sabato 31 ottobre 2009

Vendemmia


Sara' che sono molto sensibile al mondo dell'agricoltura e che da ragazzino anch'io ho fatto, piu' volte l'esperienza della vendemmia, ma l'articolo che riportiamo da Carmilla, lo trovo estremamente interessante.

Una volta, indipendentemente da reddito e disponibilta', me e miei amici, i nostri genitori, ci mandavano d'estate a lavorare un mese o due. Cosi', appunto come dice l'autore, per formazione. A me servi'. Tantissimo. Succede ancora?

Chi scrive ha appena finito di lavorare come raccoglitore stagionale d'uva, ovverosia vendemmiatore, assunto con contratto a tempo determinatissimo da un tizio con un cognome che è un pezzo da novanta nell'araldica dell'enologia italiana.
Alle sue dipendenze ho trovato un fattore tuttofare, qualche raro migrante, un gruppo di studenti e una folta squadra di amici miei, che col passaparola avevano invaso i filari del patrizio cultore di vitigni.
In extremis si è aggiunto un ragazzo polacco addetto alla raccolta dei cesti carichi d'uva. Sapeva dire in italiano solo “secchio!”, “basta!” e “vai!”, e via via che imparava una nuova parola assomigliava sempre più al povero Woytila.
Formata la squadra siamo entrati nella vigna del Signore. E qui cominciano le novità rispetto al passato. La vendemmia nell'era dell'intossicazione spettacolare è concepita come una sorta di Grande Fratello. Il fattore non è più un bruto che se ne va a giro con la roncola in cinta, pronto a sbudellare qualche ozioso operaio ingrato. É un aitante tamarro di mezza età che in comunicazione telefonica col Proprietario, rinchiuso nella villa aziendale, fa le nomination per la prossima fase del Reality. Così si decide chi se ne andrà dalla vigna, chi rimarrà nelle grazie del feudatario, chi ha diritto a rientrare a sporcasi le mani con gli acini di sangiovese dietro penitenza.
Il lavoro è strutturato con competenze diverse. Il trattore è manovrato da un trattorista e attraversa una coppia di filari. I vendemmiatori si dispongono nei due filari alla destra e alla sinistra del trattore e tagliano l'uva secondo le disposizioni ricevute: l'uva migliore senza acini marci va nel vino di qualità, quello dei ricchi; i grappoli secchi o muffati sono raccolti in un secondo momento, quando si macina il vino per i poveri. Dietro al trattore si muovono i due operai raccoglitori, che sistematicamente raccolgono i secchi carichi d'uva dalle mani dei tagliatori e li rovesciano nel carrello attaccato al trattore. Il fattore esercita a questo livello un'intensa attività repressiva. Di solito pattuglia i filari, verificando i peccati di omissione dei vendemmiatori e stabilendo le pene, che possono essere colpose o dolose.
Talvolta il fattore passa a una fase di repressione più stretta: salta sul cassone e verifica la qualità dell'uva che precipita da ogni secchio. Non appena individua dei grappoli sospetti, finiti nei bins - i grossi cesti di plastica, in prestito linguistico anglofono – per distrazione o palese sabotaggio dei raccoglitori, il fattore mette alle strette gli svuota-secchi con la pretesa di conoscere il nome del proprietario del secchio, alimentando la triste pratica della delazione. É ovvio che i compagni non fanno i nomi, però prima di cedere sotto tortura ci sono strategie diversificate: una prima mossa è quella di mescolare i contenuti dei secchi tra più raccoglitori; un'altra opzione è quella di infilare il polacco tra i raccogli-secchi, un espediente che riduce l'efficacia dell'interrogatorio (Woytila non capisce le domande e a ogni interrogatorio dice solo “Secchio!” e poi allarga le mani benedicendo le vigne urbis et orbis). Una volta che svuotai di nascosto un carico di grappoli marci che puzzavano come un cane bagnato, la mia strategia, al solito controproducente, è stata quella di rispondere alla domanda del fattore “Di chi è questo secchio?” con l'affermazione materialista “Del padrone!”, identificato come proprietario dei mezzi di produzione, risposta che mi è valsa l'ennesima reprimenda e la conseguente esclusione dalla vendemmia per incompetenza, scarso rendimento e mancanza di gratitudine verso il capitalismo rurale italiano.
In conclusione: un'esperienza formativa e di notevole valore economico, che mi è valsa una busta paga striminzita con cui faticherò a comprarmi due bottiglie del vino che verrà prodotto col mio lavoro.


di Arturo “Potassa” Cravani

venerdì 30 ottobre 2009

Proporzioni




Alle primarie del PD hanno votato più di 3 milioni di persone.
Per dare un ordine di grandezza: l'IDV ha preso alle europee 2 milioni e mezzo di voti, mentre la Lega si è attestata su 3 milioni e 100 mila voti.
Ole'. E anche l'effetto-traino delle primarie trova una sua clamorosa conferma.

Chi avra' di nuovo, a qualsivoglia titolo, il coraggio di mettere in discussione lo strumento delle primarie? ...scommette che qualcuno lo troviamo...

Il Blog di Andrea Mollica - USA 2012

Rutelli


Che Rutelli se ne volesse andare era sostanzialmente chiaro (anche se pare che l'oceanico risultato di affluenza lo abbia fatto titubare).
E probabilmente quanche altro esponente (sedicente "di spicco"...) se ne andra'.
Sono pero' altrettanto certo che gli elettori disposti a seguirlo saranno davvero pochissimi.

Se c'e' una cosa che tutti (ma proprio tutti!) gli elettori del PD non sono diposti a tollerare e' la litigiosita' interna a scapito dell'unita'.
A tal propsito, il Civati segnala che Luca coglie nel segno. In effetti, Rutelli esce (e in molti festeggiano, bisogna dirlo). Il punto però è cosa succede dopo. Perché il fatto che Rutelli esca dalla porta (quella delle due targhe, compresa ancora la targa della Margherita) e rientri dalla finestra (nella nuova alleanza che hanno in mente in tanti), pone uno dei problemi politici fondamentali, quello del centro-sinistra con il trattino (e, magari, come auspica qualcuno, con la maiuscola).

giovedì 29 ottobre 2009

Que viva el congresso


Sondaggio Ipsos 26/10.
Il Popolo della Libertà sale al 38.7%, 3 punti in più rispetto alle Europee di giugno; ancor più notevole il balzo del PD al 30%, molto tonico dopo il periodo congressuale e la contestuale vittoria di Bersani. Stabili Lega, UDC e IDV; calano notevolmente i cespugli di sinistra a vantaggio del PD, sebbene non siano stati inseriti disaggregati. Questi sono i dati che emergono dall'ultima rilevazione di Ipsos per Ballarò

Der Gemeine Mann

La distribuzione del voto ai tre candidati (Bersani, Franceschini e Marino) in base al livello di istruzione non stupisce più di tanto.

Bersani, che come detto è prevalso nettamente tra i votanti maturi, intercetta anche il voto dei meno istruiti - le due variabili sono, per ragioni storiche, intrecciate -: la sua prestazione nei segmenti con titoli di studio più elevati è omogenea (53-54%), mentre si avvicina al 60 per cento nei livelli di istruzione bassi.
Franceschini ha - ancora, come già nella distribuzione per fasce d'età - un andamento altalenante, ma è premiato soprattutto dai diplomati (+3% sul risultato generale).
La candidatura di Ignazio Marino, che come visto ha ottenuto i suoi risultati migliori nelle città, nel Centro-Nord e tra gli elettori giovani, riceve il favore soprattutto dei votanti più istruiti: supera il 14 per cento tra chi ha una laurea, mentre raggiunge a fatica il 9% tra chi si è fermato dopo le scuole elementari o medie.

L'uomo comune (appunto per dirla con Freud, il gemeine Mann del titolo), ovvero la classe media è il cuore del problema. La borghesia (quella alta) e gli strati piu' bassi della societa', sono corollari (elettoralmente parlando..., ça va sans dire). Piaccia o no, il nostro elettorato è questo.

E questo è il punto.


Liberamente tratto da "Termometro politico"

mercoledì 28 ottobre 2009

IL TUTTO E' PIU' DELLA SOMMA DELLE SUE PARTI




E' con una segnalazione gradita di Cora che chiudiamo la fase congressuale.
Il significato finale di questa esperienza durata 100 giorni e che ha avvicinato un po' di più le persone alla politica e la politica - si spera- alla vita è forse racchiusa nella citazione del nuovo singolo che anticipa il nuovo album di Battiato Inneres Auge - Il tutto è più della somma delle sue parti.

