalta nazionale, niente spettro berlusconiano. Tutta e sola sul campo. Tutta e sola sui temi dell'amministrazione locale e sullo spessore dei candidati.

3) La corsa a segretario comunale (a Rimini e nei paesi della provincia) e a segretario provinciale del partito saranno parti integranti delle primarie di cui sopra. E lo saranno per due motivi:
a) perche' le precedono di circa 1 anno;
b) perche' dovranno garantire un'unita' del partito a cui nessuno dei contendenti si potra' permettere di rinunciare in vista di elezioni comunali che si annunciano ancor piu' ardue di quelle provinciali di quest'anno.
Questi segretari (comunale e provinciale) dovranno davvero risolvere la "crisi di rappresentativita' " del PD, dovranno essere fortemente operativi, dare impulso all'attivita' dei Circoli, ridare fiducia sia agli iscritti che agli elettori rendendo attrattivo questo PD soprattutto verso i piu' giovani ed essere di garanzia per l'unita' del partito.
Due figure nuove, che interpretino (con le rispettive segreterie e direzioni!) il ruolo come propriamente "al servizio" del partito e non "di servizio" per se' (Errani docet). Figure che siano di qualita' sul piano personale prima che su quello di area di appartenenza, la cui unita' di misura sia il merito.
I nomi fateli voi (anche se li sappiamo tutti).

4) Le regole per la formazione dell'assemblea che eleggera' le cariche di cui sopra sono ancora in fieri e varra' la pena tenerle ben d'occhio.

5) Le elezioni regionali di marzo hanno dei diretti interessati a Rimini. La partenza verso Bologna del Vice-Sindaco (che non ha mai nascosto tale ambizione) lascerebbe il gruppo dirigente attuale (almeno quello a lui legato a filo doppio a Fort Garampi) senza il suo deus-ex-machina.

Traiamo rapide conclusioni: nessuno si puo' permettere di affrontare il congresso con la mira di "non fare prigionieri", se non al prezzo di far pagare al futuro candidato sindaco una fatale spaccatura elettorale.
Altro che candidature decise tra pochi intimi, altro che "militarizzazione". La partita e' davvero tutta da giocare.

domenica 15 novembre 2009

Il PD candida nuovamente Errani al ruolo di presidente della Regione

Vasco Errani sarà il candidato del Partito Democratico, proposto al resto della coalizione, per la presidenza della Regione Emilia-Romagna.
REGIONE 14 novembre 2009 Lo ha annunciato, nel corso della sua relazione alla prima assemblea regionale dei delegati il segretario Stefano Bonaccini. Visto che si tratta del suo terzo mandato, l'assemblea ha votato all'unanimità la deroga allo statuto del partito per permettere ad Errani di ricandidarsi.

Mare agitato


I socialisti oscurano il sito di Sinistra e Libertà. La coalizione è in crisi e c'è rischio di scissione.
di CARLO CIAVONI e SIMONA POLI

ROMA - C'è di nuovo "mare agitato" all'interno di Sinistra e Libertà, con i socialisti che minacciano di uscire dalla coalizione, di cui fanno parte assieme ad altre quattro forze politiche: gli ex di Rifondazione con Vendola, la Sinistra democratica di Claudio Fava, gli ex cossuttiani di Umberto Guidoni e gli ambientalisti che fanno capo a Grazia Francescato. Tutti insieme vantano il 3,1% ottenuto alle ultime europee, anche se non è la prima volta che si creano situazioni ad altissima tenzione. In questo quadro, oggi i socialisti hanno deciso di oscurare il sito ufficiale della coalizione, perché sulla pagina web compariva un dispositivo, votato ieri pomeriggio dal coordinamento nazionale di Sinistra e Libertà, la cui validità i socialisti contestano. La candidatura. Pietra dello scandalo sono le alleanze, in vista delle elezioni regionali in Toscana. Riccardo Nencini, segretario del Ps, che fa parte di Sinistra e Libertà, avrebbe dovuto presentarsi a quelle elezioni con la coalizione "Toscana democratica", guidata dal Pd. In realtà i socialisti nella regione correranno assieme al Pd con un simbolo unitario. Nencini non si candiderà, ma poterebbe fare l'assessore "esterno" nella prossima Giunta. Il patto Ps-Pd. A questo proposito, proprio oggi sulle pagine toscane di Repubblica è apparso un documento segreto. tenuto in cassaforte dal segretario toscano del Partito Socialista Pieraldo Ciucchi: un accordo firmato da lui e dal segretario del Pd toscano Andrea Manciulli datato 27 luglio, scritto su carta intestata della Regione Toscana, in cui il Pd garantisce ai Socialisti un posto in Consiglio e una poltrona in Giunta nella prossima legislatura.