Qui lo potete ascoltare:
http://xl.repubblica.it/dettaglio/79118

La tenaglia che stringe il commercio tradizionale

di Alberto Rossini

Nelle ultime settimane si è parlato molto di commercio. Un po’ per via della chiusura della vecchia Circonvallazione per verificare se fosse possibile spostare le bancarelle del mercato ambulante nella sede stradale per fare spazio al ritorno del fossato intorno alla Rocca; un po’ perché si sta prospettando l’ampliamento dell’Italia in Miniatura con inclusa una più o meno grande galleria commerciale, al momento non è chiaro se si tratta di pochi negozi o di 7.500 mq.. Infine si discute dei problemi del centro storico dove sono ubicati molti negozi di piccole dimensioni, anche questi in difficoltà.
Credo che qualsiasi discussione debba partire dalla conoscenza della situazione. Non ho ricette da proporre, ma può essere interessante osservare alcuni dati che traggo dal sito della Regione dove sono consultabili già da qualche tempo.
Di solito si parte dal numero delle attività commerciali esistenti e si dimostra che il numero dei negozi non è in calo. Anzi, nel ’98 gli esercizi erano 6423 e nel 2007 erano 7243, quindi in crescita del 15,6%. Se i negozi aumentano la crisi non c’è, almeno così sembra.
Approfondiamo. Gli esercizi più piccoli, fino a 150 mq, quanto crescono? I numeri dicono del 13,1%. Quelli tra i 150 e i 250 mq aumentano del 173,5%. Tutta un’altra storia.
I negozi ancora più grandi tra gli 800 e i 1500 mq. sono aumentati del 47,3%. Si dirà che è una tendenza diffusa. Vediamo cosa accade in Regione: gli esercizi fino a 150 mq aumentano del 6,3%, quelli tra i 150 ed i 250 mq. del 55%, quelli tra gli 800 e i 1500 mq. del 30,8%. Quindi in tutte e tre i casi in provincia di Rimini le attività commerciali hanno incrementi maggiori rispetto alla media regionale.
Finora, però, abbiamo visto le cose mettendo insieme tutti i negozi, alimentari e non alimentari e abbiamo visto la situazione solo rispetto alla quantità di esercizi. Guardiamo adesso cosa succede rispetto alle superfici. Poiché è evidente che il negozio di 50 mq, e l’iper mercato delle Befane valgono entrambi uno, ma sono diversissimi per grandezza e per fatturato del quale non sappiamo nulla, osserviamo allora cosa succede con le superfici di vendita.
I piccoli negozi con superficie fino a 150 mq. nel 1998, quando entra in vigore la Riforma Bersani, contano complessivamente una superficie totale di 290.330 mq. nel 2007 il dato è variato di un +8,5%. Cioè la superficie è cresciuta meno rispetto all’incremento del numero degli esercizi esistenti. La tipologia delle attività tra i 150 e i 250 mq cresce molto di più, in termini numerici erano aumentati del 55%, la superficie si incrementa di un valore più alto, ovvero del 171,3%. Ma soprattutto è il settore alimentare che porta in alto questo valore perché l’aumento è del 210%. Gli esercizi alimentari per rimanere sul mercato debbono aumentare le proprie superfici di vendita ed infatti spariscono le botteghe alimentari.
Ciò è confermato dal fatto che anche i negozi compresi tra gli 800 e i 1500 mq crescono molto in termini di superficie, infatti segnano un +55,6%.
Ma come vanno invece le grandi superfici quelle sopra i 2.500 mq.?
Passano da poco più di 12.000 mq. a oltre 36.000 con un incremento tra il ‘98 e il 2007del 190%.
Un dato altissimo: confrontiamolo con la media regionale, qui il dato è del 34,4%, molto più basso. Aggiungo che in nessuna altra provincia si ha un incremento più alto di Rimini. Va però detto che da noi si partiva da un dato più basso rispetto al totale delle superfici superiori ai 2.500 mq., ma rimane il fatto che in meno di 10 anni c’è stato un boom davvero notevole.
Ancora un confronto: vediamo il rapporto tra superficie totale del commercio ed i negozi sopra i 2.500 mq. a Rimini questi ultimi rappresentano il 6,5%. A Ravenna questo valore è 4,8%. A Parma il 6,3% a Reggio Emilia è il 5,6%. Certamente questo rapporto è più alto a Bologna (17%) a Modena (20%) e a Forlì (15,4).
Ma allora come siamo messi? Peggio o meglio degli altri?
Per capire qualcosa occorre tenere presente il fatto che dal ’98 al 2007 le superfici più grandi sono cresciute del 190%, ovvero una crescita forte è avvenuta in poco tempo. Nessuna altra provincia si avvicina a questo dato: dopo di noi viene Parma, ma con un + 43%, quattro volte di meno.
E’ vero che altri partivano da cifre superiori, ma per l’appunto la crescita è stata, per così dire, spalmata, su più anni. Questo vuol dire che i piccoli e medi negozi hanno potuto reggere meglio la concorrenza dei grandi, perché hanno avuto più tempo per adeguarsi, per reagire, per adottare le contromosse.
Inoltre va tenuto presente che questo così forte aumento è avvenuto in anni in cui il commercio ha attraversato una doppia crisi: da un lato una ridefinizione degli stili di vita e di consumo (l’ecologia, la sobrietà dei consumi, il rifiuto dello shopping fine a sé stesso, ecc.) e dall’altro la crisi economica vera e propria che ha fatto precipitare i consumi.
Presi in mezzo a questa tenaglia il commercio tradizionale ha dovuto rispondere alle nuove aperture, tra cui le “Befane” ed “I Malatesta”.
Ancora un’ultima osservazione l’incremento medio della superficie di vendita in provincia è stato del 25%, così composto: +36% a Rimini, -14% nell’entroterra e -8,5% negli altri Comuni.
Insomma mentre la torta del consumo e quindi il fatturato totale del commercio diminuiva, a causa della crisi e delle nuove abitudini nel consumo, il numero dei pretendenti ad avere una fetta aumentava e soprattutto le poche attività con grandi superfici crescevano come non era mai avvenuto prima.
Per usare un eufemismo, è stata una congiuntura difficile che spiega la crisi del commercio tradizionale e degli esercizi nel centro storico.
Postilla: i dati si fermano al 2007, ovvero nell’analisi non sono conteggiati i metri quadrati dell’Ikea e del nuovo Mercatone Uno.

martedì 27 ottobre 2009

Grandi soddisfazioni per piccole realta'

Ieri e oggi, cioe' nei giorni del dopo-primarie, quando la fame di notizie e risultati rendono il web e tutti media cartina di tornasole delle loro stessa affidabilita', questo nostro blog ha sfondato in entrambi i giorni il tetto delle 100 pagine consultate.
Gia' all'indomani dei Congressi di Circolo le visite aveveno toccato quota 180 pagine.
Ovviamente grande parte ha avuto il deserto che si presenta al visitatore della pagina PD provinciale, dove, tutt'ora, non sono presenti i dati delle primarie.

Il blog PD di San Giuliano sta contando sempre piu' spesso sulla collaborazione di esponenti che, a vario titolo, contribuiscono all'affermazione di uno strumento che ovunque e' ritenuto stratagico (vedi il nostro ormai ricchissimo archivio qui a fianco), ma a Rimini evidentemente no.

I nostri riultati sono figli anche di questa inspiegabile inerzia.

Un esempio. Visitate la pagina web del PD riccionese (a cui noi stessi abbiamo attinto per le cifre di queste primarie) e fate voi stessi il confronto.

Noi a San Giuliano, senza alcun supporto istituzionale (supporto che, ad esempio, il PD di Riccione fornisce con lungimiranza e merito a chi gestisce il sito), stiamo riuscendo laddove il PD di Rimini (che, e' bene ricordarlo, e' ancora senza segretario ormai da 6 mesi...) invece colpevolmente latita.

N.B. In fondo alla home page sono liberamente consultabili da chiunque i dati qui sopra citati.

Tutto il potere ai soviet!


Palmiro Ucchielli è il nuovo segretario regionale del Pd delle Marche. È stato eletto con una percentuale ‘bulgara’, anzi ’sovietica’ vista l’incredibile somiglianza con Vladimir Lenin (vedi foto), capo del Partito bolscevico e rivoluzionario russo, pari al 97,57%, dato incompleto perchè si stanno ancora conteggiando i numeri di Ancona. (Adnkronos)

Aggiungiamo che Ucchielli era il candidato di tutte e tre le liste, anzi in tutte 4 in realtà.
Io sinceramente ieri a votare nelle marche mi sarei sentito un po’ preso per il culo.

Da un commento al blog di Francesco Costa

L'avvocato del diavolo


Qualcosa di negativo lo vogliamo dire?

Non è per fare la parte dell'avvocato del diavolo, ma a proposito della "scarsa presenza" nella società reale dei dirigenti del PD (a tutti i livelli, ben inteso), bisogna rilevare che le grida di giubilo e le ovazioni di sopresa di tutti gli esponenti del PD davanti alle oceaniche masse accorse a votare a queste primarie non è un bel segno.

Intendo dire che nessuno dei nostri leader aveva previsto un successo tale.

E' senz'altro vero che le attività di sondaggio sulle primarie sono oltermodo difficili.
E' però altrettanto vero che, quando si prevede (o meglio si spera ottimisticamente...) che a votare "siano più di milione" di elettori e poi di elettori se ne presentano 3 milioni, vuol dire che non si ha minimamente il polso della situazione.
Il problema della "rappresentativià sociale" nel PD (ma forse in larghi strati dell'intero mondo politico), di una certa fastidiosa e spesso inefficente autoreferenzialità, riemerge dolorosamente anche stavolta.
Gli elettori, ancora una volta, si dimostrano molto più avanti di qualsiaisi gruppo dirigente. E questo è sicuramente il più grosso patrimonio di questo PD.

E bona le'



Questo interessante grafico (grazie a Luca) ci racconta che se avessero votato solo gli under 35 Bersani oggi non sarebbe segretario, e che il nuovo leader piace soprattutto agli elettori in età.
Io spero che Bersani – nella scelta dei collaboratori, dei temi e delle battaglie – questo grafico se lo metta bene in testa, perché costruire il partito dei pensionati non è un grandissimo investimento sul futuro.

Non so se erano davvero tre milioni, ma è incredibile come il Pd continui a esistere a dispetto della sua classe dirigente, che dal luglio 2007 ha fatto di tutto per annientarlo.
Ora che ci siamo turati il naso possiamo cestinare le orribili mollette con su scritto “ci tengo”, stando con gli occhi bene aperti perché non si ricominci con le bazze dalemiane, ma soprattutto ricordandogli tutti i giorni quella frasetta ad effetto sparata durante il confronto tivù: “il più antiberlusconiano è quello che lo manda a casa”.
Appunto. E bona lé.

Da Piovono rane


lunedì 26 ottobre 2009

Risultati a Rimini e provincia


26/10/09 - Bersani è il nuovo Segretario nazionale del Partito e Bonaccini è il nuovo Segretario Regionale. Si apre un nuovo capitolo e le prime parole da scrivere saranno "unità" "progetto" "territorio" "innovazione". Insomma, è arrivato il tempo di progettare il futuro nostro e quello del Paese, visto da sinistra. Leggi e scarica tutti i risultati

La "quota Veltroni"


Giusto per confermare l'oceanica partecipazione a queste primarie, nel seggio del Borgo San Giuliano (per l'occasione spoatato nella sede della Provincia) l'affluenza ha oltraggiato anche la piu' rosea delle aspettative.

I votanti sono stati 341. Per dare un termine di paragone (del tutto approssimativo, ma valido per fornire un'ordine di grandezza), ai Congressi di Circolo i votanti per tutto San Giulano (quindi comprendendo anche quanti in queste primarie hanno votato a San Giulano Mare) erano stati appena 95 (che era gia' un dato ben oltre la media riminese e nazionale).