In cambio i Socialisti rinunciano a correre col proprio simbolo (confluiscono cioè dentro al Pd) e accettano di votare la riforma elettorale approvata, appunto, nel luglio scorso in cui si inserisce lo sbarramento al 4 per cento per partiti e coalizioni. Una legge che le altre forze politiche di Sinistra e Libertà si rifiutano di votare e che passa con i voti di Pd, Socialisti e Pdl. Il testo integrale dell'accordo. "La riduzione del numero dei consiglieri e degli assessori regionali è obiettivo da condividere e sostenere, un impegno corale assunto dalla maggioranza di governo verso i cittadini della regione. La conseguente modifica statutaria e l'approvazione di una nuova legge elettorale impegnano intanto Pd e Ps a disegnare rapidamente una cornice di iniziative politiche condivise in preparazione della scadenza elettorale della primavera 2010, pensando al contempo ad una gestione politica dello sbarramento elettorale. A tal fine riteniamo che la passata esperienza di Toscana Democratica possa rappresentare un buon punto di partenza, una via all'interno della quale definire intese programmatiche e garantire intese sulla rappresentatività delle diverse aree politiche in consiglio e nel governo regionale. In entrambi gli organi, i Socialisti saranno rappresentati". Riccardo Nencini replica. "Già nell'anno scorso arrivarono offerte del genere e furono da me cortesemente declinate. Altrettanto è avvenuto quest'anno e la notizia resta destituita di ogni fondamento. Sono indignato che ci sia chi mette in giro queste voci perché queste notizie vengono evidentemente diffuse da chi ha intenzione di far saltare del tutto il progetto di Sinistra e Libertà, facendola diventare un appendice di Rifondazione comunista e se così fosse, tanti auguri". Per quanto riguarda la notizia relativa all'oscuramento del sito di Sinistra e Libertà, la decisione è stata presa di comune accordo dai tre tesorieri Oreste Pastorelli (Psi), Marco Lion (Verdi) e Marco Fredda (Sinistra democratica), che rappresentano nel suo insieme tutta Sinistra e Libertà e che, in questo senso, hanno inviato una lettera a Antonello Falomi, responsabile del sito". La rottura. Il coordinamento nazionale di S.e L. aveva in un primo momento accettato la richiesta socialista di presentare il simbolo di Sinistra Ecologia e Libertà in tutte le regioni tranne, appunto, la Toscana. Una decisione che aveva provocato vasti dissensi all'interno delle forze che hanno dato vita alla coalizione di sinistra: il Movimento per la Sinistra di Nichi Vendola, Sinistra democratica e la minoranza dei Verdi sconfitta al congresso di Chianciano. La riunione del coordinamento di ieri, ha così ribaltato la decisione votando una mozione che impegna Sinistra e Libertà a presentarsi col proprio simbolo in Toscana già dalle prossime primarie. I socialisti hanno abbandonato la riunione per protesta prima del voto, e proprio l'assenza di uno dei "soci fondatori" è stata impugnata dai tesorieri per chiedere formalmente l'invalidazione del voto e per diffidare il coordinamento dalla pubblicazione sul sito del dispositivo contestato.

sabato 14 novembre 2009

A volte ritornano


Della serie: Nuove generazioni già sperimentate.
Pietro Folena lascia Rifondazione o quel che ne rimane e aderisce al Partito Democratico

L'acqua rimanga un bene pubblico


Sono quasi certo che sia la prima volta che riportiamo qualcosa pubblicato dal sito ufficiale del PD nazionale, ma stavolta merita.


Il PD in Commissione Affari Costituzionali vota contro la riforma dei servizi pubblici locali
E’ contrario il voto del Pd in commissione Affari costituzionali al decreto comunitario che contiene la riforma della normativa sui servizi pubblici locali. Una riforma nascosta nelle pieghe di un decreto "salva-infrazioni" per eviatre multe dalla UE, che è stato inzeppato dei provvedimenti più diversi.Lo ha fatto sapere il deputato democratico, componente della I commissione di Montecitorio, Paolo Fontanelli che ha spiegato: “La nostra contrarietà deriva sia da ragioni di metodo che di merito. Nel metodo perché il governo, ancora una volta, usa un decreto per introdurre una quantità gigantesca di norme estranee alla finalità dichiarata provvedimento. Tra queste, tutta la riforma della normativa sui servizi pubblici locali di cui abbiamo chiesto lo stralcio. Nel merito – prosegue – il nostro dissenso deriva da un giudizio fortemente negativo su una riforma che giudichiamo parziale, insufficiente e sbagliata perchè non distingue tra settori e perchè prefigura un privatizzazione del tutto incoerente con l’obiettivo della liberalizzazione e che avrebbe come unico effetto la sostituzione di monopoli pubblici con monopoli privati senza alcun vantaggio per i cittadini utenti. Sulla privatizzazione dell’acqua e dei servizi idrici – sottolinea Fontanelli – il nostro giudizio è ancora più severo: l’acqua è e deve restare un bene pubblico".Un principio che la scorsa settimana il PD ha ribadito con un emendamneto approvato in Aula. "Su questo – conclude – non faremo passi in dietro, l’acqua è un diritto che va garantito a tutti i cittadini, ed e' impensabile che si possa affrontare un tema così importante all'interno di un decreto omnibus senza, tra l’altro, prevedere un'autorità di regolazione”.

venerdì 13 novembre 2009

La fiction su Kohl



Chissà se in Italia sarebbe possibile per la televisione pubblica fare un film su un personaggio politico ancora vivo? Probabilmente l'iniziativa susciterebbe polemiche e la RAI verrebbe accusata di faziosità o di piaggeria. In Germania invece succede. La ZDF ha trasmesso nella serata di martedì 20 ottobre un film su Helmut Kohl, cancelliere federale dal 1982 al 1998 e padre dell'unificazione delle due Germanie venti anni fa. Si intitola "Der Mann aus der Pfalz", in ricordo del fatto che Kohl è nato in Renania-Palatinato ed è stato per molti anni ministro-presidente democristiano nella regione della Germania Ovest, alla frontiera con la Francia. Il film di un'ora e mezza mescola situazioni immaginarie e filmati d'epoca; si concentra sugli avvenimenti del 1989-1990, ma non mancano neppure i flashbacks, per ricordare le radici politiche di Kohl, compagno di partito negli anni 60 dell'allora cancelliere Ludwig Erhard. Regista e attori hanno avuto lunghi colloqui con l'ex cancelliere per far sì che il Dokumentarfilm fosse il più realista e veritiero possibile.

Forse non tutti saranno d'accordo con le scelte di Thomas Schadt (i figli di Kohl per esempio hanno accusato il regista di avere dato un quadro poco umano del grande statista), ma "Der Mann aus der Pfalz" è un esempio concreto di come la Germania tenti nonostante tutto di trattare anche il passato più recente con stile ed equilibrio. L'ex cancelliere, che oggi a 79 anni, è un personaggio pubblico amato e rispettato nella Repubblica Federale, ma è anche stato fonte di aspre polemiche. Aveva promesso troppo avventatamente "panorami fioriti" ai cittadini della ex DDR; è rimasto immischiato in uno scandalo di fondi neri della CDU che lo ha costretto a farsi da parte; sua moglie poi si è suicidata nel 2001, vittima di un male inguaribile, ma anche - così si dice - di un marito troppo lontano e concentrato sulla sua carriera politica. C'è chi ha notato come alcuni degli aspetti più controversi della vita di Kohl siano stati ignorati; ciononostante la pellicola della ZDF, pur avendo creato discussioni, è un documento storico e politico interessante. Il film è stato visto da 2,8 milioni di telespettatori (l'8,7% del totale). Un'ultima divertente curiosità: i due attori che hanno il ruolo di Helmut Kohl, da giovane e poi da vecchio, sono ambedue ex cittadini della Germania Est. Stephan Grossmann (nella foto) è nato a Dresda nel 1971; Thomas Thieme è nato a Weimar nel 1948. Anche in questo il film è un bel omaggio all'unificazione.

giovedì 12 novembre 2009

Il metodo innanzitutto…


A Modena stanno facendo una bella esperienza di programmazione urbanistica con il Piano strutturale di Marco Romano. (Ne ha parlato anche Daverio a Passpartout).
Ce lo segnala Alberto Rossini.

Nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio e il Ministro delle Infrastrutture hanno annunciato, con una certa enfasi l’approvazione da parte del CIPE di oltre 8 miliardi di progetti di opere pubbliche da realizzare nei prossimi anni. Voglio far notare due cose.
Hanno approvato progetti che dovranno attraversare ancora molti iter procedurali prima di diventare opere appaltabili o ancor di più cantierabili. Insomma la strada per arrivare a far partire quelle opere di cui si annuncia l’avvio è ancora lunga, anzi lunghissima. Nessuno o quasi nessuno lo ha fatto notare nei giornali ed in televisione. Ancora una volta ha prevalso l’effetto annuncio. Una pratica che sempre di più pervade la vita pubblica a livello nazionale, ma anche a livello locale, purtroppo. Di quei miliardi una buona parte, quasi la metà esatta, sono dedicati alla Pedemontana lombarda (4,1 miliardi di euro). La Lombardia tra l’altro beneficia di altri finanziamenti per la Metropolitana di Milano e per la Milano Lecco. Infine 1,3 miliardi vanno ai primi lavori per il Ponte sullo Stretto, sul quale non aggiungo nulla ai commenti di Marco Ponti visitabili sul meritorio sito http://www.lavoce.info/. Il resto degli stanziamenti sono briciole. Ricordo, però, che il costo totale del Ponte è di 6,3 miliardi di euro. Per capirci con quei soldi si finanzierebbe quasi 20 volte la nuova strada statale da Rimini a Cattolica che ogni giorno è attraversata da almeno da 30.000 auto. Penso che in Italia ci siano molte altre strade urgenti come la nostra, eppure si vuole fare il Ponte di Messina. Al di là di ogni altra considerazione vale la pena di riflettere e siamo al secondo punto su come vengono prese le decisioni. Nessun rispetto e considerazione per le esigenze e le priorità locali. Per ciò che sostengono gli amministratori periferici, tranne qualche favore ad un amico ancor più amico degli altri. Lo stesso vale per le imprese, per le associazioni di categoria, per i cittadini. Roma, o meglio chi governa a Roma, decide punto e basta. Un bell’esempio di federalismo. Si decide con il massimo di discrezionalità e secondo logiche che definire borboniche è ancora un eufemismo. Eppure si spaccia questo modo di fare per modernità e per un segno di efficienza. Niente di più falso. La modernità sta proprio nel rispetto del territorio, non incentivando il localismo, ma coniugando le esigenze locali con la necessità di inserirle nella cornice delle grandi linee di sviluppo definite dal contesto europeo e verificando quanti sono gli utenti effettivi di una infrastruttura.
Se si applicassero questi criteri non ho dubbi che la nostra statale sarebbe finanziata, se si applica il potere discrezionale si fa il Ponte e qualche nuova linea di metropolitana.
Infine il colpo di grazia. Anche questo non segnalato da nessuno, almeno per quanto ne so io.
Per trovare risorse per le opere approvate nella delibera del CIPE (è consultabile sul proprio sito) si legge “su proposta del Ministro dello sviluppo economico il Comitato ha approvato l’abbattimento del limite del 30 per cento delle risorse complessive destinate al finanziamento di interventi infrastrutturali all’interno dei Patti Territoriali”. Ovvero ciò che insieme alle Regioni, tutte le Regioni, era stato pattuito come opera prioritaria sarà rivisto poiché in una sola seduta del CIPE si è tagliato l’ammontare dei finanziamenti stanziati del 30%.
Alla faccia delle politiche federaliste, della Lega e della contrattazione con le Regioni.
Questo è il Governo, ma qualcuno ha sentito una vibrata protesta da parte delle opposizioni?

mercoledì 11 novembre 2009

IL MURO





Riceviamo e pubblichiamo una bella lettera di una nonna alle sue nipoti.

A Lucia e Livia.

Care ragazze, vi tocca. Perché sotto quel muro che si stava sgretolando 20anni fa io c’ero anche per poterlo un giorno raccontare ai miei nipoti. E pur senza l’ottimismo nel quale confidavo, ne do conto alle mie due piccole donne nuove. Le figlie di quella generazione nata e cresciuta negli anni ’80 – epoca di edonismo reganiano e milano da bere – da donne idealiste, e a sentir qualcuno perfino “disfattiste”, che negli anni ’70 hanno messo in discussione i ruoli… ribelli e libertarie, e nel mio caso peggio ancora, mai comuniste.