Noi ingenui avevamo (sempre rozzamente, s'intende) posto la nostra "quota Veltroni" (cioe' la quota di parteciapazione alle primarie che videro la vittoria di Veltroni) a 200 votanti.
I 341 votanti di ieri sono un inno allo strumento delle primarie e al senso di partecipazione che queste scatenano negli iscritti e soprattuto negli elettori del PD.

Per la cronaca, i risultati sono stati:

NAZIONALE

Bersani 165
Franceschini + Serracchiani 94
Marino 76
Nulle 3
Bianche 3
Totale 341

REGIONALE

Bonaccini 145
Bastico 113
Casadei 78
Nulle 5
Totale 341

Solidarieta' a Spinoza


A Facebook - si sa - lavorano con l’accetta. Cosi' questa notte il social network ha chiuso la fan page di Spinoza. Le ragioni non sono chiare e dovrebbero avere a che fare con una procedura di “autenticazione” del sito che Stefano Andreoli ha comunque fatto (copio da una sua mail):

Probabilmente lo fanno per impedire le appropriazioni indebite di nomi, marchi, eccetera. Le modalità suggerite per la cosiddetta “autenticazione” erano, ad esempio, inserire il riquadro dei fan nel sito (c’è già da sempre, nella pagina info) oppure inviare manualmente nel form una breve descrizione dello scopo della pagina e del suo legame col sito. Io ho riempito il form tre o quattro volte, senza ottenere risposta.

Aspettiamo che al di la’ dell’oceano si ripiglino.

Update: a quanto pare e’ stato “segato” solo l’URL breve, la pagina e’ ancora online qui anche se e’ bloccata ed i suoi creatori non la possono editare.

Da Manteblog

domenica 25 ottobre 2009

Votate per chi vi pare gente, ma votate.


Come sapete domani e' il D-Day.

Dal blog dell'Espresso traiamo un bel manifesto per la partecipazione alle primarie. Votate per chi vi pare gente, ma votate.

La domanda e': "perche' non voterai alle primarie?"

1. «Perchè non sono del Pd». Neanch’io (l'autore del pezzo, noi lo siamo e come...n.d.r.), anzi alle europee ho votato altrove. Ma se vogliamo mandare a casa la cricca del Cavaliere, serve anche un forte partito d’opposizione come il Pd. E andare a votare alle primarie – scegliendo uno dei tre candidati o al limite lasciando la scheda bianca – è un modo per dire al premier che un forte partito d’opposizione in questo paese esiste, è forte ed è radicato (o sta radicandosi).
2. «Perché il Pd fa schifo». Giudizio drastico, ma diffuso tra quelli che vorrebbero un partito vero e non un ectoplasma. Tuttavia un basso numero di votanti alle primarie lo renderebbe ancora più ectoplasmatico e debole, mentre un successo delle stesse sarebbe una discreta iniezione di vitamine (trattandosi di un neonato malaticcio, ne ha parecchio bisogno) e, allo stesso tempo, il segno di un controllo da vicino da parte dell’elettorato. Statene certi, con pochi votanti alle primarie il Pd farebbe ancora più schifo, e i suoi apparati ne farebbero carne di porco.
3. «Perché è meglio Di Pietro». Parere lecito, ma l’Idv da sola non costituirà mai un’alternativa a Berlusconi: che si può immaginare invece solo con un Pd robusto. E la futura robustezza di un’alleanza alternativa a Berlusconi dipende anche da quanta gente andrà a votare alle primarie del Pd (sotto la stessa voce: «Perché è meglio Grillo», «perché è meglio Ferrero» etc).
4. «Perché tanto non serve a niente». Può darsi, ma allora rinunciamo a tutto, però: anche a sperare di consegnare ai nostri figli un’Italia migliore dell’autocrazia peronista del Cav. Insomma, d’accordo, non è detto che serva a qualcosa, ma nella vita bisogna sempre provarci, sennò si è morti dentro.
5. «Perché non mi piace nessuno dei tre candidati». Anch’io penso che tutti e tre abbiano dei difetti. Ma penso anche che uno qualunque dei tre a Palazzo Chigi andrebbe meglio di Berlusconi. E, visto che difficilmente a Palazzo Chigi posso mandare il mio avatar e dato che il Pd è invece la maggiore forza d’opposizione, spero che uno dei tre (o un altro del Pd) mandi a casa il Cavaliere.
6 . «Perché sono tutti stronzi (quelli del Pd)». Dissento, ci sono stronzi e non stronzi, come in tutte o quasi le organizzazioni. Credo che quindi si possa individuare quello che ci pare meno stronzo e votarlo. Se poi tutti e tre ci sembrano invotabili, ricordiamoci che probabilmente è il Pd nel suo complesso a essere meno stronzo del Pdl, e quindi andiamo lo stesso ai seggi.
7. «Perché il Pd non dà alcun fastidio a Berlusconi». In effetti, finora, il Pd non ha dato granché fastidio a Berlusconi. Ma secondo voi domenica sera Berlusconi è più contento se vanno a votare alle primarie 300 mila cittadini o se ci andiamo in tre milioni? Dopodichè, chiunque venga eletto, gli si starà con il fiato sul collo perché non ripeta le penose esperienze del passato.
8. «Perché tanto vince D’Alema che è un inciucione, e queste primarie sono una farsa». Intanto non è detto, ci sono due candidati che sfidano quello di D’Alema. Dopodiché, anche se vincesse Bersani, tanto maggiore sarà il risultato degli altri due candidati tanto più difficile sarà per D’Alema ritentare vecchi inciuci. Quanto alla farsa, no, non è vero: il Pd è l’unico partito in Italia che fa scegliere il suo leader agli elettori: quindi far vedere che tanta gente partecipa è uno monito a non seppellire questo grande strumento democratico ed è un modello per gli altri partiti – non solo di destra – che col cazzo che aprono democraticamente alle primarie.
9. «Perché il Pd non ha fatto la legge sul conflitto d’interesse». Vero, ma non è che se il Pd domani non c’è più – o è ridotto all’osso – qualcun altro la farà. Inoltre, a forza di rompergli le scatole, tutti e tre i candidati del Pd hanno messo il conflitto d’interessi nelle loro intenzioni: poi bisognerà stargli dietro, se mai tornassero al governo, perché la facciano davvero.
10. Perché quelli del Pd sono deboli e assenteisti. Vero, molto vero. Deboli lo sono stati dalla nascita, con l’infausta politica del “dialogo” con il Cavaliere. Assenteisti lo sono stati spesso, e in questo blog non si è mancato di farlo notare. Ma credo che non partecipare al maggior evento democratico del maggior partito d’opposizione significhi indebolire ancora di più l’opposizione, oltre che far sentire il Pd meno controllato dal suo elettorato. E poi potremo stimolarlo, frustarlo e incazzarci con il Pd solo se diamo l’impressione di esserci, come base.


Se scompariamo tutti, è finita, e il Cavaliere brinda.

Possono votare tutti!


Comunicazione di servizio/1

Benché l'incredibile campagna della molletta (a cui ora stanno appese un sacco di cose) sia un potente deterrente, segnalo a tutti, perché quasi tutti me lo stanno chiedendo, che il 25 ottobre, alle primarie, potranno votare tutti i cittadini italiani, anche se non hanno la tessera del Pd. E si può iniziare a 16 anni (segnatevelo). E anche i cittadini stranieri regolarmente residenti potranno farlo. E costerà due euro. C'è l'inflazione. Il punto fondamentale però è: POSSONO VOTARE TUTTI!


Comunicazione di servizio/2

Alla centesima domanda, segnalo che per chi vota all'estero questa è la pagina, questa la spiegazione: «Possono partecipare al voto tutti gli iscritti al partito nei circoli all'estero, i cittadini italiani registrati all’AIRE che alla data del 25 ottobre abbiano compiuto sedici anni di età e che siano registrati all’Albo degli elettori e delle elettrici del Partito Democratico, o che, prima di esprimere il proprio voto, sottoscrivano la richiesta di registrazione. Possono votare all’estero, considerati come fuori sede, i cittadini italiani che il 25 ottobre 2009, si trovino lontani dal loro rispettivo luogo di residenza, specificando tale condizione nel modulo di registrazione per il voto telematico ovvero, nel caso si intenda votare presso un seggio, dando informazione scritta alla Commissione di Ripartizione, che ne informa il Comitato. Rientrano in tale categoria, i militari in missione, il personale del corpo diplomatico e consolare, gli studenti Erasmus, i ricercatori universitari all’estero, i cittadini italiani residenti temporaneamente all’estero».

Comunicazioni gentilmente offerte dal Civati

sabato 24 ottobre 2009

I poveri, ovvero l'infamia del Vicere'

Nulla di nuovo sotto il cielo.
Era molto piu' che chiaro che Mastella, dopo il volta gabbana che ha portato alle elezoini del 2008, era un peronaggio impresentabile. Impresentabile anche per la PDL che non lo candido' alle politiche che ne seguirono. Alle Europee di quest'anno, invece, ecco Mastella candidato. "Ma chi lo votera'?" si chiedeva l'ingenuo. Un mare preferenze hanno spinto Clemente Mastella in Europa.

Ecco, ieri, Mastella e' stato indagato dalla magistratura (tra le altre cose...) per i rapporti di clientelismo davvero spicciolo con cui Clemente e gentile consorte hanno fatto assumere presso le aziende della Regione Campania un numero (pare osceno) di non meglio specificati "raccomandati". Alla moglie e' vietata la permanenza in Campania (tipo arresti domiciliari alla rovescia)...

Ovvio il riferimento al voto di scambio tra l'Udeur e questi "raccomandati".
Con una faccia di bronzo davvero senza pari, come si e' difeso oggi davanti ai giornalisti?
Ha detto che fatto assumere dei "poveri".
Si'! Davvero! Ha detto proprio cosi'! Ha detto dei poveri!
Come dire che ha fatto del bene!

Come dire che un sud arretrato e in mano alla malavita, ha avuto un'oasi di giustizia nel suo operato.
Sfruttare la disoccupazione, la disperazione, la mancanza di prospettive di intere comunita' diventa, oggi come ieri, la fonte di sostentamento del peggio della nostra Repubblica.
P.S.
Vi ricordate come si altero' Mastella all'indomani del varo del secondo governo Prodi (2006) quando non gli concessero il Ministero della Difesa e gli diedero invece la Giustizia?
Un giornalista di cui mi dispero di non essermi segnato il nome, indico' proprio nella scarsa possibilita'di sfruttare la posizione di ministro della Giustizia per i propri rapporti clientelari, il motivo del suo malumore. In quanto ministro dell Difesa, avete presente quanti "poveri" (come direbbe lui) avrebbe potuto (sempre come direbbe lui)"segnalare" tra esercito, forestale, aeronautica e chi-piu'-ne-ha-piu'-ne-metta?
Il tutto per esplicita volonta' di Prodi. Come dire, lo sanno tutti cosa fa' uno come Mastella...

venerdì 23 ottobre 2009

Una domanda


L'Espresso, via Gilioli, ha posto la seguente domanda ai candidati a segretario del PD. Per ora hanno risposto Marino e Franceschini.

Gentili Bersani, Franceschini e Marino,
da giorni si dice in giro che sarebbe già stato deciso di consolare il secondo arrivato alle primarie di domenica prossima con la poltrona di capogruppo a Montecitorio.
Vorrei sapere se, per gentilezza, ciascuno di voi può promettere ufficialmente e sul suo onore che, in caso di vittoria o di secondo posto alle primarie, impedirà questo ventilato mercimonio fra correnti.
Ringrazio in anticipo, certo di una vostra cortese risposta.

Risponde Marino.
Gentile Gilioli, come sa la politica delle trattative segrete, degli accordi, degli inciuci tra capicorrente è estranea alla mia candidatura e a tutti coloro che sostengono la mia mozione. Il ruolo di capogruppo, tra l’altro, è ruolo di grande responsabilità non un premio di consolazione per chi ha perso le primarie. Noi vogliamo una politica aperta, trasparente, che risponde solo alle persone. Vogliamo un PD senza più personalismi e con una sola corrente, la corrente dei circoli.
Ecco perchè non ho nessuna difficoltà a rispondere alla sua domanda: prometto ufficialmente che, qualunque sia il risultato ottenuto domenica 25, ci sottrarremo e condanneremo ogni mercimonio fra correnti, mettendo al centro del dibattito solo idee e proposte per vivere il PD e cambiare l’Italia.
Ignazio Marino.

Risponde Franceschini
Gentile Gilioli,
la ringrazio per la sua domanda e l’attenzione che rivolge alle primarie del nostro partito, evento unico nel panorama politico europeo, di cui tutti dovremmo essere orgogliosi.
Per quanto riguarda il suo quesito, l’ho già detto nei giorni scorsi e oggi l’ho ribadito con un mio tweet indirizzato a Ignazio Marino, che non lascia spazio a nessuna ambiguità: non c’è nessun accordo per nessuna carica, ma solo il desiderio che si rispetti la scelta del popolo delle Primarie.
Fa male al Pd e al confronto chi insiste nel volere far passare un messaggio falso e inciucista.
Dario Franceschini.

La risposta di Bersani verra' postata non appena verra' pubblicata.



giovedì 22 ottobre 2009

Il senso di Lucignolo per il tono


La cosa meravigliosa di questo servizio è che non c’è niente. Ma niente. Uno che passeggia, aspetta che apra il barbiere, si siede su una panchina. L’ho visto linkato su un socialcoso, e tutti concordavano trattarsi di character assassination, ma non è immediatamente chiaro in base a cosa.Nel senso: vedi le immagini, e dici «Bene, è uno di quei casi in cui torni in redazione e dici “Non c’è il pezzo”. Annalisa Spinoso sarà troppo timida per dire al caporedattore che non c’è pezzo, o la pagheranno un tot a servizio e dovrà pagar l’affitto, e insomma ha assemblato le immagini di niente che aveva, povera figlia.»Poi ti rendi conto che, pur non essendoci nelle immagini (e neppure nel testo, che stigmatizza i calzini azzurri: quel che mancava alla comicità italiana, i precetti estetici di Claudio Brachino) una assassination, e forse neppure un character, l’effetto è quello. Come quando il Tg4 fa vedere una che passeggia il cane a Venezia e la fa passare per una cosa losca, complice il buio (era un servizio di cui si rideva molto in rete l’anno scorso, qualcuno di voi con buona memoria mi recupera il link?); come quando i giovani, la droga, le macchine veloci, la musica alta, la perdizione.

Il messaggio è chiaro: possiamo spubblicare chi vogliamo quando vogliamo. Nessuno si senta escluso.

tratt liberamente da Guia Soncini del 16 ottobre 2009

mercoledì 21 ottobre 2009

Tremonti ha il posto fisso


Nella nostra Italia il Ministro dell’Economia dichiara che è contrario alla cultura della flessibilità e preferisce quella del posto fisso. Il Presidente del Consiglio a supporto, aggiunge che i provvedimenti presi finora sono la dimostrazione che il Governo tutela il posto fisso. Allora qualcuno, per favore, può ci può spiegare perché abbiamo 3,6 milioni di lavoratori precari, di cui
2, 2 milioni con contratti a tempo determinato e 1,4 milioni con contratti parasubordinati. E visto che ci siamo qualcuno mi può dire come mai solo nella pubblica amministrazione è ancora possibile stipulare contratti per collaborazioni occasionali ?
I lavoratori occasionali e a contratto che non piacciono a Tremonti e Berlusconi, non hanno nessuna copertura in caso di cessazione del rapporto di lavoro, non percepiscono indennità di disoccupazione, per loro non vale né mobilità, né cassa integrazione. Questi lavoratori sono in Italia moltissimi, più di quanti ce ne siano in Francia e Germania.
In altri Stati, invece, esiste il salario minimo garantito, da noi non se ne può neppure discutere.
Però il Premier è per il posto fisso. Ora tutti i lavoratori ai quali a dicembre scade il contratto faranno un Natale più felice.
Del resto Berlusconi non ha promesso di iniziare a dicembre i lavori per il Ponte sullo Stretto?
Alberto Rossini

Di casa in casa


Ed ora, qualcosa di tanto sinistro quanto ragionevole. E' a firma di Luca Sofri, fa' paura e fa' pensare.


Beppe Grillo lo andava dicendo, due anni fa quando era popolare, ed era forse la cosa più interessante che dicesse: che in Italia l’imbarbarimento cialtrone immediatamente successivo a quello della politica era quello del giornalismo, e che presto le due categorie avrebbero ottenuto lo stesso disprezzo da parte del resto degli italiani.Adesso mi pare che ci siamo, e che le due situazioni siano divenute identiche. Politici e giornalisti si fanno riconoscere per vanità, mediocrità e inadeguatezza rispetto al proprio mandato, con una minoranza di eccezioni invisibili ai più nel marasma generale. Le persone si limitano a scegliere di credere a quelli che stanno nella loro curva, sia l’una o l’altra: e come accadde già ai politici, tra i giornalisti l’attività prevalente è l’aggressione al collega nemico, salvo tarallucci e vino di quando in quando. A ogni livello: Scalfari e De Bortoli se ne sono dette di tutte, come Lerner e Mimun, e con toni più moderati si sanciscono pubbliche fratture anche tra colleghi come Gilioli e Zurlo.Se vi pare un epilogo deprimente, vi sbagliate: non è un epilogo. Dopo toccherà a tutti voi, e ai vostri dirimpettai.

martedì 20 ottobre 2009

QUALCHE VOLTA RITORNANO: I BANCHIERI DI STATO


A proposito di politiche economiche, continuiamo a dare spazio a illustri commenti su quel poco che fa' il governo per affrontare questa crisi e sul tantissimo che fa', invece, per cogliere la palla al balzo e mettere le mani sul mercato del credito.


Tito Boeri e Fausto Panunzi 16.10.2009
A quali esigenze risponde la Banca del Mezzogiorno? Se il problema sono le banche italiane incapaci o non interessate a valutare il merito di credito delle piccole imprese, la soluzione è nell'apertura alla concorrenza, non nella creazione di un nuovo istituto di credito. Il sospetto è che la Banca del Mezzogiorno non avrà come bussola della sua attività la redditività degli impieghi. Ma allora quali saranno i criteri con cui allocherà i fondi? Di solito, in questi casi, prevalgono i criteri politici. Un'esperienza che abbiamo già vissuto e che ci è costata cara.
Il Consiglio dei ministri del 15 ottobre ha approvato il disegno dei legge che istituisce la Banca del Mezzogiorno. I dettagli non sono ancora chiari e quindi si possono al momento fare solo delle valutazioni preliminari. Lo Stato dovrebbe partecipare al capitale della banca solo con 5 milioni e per un periodo di tempo limitato, cinque anni. Le banche di credito cooperativo (le Bcc) operanti al Sud e le Poste dovrebbero entrare nell’azionariato. Ma gran parte del capitale dovrebbe essere costituito mediante un’emissione di obbligazioni garantita dallo Stato. Le obbligazioni dovrebbero essere assoggettate a un trattamento fiscale agevolato rispetto alle normali obbligazioni: 5 per cento invece che 12,5.


CHI METTE IL CAPITALE
È bene precisare subito che le emissioni garantite dallo Stato fanno parte a tutti gli effetti del debito pubblico. Quindi il capitale della Banca del Mezzogiorno, malgrado le affermazioni in senso contrario del ministro dell’Economia, andrà ad aumentare il debito pubblico. Anche le altre obbligazioni di scopo garantite dallo Stato che potranno essere emesse da enti diversi dalla banca per finanziare investimenti nel Mezzogiorno nell’ambito del “pacchetto Sud” approvato ieri, proprio in quanto garantite dallo Stato, porteranno ad aumentare un debito pubblico già tornato vicino al picco storico del 1992-3.Resta anche aperto il dubbio su chi nominerà i vertici della Banca. Le Poste, il cui capitale è detenuto per il 65 per cento dallo Stato e per il 35 per cento dalla Cassa depositi e prestiti? Insomma, al di là dei proclami, cosa ci sarebbe di privato in una banca il cui capitale è costituito da obbligazioni garantite dallo Stato e i cui vertici sono nominati, seppur indirettamente, dallo Stato?La Banca del Mezzogiorno, per evitare i costi derivanti dall’apertura di nuovi sportelli, dovrebbe appoggiarsi a quelli delle banche di credito cooperativo, la cui presenza al Sud è peraltro piuttosto limitata, e, soprattutto, degli sportelli del Banco Posta. Si tratterebbe dunque di 650 sportelli delle Bcc più circa 4mila uffici postali, secondo le stime del Corriere della Sera. Non è chiaro se le Poste abbiano le competenze e il personale necessario a svolgere compiti addizionali, ma questi sono aspetti secondari.


PERCHÉ UNA BANCA DEL MEZZOGIORNO
Il vero punto è un altro: a quali esigenze risponde la Banca del Mezzogiorno? Secondo il ministro, la Banca nasce per “incrementare la capacità di offerta del sistema bancario e finanziario del Mezzogiorno, sostenere le iniziative imprenditoriali più meritevoli, canalizzare il risparmio verso iniziative economiche che creino occupazione nelle regioni meridionali”. E aggiunge il Ministro:”In questa banca non si parlerà inglese. La nostra logica, la nostra visione è quella dell'albergo che vuole ampliarsi, del comune che vuole fare un centro congressi, dell'esercente di uno stabilimento balneare che vuole aprire una pizzeria”. Sul fatto che non si parlerà inglese, non abbiamo dubbi, purtroppo. Qualche dubbio in più lo abbiamo sul resto.Il ministro non tocca infatti il vero punto: perché oggi le banche non finanziano la pizzeria o l’albergo del Sud? Ci sono due possibilità. La prima è che le nostre banche siano pigre, incapaci o non interessate a valutare il merito di credito delle piccole imprese. Banche che si accontentano di controllare se l’imprenditore ha delle garanzie. Questo è possibile. La struttura proprietaria delle banche e la composizione dei consigli di amministrazione non è certo tale da mettere pressione ai vertici manageriali. Prova ne è l’intervista di alcuni mesi fa in cui l’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, allora cinquantenne, con il titolo di Unicredit in picchiata, prometteva di lasciare il suo posto … a 60 anni! Ma se questo è il problema, allora la risposta è nel cercare di promuovere una maggiore concorrenza nel settore bancario. O si pensa veramente che la nuova banca potrà rappresentare uno stimolo alla concorrenza? Quali saranno le competenze, il capitale umano della nuova Banca del Mezzogiorno che le consentiranno di essere più efficiente delle banche che oggi operano al Sud?Vero che oggi il Sud vanta una minore presenza di sportelli bancari che il resto del paese: 35 ogni mille abitanti contro 50. Ma la presenza fisica e capillare sul territorio non è certo garanzia di maggiore capacità di finanziare progetti meritevoli sostenendo così lo sviluppo locale. La Sicilia, in virtù del suo statuto speciale, non è mai stata soggetta ai vincoli nell’accesso al credito imposti dalla Legge bancaria del 1936 e nel dopoguerra ha conosciuto uno sviluppo imponente della propria rete di sportelli bancari: quasi 500 in più nei soli anni Sessanta, tanti quanti in tutto il resto del Mezzogiorno. Eppure un’isola così “banchizzata” e irrorata di credito (più che d’acqua) non vanta certo condizioni di sviluppo superiori al resto del Mezzogiorno. Il suo reddito pro-capite è superiore solo a quello di Calabria e Campania, la speranza di vita tra le donne è addirittura inferiore a quella media del Mezzogiorno, è seconda solo alla Sardegna nel tasso di abbandono degli studi, offre meno servizi per la cura degli anziani di molte altre regioni meridionali. E potremmo continuare.La seconda possibilità è che le banche raccolgano risparmio al Sud, ma investano principalmente al Nord perché al Nord ci sono progetti migliori o meno rischiosi. Insomma, progetti che consentono alle banche di realizzare maggiori profitti rispetto al finanziamento dei progetti delle piccole imprese al Sud. Per varie ragioni, quali ad esempio una presenza meno invadente della criminalità organizzata. Questo spiegherebbe anche il maggiore costo del credito al Sud rispetto al resto del Paese. Se veramente la banca del Mezzogiorno avrà azionisti privati, perché essi dovrebbero accettare di fare minori profitti e di prendere più rischi? In cambio di cosa? Il sospetto è che la Banca del Mezzogiorno non avrà come bussola nella sua attività la redditività dei suoi impieghi. Ma allora quali saranno i criteri con cui allocherà i fondi? Di solito, in questi casi, prevalgono criteri politici. Basta guadare alla recente storia italiana. Le cosiddette banche di interesse nazionale (Bin) hanno prestato massicciamente a gruppi imprenditoriali vicini a partiti o a uomini politici, realizzando perdite ripianate poi dallo Stato.E’ ancora viva la memoria delle riunioni sulle nomine bancarie tra esponenti delle forze di governo e Banca d’Italia una lottizzazione meno simile a un mercato delle vacche. Le notti delle nomine erano una delle poche cose del passato di cui nessuno, a parte il ministro Tremonti sembrava sentire la mancanza. Francesco Forte concludeva il suo articolo di ieri sul Foglio con questa frase: “Vogliamo tornare a queste avventure (…)? Si rimettano questi sogni neo mercantilisti nel cassetto. Ci sono costati abbastanza”. Per una volta siamo d’accordo con lui.

la lavoce.info


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lunedì 19 ottobre 2009

La faccia di Bersani


Aneddoto personale.

Il commesso di un noto negozio di musica (uno degli ultimi ancora esistenti...) che frequento con assiduita' adolescienziale, mi ha dato uno spunto di riflessione originale.

Lui e' di sinistra. Davvero di sinistra, dice lui. Non come voi del PD (dice rivolto a me, scherzando). Lui ha votato per Sinistra e Liberta' alle ultime europee.

Perorando la causa delle primarie, gli faccio notare che sono proprio quelli come lui potrebbero incidere in quest'occasione.
Insomma, la faccio corta. Lui andra' a votare alle primarie.

E proprio perche' di sinistra votera' quello che, a suo dire, gli da' maggiori garanzia di un PD "a sinistra". Votera' Bersani.

Ecco. Nell'immaginario di tanti elettori, Bersani resta un uomo "di sinistra" tout court.
Gli altri due chissa'. La percezione della mozione Bersani come quella di apparato, quelle "degli assessori", dei poteri forti, non so quanto abbia presa fuori dalla cerchia degli iscritti. Certo che la logica delle allenze con l'Udc smonta, nei fatti, questo postulato. Ma tant'e'.

Possibile che Bersani, con la sua faccia, riesca a far dimenticare i D'Alema e i tanti (troppi) "bersaniani per opportunismo"?

P.S. Rubo un commento ad un altro blog e lo riporto perche' descrive la sensazione che ho avuto io seguendo, in podcast, il dibattito di ieri.

"Secondo me il vero vincitore e' il PD, e lo dico con sollievo! Finalmente un confronto serrato e civile. Senza false accuse, senza parlarsi addosso e senza la precisa volonta' di buttarla in caciara. Forse tutto cio' e' normale, ma con i tempi che corrono, e' difficile trovare tre persone per bene che si confrontano. Peccato non si sia fatto su una TV nazionale: avrebbe fatto risaltare le differenze di stile e di contenuto con questa destra."

domenica 18 ottobre 2009

Borghezio nel Pd



La premessa necessaria a qualsiasi ragionamento sulla presenza di Paola Binetti nel Partito Democratico ha a che fare col modo con cui si eleggono i parlamentari in Italia. Sintetizzo brutalmente. In un sistema maggioritario con collegio uninominale (come quello che c’è stato in Italia dal 1994 al 2006), magari preceduto da primarie di collegio, io non avrei nulla in contrario al fatto che possano essere eletti per il Partito Democratico Paola Binetti o Carlo Giovanardi o chiunque altro. Si candidino alle primarie di collegio, le vincano, si candidino alle politiche, se la giochino e se saranno eletti buon per loro: a quel punto avranno piena facoltà di fare – più o meno – quel che pare loro. In un sistema del genere non c’è linea di partito che tenga: il meccanismo di rappresentanza si regge sul rapporto tra gli elettori e i candidati del loro collegio, che a quegli elettori rendono conto. Oggi in Italia vige un regime diverso. I parlamentari sono eletti in blocco, posizionati in una lista secondo un ordine deciso dal partito che determina la loro eleggibilità. Gli stessi cittadini non votano Tizio o Caio, Paola Binetti o Carlo Giovanardi, ma il partito e basta. Diventa quindi centrale il rapporto tra elettori e partiti, piuttosto che quello tra elettori e parlamentari, e qualsiasi forma di eterodossia di questo o quel deputato rispetto alla maggioranza del partito rischia di irritare iscritti ed elettori, perché tradisce il patto che questi hanno fatto non con Binetti o Giovanardi bensì col partito. Con questo non voglio dire che finché abbiamo il porcellum un partito grande come il Pd deve azzerare il dissenso interno su qualsiasi cosa e diventare il Pcus. Ci sarebbero degli strumenti fruibili già dalle prossime politiche per aumentare il pluralismo e ridurre il fenomeno della “sindrome da tradimento” – comporre le liste attraverso elezioni primarie, una promessa fatta da tutti e tre i candidati leader – ma il nodo della questione è dove tracci la linea, quale sia il limite: prima o dopo Carlo Giovanardi? Prima o dopo Maurizio Gasparri? Prima o dopo Paola Binetti? Perché se l’unico criterio è una vaga “tutela del pluralismo” allora non vedo perché dobbiamo tenere fuori dal partito le posizioni di Borghezio.


Francesco Costa

sabato 17 ottobre 2009

God save Spinoza


Milano. Stamattina ordigno contro una caserma.
Immediata risposta del Ministero degli Interni: "Ehi, non avevamo detto a mezzogiorno?".

Detto da Cohn-Bendit...


Se lei fosse un leader della sinistra italiana cosa farebbe per battere Berlusconi? «Metterei da parte tutte le ideologie del secolo scorso. Berlusconi è un fenomeno strano ma appartiene al presente, mentre le risposte della sinistra italiana sono di ieri. Con questa crisi, che è economica, finanziaria, ma anche ecologica, non bastano le vecchie risposte socialdemocratiche, di classe. Bisogna immaginare una trasformazione del sistema di produzione e di consumo, che non è la vecchia rivoluzione, e neppure l’idea della redistribuzione».

Pensa che l’elettorato italiano sia così sensibile alla questione ecologica? «Non lo so, ma il punto è che tu devi avere una posizione chiara, devi dire la verità alla gente sul riscaldamento globale, non puoi solo rincorrere gli elettori».

Come valuta questa nuova formazione, Sinistra e libertà? «Non credo molto in un nuovo rassemblement a sinistra. Il nostro movimento, Europe ecologie, è più trasversale, arriva fino al centro, non mi pare che riunirsi a sinistra sia un tema dell'oggi».

E il Pd? «Lo vedo dentro la crisi delle socialdemocrazie europee, nonostante la sua pretesa diversità. C’è un impianto tradizionale che è superato, e che in fondo è lo stesso delle sinistre radicali, con tutte le sfumature del caso. Se devi andare avanti con questo modello di produzione e di consumo, la destra è più forte. A noi tocca dire che così non si può più andare avanti: è difficile, perché la gente è spaventata, ma tocca a noi dimostrare che cambiando si può vivere meglio ». (leggi l'intervista sul sito de l'Unità)

venerdì 16 ottobre 2009

Il lodo "a priori"?


Vuoi non dire niente sul lodo Scalfari...?
E allora lo dico.

La preoccupazione da cui scaturisce l'idea stessa di lodo Scalfari e' per tutti e' la stessa, ovvero che cosa farebbe Bersani (e soprattutto D'Alema, ...ah, l'ho detta...) nel caso in cui non dovesse essere lui il segretario. Remerebbe nella direzione del segretario vincitore? O la fronda interna (potentissima) tramerebbe nell'ombra da subito?

Ecco perche' l'uscita di Scalfari e' cosi' centrale nel dibattito. Ad innescare le parole di Scalfari ( e soprattutto a legittimarne cotanto eco negli esponenti del PD) e' che i "sondaggi" vedono stringersi fortemente le distanze tra Bersani e Franceschini, da cui il timore (o la speranza? mah...) di vedere un asse Franceschini-Marino mettere in minoranza Bersani.

Cito Civati: "Quello che penso è che, salvo cataclismi, chi arriva secondo e chi arriva terzo alle primarie non dovrebbero mettersi d'accordo per battere il primo in assemblea, per motivi di opportunità politica (direi, di ragionevolezza). Gli elettori non capirebbero, e ci verrebbero a prendere con i forconi. Con una precisazione importante: tutto dipende dal risultato e dalla distribuzione dei voti, perché il lodo Scalfari parte dal discutibile pregiudizio che uno dei due candidati vada molto meglio degli altri".

Esattamente. Se il distacco tra Bersani e il secondo fosse abissale le discussioni sarebbero meri tecnicismi. Il dato politico sarebbe chiaro e sarebbe doveroso rispettarlo.

Ma se cosi' non fosse?
Se il Bersani vincesse, diciamo, con un 4-5% di distacco? Magari passando appena il 40%? Ecco in questo caso che cosa si fa'? Mi pare che sia difficile far valere il lodo Scalfari "a priori". O sbaglio?

La soluzione potrebbe stare in un post di un commento che proprio il Civati di nuovo fa' suo (con la sua solita ammirevole onesta' intellettuale):
"Caro Civati, io credo che per onestà verso chi vi vota dovreste dire qualcosa su chi appoggerete tra Franceschini e Bersani nel caso piuttosto probabile che Marino arrivi terzo. Visto che Marino potrebbe essere l'ago della bilancia, credo che non possiate chiedere una delega in bianco agli elettori su un punto come questo. Sarebbe un comportamento da prima repubblica."

Ovvero, se Marino facesse subito un coming-out sulle "allenaze di governo nel PD", sia a livello nazionale che locale, il lodo Scalfari si sgonfierebbe.

Il guaio vero e' che molti "dinosauri" del PD vedono nel lodo Scalfari l'appeasment che darebbe un colpo al cerchio e un colpo alla botte, un equilibrio tra le due (o tre?) mozioni sulla base di una semplice spartizione di cariche (vedi Marini ieri). Ovviamente l'alternativa, cioe' che chi vince "prende tutto" sarebbe pure peggio, darebbe una legittimazione a chi da tempo ha brame centrifughe (o meglio "centripete"...). E comunque minerebbe l'unita' del partito, che e' forse l'unico punto su cui tutti (ma proprio tutti) gli elettori del PD non transigono.

Insomma, se vincesse Bersani, non vorrei che un Minniti o una Serracchiani (o il Civati stesso...) quale vice fosse l'unico atto di "pacificazione" tra le mozione. Mi piacerebbe che tale pacificazione avvenisse soprattutto sul piano politico. Ad esempio, che venisse prodotta una voce unica su unioni di fatto e/o centrali nucleari, sul ruolo delle primarie (nel PD) e/o sulle vicende sindacali di queste ore.

Intanto oggi, chi puo', non si perda il dibattito a tre su Youdem...

La Commissione europea boccia i piani sulla qualità dell'aria italiani


La Commissione Europea in data 28 settembre ha bocciato il piano per il risanamento della qualità dell'aria italiano, avviando la procedura d'infrazione se i limiti non saranno rispettati nel 2011. Nel nord Italia, solo la Valle d'Aosta riesce ad ottenere una deroga. Uno dei cardini della bocciatura del piano italiano sarebbe non tanto la mancata predisposizone dei piani provinciali e regionali, quando la mancanza di un piano nazionale in mancanza del quale i piani locali non riuscirebbero a raggungere l'efficacia. Il piano nazionale, infatti, è ancora in stesura a livello ministeriale e il Ministro Prestigiacomo non sembra aver dissipato i dubbi dell'Unione Europea sul quadro generale di azioni da porre in campo. La politica delle deroghe, dei tentativi di dilazione, delle giustificazioni sulle condizioni climatiche non sembra quindi intenerire la Commissione Europea che alza stavolta il cartellino rosso. Il testo della missiva europea sul sito http://www.legambiente.org/.

TANTI FINALI PER UN CONGRESSO




Sdoganato il nuovismo di Debora, forse possiamo sdoganare anche il nuovismo de "noi antri". Comunque la pensiate, diceva quello, il mondo va avanti, nel pd di casa nostra va avanti soprattutto qui, ma anche (veltroni docet) qui.
Lo spiraglio tanto atteso nella porticina... Ditino per ditino si può aprire: ed entra ossigeno. Nuovo.

Torna la rubrica di Enrico Moretti tenuta sul blog della giovanile di Rimini
Rubrica “La sedia sdraio”


Mentre tiene banco la proposta di Eugenio Scalfari, numerose altre personalità hanno espresso la loro opinione su come debba essere eletto il nuovo segretario del Pd. Eccone alcune.

Pum, Crash, Sbang!!! Ispirandosi alla loro lunga carriera cinematografica, Bud Spencer e Terence Hill hanno avanzato la seguente idea: “Perchè i tre candidati non si riuniscono in un saloon insieme ad una ventina di brutti ceffi come comparse e se le danno di santa ragione? Vince l’ultimo che resta in piedi!”. Franceschini si è già iscritto in palestra. Da avvertire Bassolino per trovare le comparse.

Lasciatemi cantare Preoccupata di non riuscire ad eguagliare il risultato di Bonolis dello scorso anno, Antonella Clerici ha avanzato al Nazareno la proposta ufficiale di nominare segretario chi tra i tre vincerà Sanremo. Franceschini sta già scaldando la voce.

Birra & salsiccia Il congresso del Pd oltrepassa i confini nazionali e appassiona anche la Germania: Otto von Krautus, campione nazionale del popolare concorso “Quanto son buoni i wurstel!”, soprannominato amichevolmente “betoniera che cammina”, suggerisce il più classico dei modi per chiudere il congresso. “Perchè non si sfidano ad una bella gara di birra e salsiccia?” Franceschini sta già digiunando da due giorni.

GF 10 Dispiaciuta per la scarsa durata del congresso, Alessia Marcuzzi viene in soccorso ai democratici, invitando i tre candidati a partecipare alla nuova edizione del Grande Fratello, che durerà eccezionalmente sei mesi. Franceschini è disposto ad accettare, a patto che Bersani e Marino stiano nel tugurio.

Baywatch Pd David Hasselhoff, attore noto per aver interpretato Mitch Buchannon, protagonista della popolare serie Baywatch, venuto non si sa come a conoscenza del congresso del Pd e per nulla interessato alla cosa, non ha comunque voluto far mancare la sua opinione. “Organizziamo una bella gara di moto d’acqua qua da noi, in California, e chi vince vince”. Franceschini non è contrario, ma preferirebbe i lidi ferraresi perchè sono più vicini a casa.

giovedì 15 ottobre 2009

Tris


Venerdì pomeriggio, alle 15, sul misterioso canale 813 di Sky e sul sito di Youdem potremo finalmente vedere il confronto fra i tre candidati alla segreteria del Pd.

L'ovvieta' politica


"E'un'ovvietà politica che non era necessario sottolineare, dire che chi prenderà più voti degli altri avrà più chance di diventare segretario, non per accordi di potere ma per rispettare la volontà espressa dagli elettori". Continua Marino, "fare questi accordi prima del 25 ottobre, quando i giochi sono aperti e nessun risultato può essere dato per scontato, significa assecondare ancora una volta quella logica delle correnti di cui sono vittime Bersani e Franceschini".
Parole ponderate a lungo. Da una parte perché Marino è un acceso sostenitore delle primarie, dall'altra perché il non andare all'assemblea avrebbe potuto levargli dalle mani la possibilità di essere "l'ago della bilancia" (per usare le parole di un sui fedelissimo come Goffredo Bettini) nella nomina del segretario. E c'è chi ricorda che solo il 5 ottobre Marino aveva proposto agli altri due sfidanti "una dichiarazione comune per accettare, "qualunque esso sia", il risultato delle primarie". Sarà per questo che Franceschini, maliziosamente, lo attacca: "Ignazio, non hai sempre detto che il popolo delle primarie e' sovrano? Non si chiedono i voti il 25 per fare l'ago della bilancia dopo...''.
Qui, le considerazioni a tutto tondo del Civati (che sta con Marino, ma dice cose universalmente conivisibili).

Pregare a scuola


Pregare a scuola - Da Berlino un possibile precedente per l'Europa
Una notizia dei giorni scorsi ha fatto discutere sul modo in cui la Germania sta affrontando l'integrazione degli immigrati in un paese che conta oltre sette milioni di stranieri e circa quattro milioni di musulmani su una popolazione di ottanta milioni di persone. Il fatto si è svolto a Berlino. Un tribunale amministrativo della città ha dato ragione a un ragazzo musulmano, Yunus M. di 16 anni, che aveva chiesto di poter pregare a scuola, rispettando quindi il Corano e l'impegno delle cinque preghiere giornaliere. Nella sentenza, la prima del suo genere nella Repubblica Federale, il giudice Uwe Wegener ha ricordato che la Legge Fondamentale garantisce ai cittadini la libertà di religione e di espressione. Ha chiesto quindi alla scuola berlinese di consentire a Yunus M. di pregare in un luogo appartato per 10 minuti fuori dagli orari di classe. Il Diesterweg-Gymnasium, nel quartiere di Berlin-Wedding (nella foto l'ingresso della scuola), sta riflettendo se fare appello o meno, sostenuto dal governo cittadino. Sostiene che se altri studenti chiedono di fare altrettanto la gestione della scuola diventerà impossibile. Il dibattito ha avuto luogo in una città dove c'è una forte tradizione secolare: nell'aprile di quest'anno è fallito un referendum che in caso di vittoria avrebbe dato la possibilità agli studenti di scegliere tra corsi di etica e corsi di religione, mettendo le due materie sullo stesso piano. Oggi a Berlino i corsi di etica sono obbligatori, quelli di religione sono facoltativi.

La Repubblica Federale - come l'Italia - non ha i principi radicali della Francia, dove la separazione tra Stato e Chiesa è netta e la laicità vuole garantire neutralità religiosa. In molte regioni tedesche corsi di religione fanno parte del programma ufficiale, il crocefisso è presente nelle classi e le suore insegnano indossando l'abito religioso. Lo stesso referendum berlinese di questa primavera ha messo in luce come la questione sia aperta. Evidentemente, è più difficile in questo contesto ambiguo prendere decisioni che non appaiano controverse. Tornando alla sentenza, mentre la preside Brigitte Burchardt mette l'accento sull'organizzazione scolastica e sull'impronta laica di una scuola pubblica, il giudice Wegener crede che nessuno possa veramente impedire a Yunus M. di pregare, se così richiede la sua religione. Pregare a scuola: sì o no? Il tema delicatissimo ha scatenato le reazioni dei lettori nei siti dei giornali tedeschi. C'è chi ha sottolineato le difficoltà di fare le abluzioni tradizionali prima della preghiera e chi ha notato che dopotutto il ragazzo in questione pregherà a scuola una sola volta al giorno (le altre quattro preghiere giornaliere avrebbero luogo fuori dagli orari scolastici). La sentenza del magistrato berlinese (qui il comunicato stampa del tribunale) potrebbe rivelarsi un nuovo punto di riferimento giuridico, in Germania e in Europa, nello stesso modo in cui lo è stata per molti versi la scelta francese di vietare il velo nelle scuole.

mercoledì 14 ottobre 2009

Nord, metamorfosi dell'industria


Giuseppe Turani su Repubblica di domenica.


L'elemento che piu' colpisce e' quello relativo ai grandi stabilimenti industriali lombardi. Se nel 1971 erano 304 gli impianti con piu' di 500 addetti presenti nella regione (e 105 avevano piu' di 1000 dipendenti) trent'anni dopo, nel 2001, gli impienti con piu' di 500 dipendenti sono ridotti a 98 e quelli che ne hanno piu' di 1000 sono 27 in tutto. E parliamo del 2001. Oggi e' pensabile che il trend sia addirittura accelerato.

Nel giro di 30 anni, cioe', le grandi concentrazioni operaie sono scomparse, di fatto, dalla regione piu' industrializzata del paese. Nel 1971 in Lombardia si contavano 5 grandissimi stabilimenti con piu' di 5 milioni di metri quadri di superficie. Oggi nessuno.

L'industria ha abbandonato le grandi dimensioni e ha scelto di diventare media: da qui quel fenomeno molto italiano che e' stato chiamato "Quarto Capitalismo", fatto di aziende medie, molto organizzaate e molto high tech. Pero' le grandi concentrazioni di tute blu non ci sono piu'.

E questo ha avuto i suoi riflessi anche sulla politica. Certa sinistra "di classe" e certo sindacalismo hanno fatto finta di non accorgersi e usano ancora i linguaggio di prima, ma questo mondo non c'e' piu'.

Al posto della grande "Lombardia operaia" e' emerso, appunto, il Quarto Capitalismo e tutto intorno e' fiorito un mondo di consulenti, professionisti e piccole o piccolissime imprese.

E questo e' il mondo a cui si riferiscono Berlusconi e la Lega. Un modo non proprio votato al progresso e politicamente non di sinistra (forse nemmeno riformista), ma e' quello che c'e' ed e' quello con cui bisognera' fare i conti.

Un vero nuovista


(ASCA) - Roma, 12 ott - ''Franceschini indubbiamente raccoglie quasi tutta la nomenclatura del partito: Marini, Rutelli, Fassino, Veltroni. Lui e' il candidato della nomenclatura centrale del Pd. Persone carissime, tutti amici miei ma, secondo me, dobbiamo cambiarlo questo partito''. Lo ha detto Massimo D'Alema, intervistato sul web talk 'Orzo'.

Ecco quello che oggi ha detto un uomo che con la ditta ha a che fare da quarant'anni.

Un vero nuovista, contro la nomenclatura: l'avesse detto Debora Serracchiani, l'avrebbero asfaltata. Del resto, sabato, il 'nuovista' così aveva detto: «L’unico rischio che corre Bersani è che alle primarie voti un campione non rappresentativo del nostro elettorato. Altrimenti l’esito è chiaro». E se vince Franceschini?«Sarebbe uno scenario paradossale. Le regole sono queste. Certamente i dirigenti le rispetteranno. Gli iscritti non so».

Qualcuno inizia a dire che questi siano indizi...

martedì 13 ottobre 2009

La socialdemocrazia ai tempi della crisi


di Alberto Rossini.


Il dibattito nel PD tra una discussione e l’altra su Franceschini, Bersani e Marino mi pare che intelligentemente si stia occupando anche di questioni più generali. Perciò ringrazio Chicchi e Rossano che, in modo diverso, mi hanno sollecitato queste riflessioni.

La socialdemocrazia è in crisi da tempo, tuttavia la resa del PSD in Germania ne sancisce la fine. Il tema non è nuovo, ma va ripreso poiché ancora oggi molta parte della sinistra e lo stesso PD nel guardare al futuro si riferisce a quel modello di governo della società. Per dirla chiaramente sia la mozione Franceschini e soprattutto quella Bersani vedono nella socialdemocrazia un riferimento ideale. In realtà quella forma di governance entra in crisi già alla fine degli anni ’70, almeno per tre motivi:
1) l’affermarsi della globalizzazione riduce drasticamente i margini di potere dello Stato-Nazione, diversamente da come era avvenuto nel dopoguerra. I poteri di controllo degli Stati vengono scavalcati dal nuovo ruolo del capitale finanziario internazionale, dalla forza dei gruppi multinazionali, dall’esplodere dei flussi di persone e merci tra un Paese e l’altro, non più arginabili con i semplici provvedimenti dei singoli Stati.
2) La prorompente vittoria del neo liberismo con la Thatcher in Inghilterra e con Reagan negli Usa. A quel punto la sinistra europea ripensa la propria prospettiva pratica e teorica e nasce la “terza via” che vuole smussare gli angoli del nuovo corso piuttosto che attuare un nuovo modello di sviluppo.
I Laburisti, infatti, costruiscono il ritorno al governo sulla base di una filosofia elaborata da Giddens e Brown che arretra anche rispetto all’idea di intervento di stampo keynesiano. La dimostrazione sta nel fatto che sia in Gran Bretagna che negli Usa, con Blair da un lato e Clinton dall’altro, le differenze sociali non sono diminuite e certi disagi della povertà sono stati limitati più per gli interventi di fondazioni e privati che per la presenza di precise politiche sociali.
3) L’ultimo fattore è la diminuzione della capacità di spesa degli Stati. La socialdemocrazia presuppone un welfare particolarmente efficace che però ha il difetto di costare molto ed in una fase in cui le casse delle pubbliche amministrazioni sono in difficoltà, il sistema del welfare universale non ce la fa più, collassa ed i più deboli vengono tendenzialmente lasciati a sé stessi.
Del resto il pensiero della nuova destra considera gli ultimi come responsabili del proprio destino e quindi lo Stato se ne deve occupare marginalmente e con due modalità: confidando molto sul ruolo “sussidiario” dei privati e con l’elargizione di un temporaneo sussidio in denaro.
Del resto nel recente passato “ha avuto la meglio una sorta di diffuso senso comune secondo cui è meglio che la politica si arrenda o addirittura si consegni all’economia e alla sua forza di cambiamento. Libertà totale concessa al gioco dei capitali, appoggio incondizionato agli operatori economici considerati come portatori automatici di vantaggi per tutti, esaltazione delle forme di una gara concorrenziale sempre più radicale”. Anche nella sinistra fa breccia la convinzione che “la liberalizzazione assoluta delle forze dell’economia rappresenta di per se stessa un vettore di progresso” (G. Berta, Eclisse della socialdemocrazia).
Ecco credo che molta parte della sinistra si sia rifiutata di pensare diversamente. Abbiamo rinunciato ad altre pratiche e a nuove idee.
La socialdemocrazia è stata sconfitta, non possiamo riesumarla, dobbiamo pensare a nuove forme di intervento sociale. Tutelare di meno i già garantiti, destinare più risorse per l’innovazione e lo sviluppo, legare di più al territorio le forme di assistenza ai più deboli e alle categorie più fragili.
Insomma visto che ci sono meno risorse è necessario concentrarsi sui servizi e sulle opportunità da offrire. A fronte di un lavoro sempre più flessibile la risposta migliore è il salario minimo garantito legato alle persone più che ai luoghi e ai settori di lavoro. Ma è altrettanto importante informare, assistere, professionalizzare, chi rimane senza lavoro. Credo che si possa saldare una visione che unisce solidarismo di matrice socialista, e attivismo di ispirazione cattolica. Molti servizi sociali e molti istituti privati (gli enti bilaterali, ad esempio) possono essere rivisti, risparmiando risorse da investire in ricerca e sviluppo. Oggi la ricchezza non sta in quello che si spende ma nel capitale sociale e nel patrimonio di sapere delle persone e delle comunità locali.
Anche con le imprese bisognerebbe lavorare in questa direzione concedendo meno sovvenzioni ed invece sostenendo le azioni che guardano di più alle strategie e ai risultati di lungo periodo, abbandonando la massimizzazione immediata del profitto. Certo il capitale finanziario impone regole diverse. Ma qui sta il compito dei Governi che debbono saper superare la crisi dello Stato Nazione, adottando e rispettando regole sovranazionali che debbono valere anche per i diritti delle persone. In tal senso alcune riflessioni approfondite le ha compiute il “movimento” ispirato a Seattle. Il rimando teorico è alla sintesi di Negri e Hardt, che parlano di moltitudine come un nuovo soggetto capace di stare al passo con la globalizzazione.
La sinistra, nata per essere internazionale, ha perso nel tempo questa dimensione e l’ha lasciata in mano al capitale. E’ necessario riprenderla e non farsi spaventare dalla globalizzazione, al contrario usarla come possibilità di crescita dei diritti delle persone, provando a mettere insieme il livello delle vite e delle opportunità locali con il globale, da cui possono venire pericoli (immigrazione e concorrenza selvaggia) ma anche occasioni (integrazione e diritti sovranazionali). Voglio dire che il rischio della globalizzazione va corso fino in fondo con l’obiettivo di coglierne le opportunità. Così come la necessità di ridurre le spese per il welfare universale può servire per ridefinire l’intervento del pubblico, ripensandolo radicalmente, non per fuggirlo ma per cambiare il modo in cui si interviene. Più attenzione, ad esempio per i giovani, per gli studenti, per i nuovi arrivati e meno assistenzialismo per pensionati, anziani, lavoratori garantiti. Così come vanno ridotti i fondi destinati alle imprese per le quali conviene intervenire per la realizzazione delle infrastrutture utili per competere in Italia e all’estero. Mi chiedo quanto potremmo risparmiare evitando le grandi opere che non fanno sistema e non servono ai territori. Insomma no al Ponte sullo Stretto e sì alle opere di consolidamento, alla valorizzazione del paesaggio e dei beni storici, agli interventi legati all’economia ambientalmente sostenibile.
Un nuovo welfare e una nuova idea di intervento dello Stato passa da ipotesi di questo tipo che in ogni caso presuppongono un’articolazione delle decisioni basate su uno Stato federalista anche dal punto di vista fiscale. Solo così i territori si potranno esprimere al meglio, non proponendo egoismi e chiusura, ma accoglienza, rispetto e valorizzazione delle persone.
Per cominciare non c’è bisogno di aspettare le grandi riforme dello Stato, si può partire anche dal locale rivedendo la spesa storica del pubblico, mettendo più risorse per la scuola e la formazione e potenziando le imprese ed i settori dell’eccellenza produttiva e professionale.

lunedì 12 ottobre 2009

Per una riforma dei Circoli del PD


La cosa che più mi infastidisce di cio' che sta avvenendo attorno a questo primo congresso el PD è lo stucchevole refrain secondo il quale "non si parla di politica, ma solo di persone", alimentato da una stampa che asseconda molto più facilmente le derive gossip (che, comunque, ahimé non mancano...), piuttosto che dare spazio alle lucide riflessioni con cui diversi esponenti di primo piano stanno alimentando l'agenda politca. E' a tal proposito che riceviamo e volentieri pubblichiamo un approfondito intervento di Giuseppe Chicchi sul ruolo dei circoli.

Le tre mozioni congressuali insistono sul valore e la necessità di rafforzare la struttura territoriale del partito. In particolare la Mozione Marino insiste su uno spostamento dei pesi del potere interno a favore dei circoli. Questa comune impostazione deriva probabilmente dalla polemica sul “partito liquido” che ha occupato parte della breve segreteria Veltroni. Credo che Veltroni si riferisse alla necessità di pensare ad un partito post ideologico che cerca la sua legittimazione fuori di sé, nella temperie sociale piuttosto che nella rassicurante dimensione interna.
In qualche modo questa questione si è riflessa sulla opzione per le primarie: è giusto che il segretario degli associati in un partito, sia scelto anche dai non associati? La domanda sembra banale, ma non lo è affatto perché la risposta rivela necessariamente le diverse concezioni del partito. E dipende in gran parte da ciò che oggi è il partito e dalla funzione che svolge nella società di oggi. Purtroppo qui cominciano i problemi.

Partiamo allora da alcuni punti (forse) condivisibili:
1. Se analizziamo la mappa degli iscritti del PD scopriamo che essa rappresenta la composizione sociale degli anni settanta: lavoro dipendente, pubblico impiego, pensionati e poco più. Il fatto che non riusciamo a organizzare parte della società contemporanea, indebolisce la nostra capacità di elaborazione. Questa si chiama “crisi di rappresentanza”.
2. Non esistono più i contenitori “ideologici” spazzati via dalla caduta del muro di Berlino. Solo una formidabile identità programmatica potrebbe aiutarci a fare il PD. Ma questo è un terreno impervio e ci dividiamo amabilmente su quasi tutto.
3. Il ciclo di lotte sociali degli anni settanta ha interrotto giustamente la “cinghia di trasmissione” che legava le rappresentanze sociali ai partiti. Il segretario della Cgil veniva scelto dal Pci, quello della Cisl dalla Dc e così via. Il guaio è che la cinghia si è rotta anche nel senso inverso, dalla società al partito. Il risultato è un partito che sta chiuso nel “politico” e comunica poco con il “sociale”, ha difficoltà ad influenzarlo e ad esserne influenzato. Ciò è irrilevante per Berlusconi che possiede quasi tutto il sistema televisivo, per noi è tragico.

Facciamo un passo indietro. Il solidarismo appartiene in ugual misura alle due componenti principali del PD. LA sinistra ne ha dato una lettura istituzionale e, soprattutto nella dimensione locale dove ha governato, ha prodotto esperienze straordinarie di stato sociale avanzato. La DC ha opposto a ciò un’opzione assai più flessibile, basata su una rete associativa e assistenziale capillarmente diffusa anche grazie alla presenza della Chiesa cattolica e sull’esercizio di una cultura della sussidiarietà rivolta ad una società organizzata nei “corpi intermedi”.
Dal punto di vista dell’organizzazione politica per il Pci le sezioni costituivano le “casamatte”, il luogo della difesa ideologica e della diffusione della propaganda. Mancava, al di là delle feste dell’Unità, una specifica funzione sociale. Tuttavia, dove la sinistra governava, subentrava una funzione di mediazione fra il territorio e le istituzioni; i quadri intermedi (i famosi segretari di sezione!) svolgevano un ruolo di terminali territoriali in senso ascendente e discendente . Questo impianto “sezioni/istituzioni” si è dimostrata nel tempo un’arma straordinaria per dare densità politica al rapporto con economia e società e per garantire stabilità ai governi locali.

Molte cose hanno contribuito a modificare alla radice questo quadro. In sintesi estrema:
1. La fine della guerra fredda e della funzione di “casamatta”.
2. La segmentazione sociale intervenuta dopo il ciclo di lotte degli anni ’70.
3. La diffusione dei media e la moltiplicazione delle fonti informative.
4. La caduta della funzione del partito come “intellettuale collettivo” e il parcellizzarsi delle funzioni formative.
5. La perdita di ruolo delle comunità locali “ristrette”(“…le comunicazioni all’interno della comunità, non godono più di alcun vantaggio rispetto a quelle fra comunità”, Z. Bauman)
6. L’elezione diretta del Sindaco che ha prodotto stabilità ma anche autonomia delle istituzioni rispetto ai partiti.

A queste novità non si è risposto con nuovi modelli di organizzazione territoriale, è deperita la gamma di funzioni svolte dalle sezioni e, di conseguenza, è deperita la quota di potere ad esse affidata. La rivendicazione di maggiori poteri (così netta nella mozione Marino) rischia di restare sterile se non è accompagnata dalla definizione di nuove funzioni e nuovi equilibri di potere fra gli apparati del partito e il territorio.

I punti di riferimento per una riforma della struttura politica sul territorio sono almeno tre.
Il primo. Si va riducendo l’ombra protettiva del vecchio stato sociale, non solo per colpa delle politiche liberiste che hanno ridotto la protezione e incentivato l’indebitamento privato (casa, salute, formazione), ma anche per la combinazione fra incremento della domanda (invecchiamento, immigrazione) e crisi della finanza pubblica. Si determina uno spazio vuoto in cui cercano di agire l’associazionismo, il volontariato e le attività di sussidiarietà orizzontale. Il PD deve rapidamente decidere se questo spazio gli interessa e se possiamo promuovere una fase di espansione delle esperienze sussidiarie. Possiamo anche decidere che il nostro ruolo non è quello di avventurarci nel sociale, è bene però che sappiamo che la nostra influenza nella società è destinata a diminuire. Anche perché ciò che è “comune” è sempre più aggredito da ciò che è “individuale”, così come il mercato vuole.
Il secondo. Il movimento progressista non riesce a ridurre la distanza fra diritti legali e diritti reali. I circoli del PD possono diventare uno dei luoghi in cui il diritto di cittadinanza trova gli strumenti di base per essere effettivamente esercitato. Un esempio: noi possiamo intervenire nella fase della alfabetizzazione di base di chi non dispone di strumenti sufficienti, come facevano le scuole socialiste alla fine del 19° secolo o come negli anni sessanta faceva don Milani nella scuola di Barbiana. L’uso del computer, l’inglese, le varie forme di espressività, sono il terreno della moderna alfabetizzazione.
Il terzo. Il legame comunitario, sotto l’attacco della globalizzazione, tende a produrre processi difensivi, identità chiuse, insicurezza e aggressività. Il fenomeno Lega nell’area più sviluppata del Paese deve farci riflettere, si tratta di uno straordinario “sintomo” del malessere della società avanzata. Guai a snobbarlo. Tocca al PD dimostrare che il legame comunitario può non essere difensivo, può dare il senso di partecipazione ad un percorso di sviluppo globale. Un esempio: partendo dall’inquinamento di un fosso possiamo creare un movimento ambientale che sia capace di arrivare alle vere origini del fenomeno. Perciò dobbiamo essere più “politici”(capaci di vedere e di dire ciò che l’individuo atomizzato non sa dire) e più “sociali”, capaci di stare dentro ai bisogni e dare prime risposte di comunità. Poi arriveranno, anche per effetto del nostro movimento, le risposte delle istituzioni.

Giuseppe Chicchi
Rimini 10 ottobre 2009