Perché non sorgano nuovi muri - noi anzianotti, compromessi col secolo scorso - dobbiamo darvi conto delle nostre responsabilità da “comunità internazionale”, che pronta ad esaltarsi nel ventennale dalla de-erezione, per ben 28 l’ha (comunque) tollerato. Avevo 9 anni quando è stato eretto e solamente molto tempo dopo ho capito perché non ne ho mai saputo granché, almeno nulla che davvero fin da ragazza m’indignasse, “ci indignasse” (come la guerra in Vietnam ad esempio). Credo fossero solo i figli dei comunisti, come si definivano con orgoglio allora, a rendersi conto della sua esistenza, peraltro senza farci molto caso: al ritorno ne parlavano quasi si trattasse di un’attrazione turistica. Venivano inviati nelle due Germanie, perfino nella DDR, dalle proprie famiglie a scopo educativo: per visitare i musei e le opere d’arte trafugate dai tedeschi nei paesi occupati e vinti, ma soprattutto per toccare con mano il mondo della giustizia sociale, così come durante i loro soggiorni in Unione Sovietica (con ancora oggi, 2009, la guerra di Putin in Cecenia) e nei Balcani (gli stessi territori che poi sono stati teatro delle più grandi crudeltà: la pulizia etnica, gli stupri e le fosse comuni). Nella casa dei vostri bis-nonni, miei genitori, forse perché nessuno era impegnato in politica, mai veniva la voglia di parlarne, che io ricordi… dei paesi dell’est, del muro, della cortina di ferro, così come di Mao e della Cina (tutti argomenti tabù che facevano andare il sangue alla testa al mio babbo).

Solo tempo dopo ho capito che succedeva perché la nostra famiglia era “filo-occidentale”, e che per questo i viaggi erano fatti tutti da altre parti dell’Europa o nelle Americhe. Gli argomenti casomai erano gli aerei che continuamente passavano sulla nostra testa per sbarcare le “teutoniche cavallone” ma dell’Ovest capitalista, che cercavano di restarci a Rimini “che in nessun altra parte del mondo si sta così bene” (pur col sindaco comunista, che comunque era suo amico), incastrando qualche uomo locale (diceva sempre lui), magari “restandoci” (incinta). Anche a scuola si passava veloci perfino sulla storia delle due guerre, figurarsi la guerra fredda e gli esiti della realpolitik (quella delle potenze mondiali che si spartivano il mondo senza pestarsi i calli). Per non dirvi della noia e disinteresse - almeno quanto il vostro ora e sempre – che noi giovani provavamo quando i vecchi (si fa per dire, in realtà non lo erano affatto ma a noi sembravano) tentavano di narrarci quelle storie. Pah! Davvero insopportabile.

Eppure verrà il tempo in cui si dovrà elaborare, insieme o ciascuno per proprio conto, la storia dell’epoca che ha ospitato le nostre vite. E’ solamente da qualche anno (cioè da quando non c’è più) che io lo sto facendo con quella di mio padre, rammaricandomi di non esserne stata capace prima. Per cui perdonatemi ragazze (lo sarete di certo quando leggerete questa mia) se continuo. In questi giorni è stato detto moltissimo, praticamente tutto dal punto di vista storico, emotivo, narrativo. Ma non mi è parso di sentire eco di quello che io penso e vi dico. La mia scoperta “vera” del Muro di Berlino e di ciò che rappresentava, è del 1989, appena prima che crollasse. Perché da almeno 15 anni ero militante di un partito libertario e nonviolento, già impegnato a contaminare di democrazia i Balcani. Che nel febbraio dell’89 per l’organizzazione del suo 1° Congresso transnazionale, a Budapest nell’aprile dell’89, mi ha chiesto di restare in Ungheria per quasi tre mesi. Un’esperienza umana, ancor prima che politica, davvero irrepetibile. Che mi ha insegnato molto. Sui popoli e la loro storia, sulla cortina di ferro che già in quei mesi in Ungheria si apriva a poco a poco sull’Austria, dunque l’Europa e il mondo.

Per questo non il 9 novembre, ma già era il 26 dicembre 1989, dall’unica via ancora obbligata dentro la Germania Est (il transit presidiato dai vopos) arrivo fin sotto il muro, che - credetemi, non crollava affatto - aveva solamente qualche falla sbrecciata, coi frammenti dei graffiti colorati venduti nei banchetti improvvisati dai bambini, ma solamente sul lato ovest di Berlino, un sentimentale feticcio, simbolo di libertà, che vi ho portato e conservato. Il resto era intatto: i colori grigi dell’est, le vetrine spoglie e polverose, gli spazi enormi deserti, gli abitanti rari e malvestiti per le vie, i condomini enormi e tutti uguali dalle cui finestre si scorgevano luci fioche. E Checkpoint Charlie, unico passaggio tra le due città, con il museo dei mezzi più audaci per nascondere i fuggiaschi (tentativi per la maggior parte miseramente falliti) e la mappa dei morti, sparati o soffocati, di quei quasi 30 anni. Poco più di un mese non era bastato per cambiare granché di quella realtà che ancora sembrava ibernata.

Mentre di là divertimento, neon e consumismo. Creatività e voglia di vivere. Che dirvi ragazze mie? Erezione del muro 1961. De-erezione 1989. Ventennale della sua apertura 2009. Grandi festeggiamenti nelle celebrazioni dell’anniversario della fine senza che alcuno tra i popoli, cosiddetti democratici, occidentali, evoluti, abbia fatto sentire alta la propria vergogna (almeno ora) nell’aver permesso che restasse eretto così a lungo. Un insegne studioso solitario (Ilvo Diamanti), ha notato che per le donne il muro (della discriminazione) c’è. Oggi, 2009. E di più. In Italia e ovunque. L’esperienza insegna? Non so ragazze. Posso augurarmi che voi impariate a leggere “criticamente” non solo la storia ma anche la realtà vera – non virtuale – meglio di noi. Per essere, voi stesse, arbitri e protagonisti delle vostre vite (ciò che noi abbiamo imparato a fare non troppo bene, da poco tempo e neppure in tante, dati i risultati).

Molti dei governanti e di coloro i quali per la festa del 9 novembre 2009 si trovavano alla porta di Brandeburgo, credo e spero che - giovani quanto ero io allora o neppure nati - non abbiano avuto modo di rendersi davvero conto della crudeltà inflitta per 28 anni ad un intero popolo nel cuore dell’Occidente e dell’Europa. E che possano evitare nuove oppressioni. Con amore, la vostra nonna Manu

Manuela Fabbri

Anche fuori da Rimini, ci sono altri che non credono nel web


L'ottimismo, a volte, è l'oppio dei popoli. Fa bene Giorgio Napolitano ad invitarci alla prudenza, quando si cavalca con troppa disinvoltura la tigre (finora più mediatica che economica) della "ripresa". Fa bene a ricordarlo soprattutto al governo, che sulla materia brilla per "asimmetria". Un esempio clamoroso, di queste ore. Per un presidente del Consiglio che già vede le "verdi vallate" della crescita, c'è un sottosegretario alla presidenza del Consiglio che, preoccupato per le emergenze, taglia i fondi dove servirebbero come il pane. Internet, la rete, tutto quello che in questi mesi e in questi anni ha consentito alle imprese di modernmizzarsi e ai cittadini di informarsi. È accaduto ieri, infatti, che Gianni Letta abbia annunciato il congelamento degli 800 milioni di euro per lo sviluppo della banda larga, cioè l'ampliamento e il potenziamento della fibra ottica sulla rete fissa di telecomunicazioni. Le risorse erano state già ricavate all'interno dei fondi del Fas (il Fondo per le aree sottosviluppate). Rientravano in un progetto di recupero del cosiddetto "digital divide" italiano, messo a punto dal ministro Paolo Romani, sulla base del piano predisposto dal consulente del governo Francesco Caio. "Quei fondi -ha spiegato il braccio destro del Cavaliere- erano stati previsti prima dell'avvento della crisi. Ora, con la crisi in atto, non possiamo spenderli. Resteranno lì, e se le cose miglioreranno e si potrà uscire dalla crisi li indirizzeremo nuovamente alla banda larga". Bella trovata. La prudenza diventa incoscienza. Ogni volta che c'è da tagliare o da risparmiare, il governo si applica con insensato accanimento terapeutico sui pochi settori nei quali bisognerebbe investire con forza: ricerca, innovazione, le reti, il Web. È la vecchia legge di Murphy, applicata con ferocia da un governo incapace di trovare una qualsiasi "exit strategy" dalla crisi: "Se ci sono uno o più modi di fare una cosa, e uno di questi può condurre alla catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo".