domenica 31 maggio 2009

Icone


Seguiendo il sasso lanciato da Alberto Rossini, via Marta Meo, riprendiamo la frase di Massimo Gramellini che, commentando la performance televisiva di Berlusconi nel salotto di Bruno Vespa, ha parlato del "primo statista pop che abbia mai calcato il Palcoscenico della Storia".

Osservazione spiritosa e acuminata. La riporto perchè pop non è una parolaccia, o meglio è sempre stata vista con una certa diffidenza da sinistra (e qui ci piace citarci, http://pdsangiuliano.blogspot.com/2009/05/masse-ed-elite.html) anche se ci si dimentica che "pop" non è altro che l'abbreviazione di "popular". Insomma, la capacità di generare un terreno comune tra il PD e il popolo non dovrebbe essere un problema se è vero, come è vero, che sono popolari le radici del PD.Nel bell'articolo di Marta Meo pare implicito il messaggio che l'iconografia a cui rifarsi debba essere "alta", quando invece il "popolare" richiama spazi attigui all'immaginario dei singoli, non necessiamente "bassi" (o "nazional-popolari"), ma comunque quotidiani, vicini, riconoscibili e in cui riconoscersi. Gli "angeli del fango"? Se non avessi visto "La meglio gioventù" non avrei saputo dire chi fossero (qui forse puo' giocare un fattore generazionale). Tina Merlin? Per me ha il volto di Laura Morante in "Vajont". Intendiamoci, sono rispettabilissime figure degne dello scopo, ma mi parrebbe davvero un miracolo di comunicazione di massa se queste figure entrassero nell'immaginario collettivo.
Vuoi per il dilagante riverbero della tv, vuoi per la pericolosa deriva di "polverizzazione" della società, credo che sia il marem magnum del pop a essere il più indicato come bacino a cui attingere per generare quella mitopoiesi a cui anche tanti "giovani" scrittori stanno rivolgendo tentando di conciliare grandi narrazioni storiche e cultura pop(http://www.carmillaonline.com/archives/cat_new_italian_epic.html ).

Ilvo Diamanti parlava qualche giorno fa su Repubblica di "politica pop" e lo faceva a partire del fatto che la distanza fra cittadino e spettatore si sta assottigliando sempre più. Difficile pensare che sul terreno di Berlusconi, la tv, si possa trovare un'icona che agisca, come dire, omeopaticamente contro di lui.

E' forse (e dico forse) nella memoria e nell'esperienza collettiva che vanno ricercate quelle icone, quelle immagini, quelle faccie che ci possono fare da specchio, in quel pop che ha il potere di evocare la nostra storia.

A me vengono in mente un pò di esempi:1) le foto dei soccorritori subito dopo la bomba alla stazione di Bologna;2) le foto degli emigranti con le valigie di cartone che arrivano nelle stazioni di Milano o Torino;3) le foto di certi call center di oggi;4) i gruppi di ciclo-amatori della domenica mattina;5) le file ai seggi delle primarie.

Sono solo esempi e ce ne sono sicuramente tanti altri piu' azzaccati. Se il pay off (le didascalie...) di queste foto fosse qualcosa tipo: "Questi, siamo noi", chi non si sentirebbe coinvolto (anche se sicuramente non in tutte)?Ovvio che otterebbero effetti ben diversi se fossero utilizzate a fianco di uomini e donne credibili, di un PD credibile, piuttosto che a fianco di esponenti già troppo fortemente connotati.

venerdì 29 maggio 2009

IN TANTI PER DEBORA.
























In tanti per Debora. Mercoledì sera nel bel mezzo di un diluvio universale la sala del Buonarrivo si è riempita all'inverosimile per conoscere da vicino Debora Serracchiani.

Ci eravamo detti: si sostiene una candidatura almeno per tre fatti: le capacità, il merito e non da ultimo il mondo che rappresenta.
Del mondo che rappresentasse ne eravamo già sicuri: il nostro, quello della base, ma vorrei dire piuttosto quello del PD.
Non è retorica, è metodo: Debora è stata indicata direttamente dai circoli della sua regione (l'avremmo dovuto fare tutti quanti, e lo ha detto lo stesso Franceschini), Debora ha letto il codice etico che ha dovuto sottoscrivere per la candidatura dentro questo codice ci sta scritto il nostro dna e tutto il nostro metodo: una volta eletti i candidati si impegnano a mantenere un forte legame con i territori, lo devono fare con ogni strumento esistente o da inventare perché ci sia una sempre più stretta relazione tra la propria azione e le elaborazioni della base. Da ultimo: Debora è sottoposta ad una esposizione mediatica che nessun candidato alle europee ha, questo lo riconosciamo e le basterebbe forse per assicurarsi l’elezione, ciononostante setaccia i territori, passa di circolo in circolo, macina chilometri nel nord-est e non solo.




Delle capacità: ne dico una che mi è balzata agli occhi in modo chiaro: è la sintesi. Nei modi e nei concetti. A San Giuliano l'abbiamo sempre detto: in un PD che ha l'obiettivo di fare ponti tra mondi diversi e vuole risolvere le distanze non con le poltrone ma con la sintesi delle scelte, il minimo comun denominatore è l'unica via. Abbiamo dei valori comuni ampiamente espressi nel nostro statuto e codice etico, ma partiamo spesso da punti diversi: da qui facciamo un percorso che produca la sintesi, perchè poi dobbiamo scegliere.

Del merito: Ha il merito di rappresentare tutto quell’ottanta per cento del mondo e di cittadinanza attiva che va avanti indipendentemente dalla querelle politica e che - soprattutto - non si riconosce con quel 20% ben amministrato dai big. Alla domanda provocatoria “non andare in Europa perché da rivoluzionaria che sei diventi ortodossa” ha risposto quello che risponderei io: se mi costringi tra rivoluzione e ortodossia io sto nel mezzo, semplicemente perché è lì che c’è il pd. E’ la normalità che ci contraddistingue e che andiamo esprimendo nelle iniziative e nei concetti da oltre un anno anche nel circolo del PD di San Giuliano. Da qui: se la normalità diventa rivoluzionaria testimonia solo il livello (basso) a cui siamo arrivati.

Per me, votare Debora Serracchiani è mettere un ditino in più nella porta di questa nuova politica, per contribuire ad aprirla e liberarla. E' anche il modo per mandare un messaggio chiaro: allargare il campo e fare di un politico non un "arrivato", ma uno "al servizio" non vuol dire essere rivoluzionari ma essere persone normali.

In tanti potremmo essere Debora Serracchiani – dico questo non per fare di ogni erba un fascio o per sminuire il profilo politico di Debora, ma per costringerci a uscire dalla pigrizia mentale per cui c’è sempre qualcuno più in alto che ha le idee e le forze per indirizzare. Questo lo pratica sempre Berlusconi, ma anche molti nel nostro centro-sinistra.
Partiamo dalla normalità del fatto che siamo in tanti a poter metterci in gioco e che abbiamo le carte giuste per assumerci le nostre responsabilità e per ricoprire ruoli anche molto importanti come quello a cui Debora è candidata, anche se – per dirla con Debora – “Non siamo figli di - o rappresentanti di quella o questa corrente”.

Roberto

Vasco errani sul "Piano casa"


Il Notiziario Marketpress (25 maggio 2009) riprende una nota del presidente della Regione Emilia - Romagna sul “piano casa” e sull’edilizia antisismica.

Subito dopo il terremoto a L’Aquila, mentre le tv riproponevano immagini drammatiche, si è detto che era giunto il momento di voltare pagina rispetto alla speculazione edilizia e si è sventolato il vessillo del rispetto delle norme antisismiche. Tutti concordi. Oggi quelle esigenze sembrano già mitigate e confuse da una certa retorica e dall’eterna politica degli annunci. Ci aspetta invece un lavoro non facile: dobbiamo dare fondamento ad una ricostruzione materiale ed etica, ripensando le nostre città in termini di vivibilità, sicurezza e qualità urbana. Non è un obiettivo irraggiungibile: si può fare se siamo coerenti e facciamo scelte coraggiose e impegnative. Con questa consapevolezza le Regioni sono intervenute in positivo sul Piano Casa, inizialmente concepito ´in deroga´ alla legislazione nazionale e regionale, e contribuiranno con le loro leggi regionali a definire percorsi di tutela della qualità urbana, senza dannosi automatismi sul cambio di destinazione d’uso, tutelando centri storici, beni paesaggistici e sicurezza da un uso incontrollato dell’aumento delle cubature. Di fatto si è cambiato nel profondo l’impostazione iniziale del provvedimento. Ora lavoriamo ad un testo di provvedimenti per la semplificazione legati a quel piano. Governo e Regioni sono oggi però di fronte ad un bivio. Da un lato una strada che modifica e migliora qualcosa ma lascia inalterato il quadro della ´disattenzione edilizia´ che caratterizza tante parti d’Italia. Dall’altro un percorso più ambizioso per promuovere la cultura della prevenzione antisismica, in un paese dal delicato equilibrio territoriale. Penso sia una occasione da cogliere. Prima di tutto dando vita ad un Piano pubblico per adeguare scuole, ospedali, edifici pubblici. Poi promuovendo sgravi fiscali (le Regioni hanno proposto il 55%) per tutti quei privati che intervengono sulla propria abitazione in chiave antisismica, magari partendo dalle zone ad alto rischio. Dando così una mano contro la crisi economica, favorendo l’occupazione e l’edilizia. Insomma, dobbiamo partire adesso per non fermarci più. Non possiamo attendere il prossimo dramma ma promuovere oggi la prevenzione. Dalle Regioni viene dunque uno stimolo positivo: nessun blocco e nessun ´no´ a ciò che serve ai cittadini e al paese, un ´sì´ convinto alla prevenzione e alla qualità dei nostri territori, una spinta ad iniziative contro la crisi produttiva e per la ripresa dell’edilizia".
POSTILLA
Alcune domande al presidente Errani.
(1) Se il legislatore nazionale approverà una norma condivisa con le regioni ispirata ai principi che Errani richiama essa avrà anche la forza di cancellare le orribili leggi che alcune regioni avranno nel frattempo emanato? Si veda ad esempio la pessima legge della regione Veneto.
(2) Errani continua a parlare di “casa” riferendosi all’edilizia. Si vedrà finalmente una pressione delle regioni perché si ritorni a un vero programma per la casa, orientato non a rilanciare l’attività edilizia, ma a mettere a disposizione abitazioni a tutti i segmenti della domanda che sono da anni in sofferenza: in particolare, case in affitto a prezzi accessibili ai precari, agli immigrati, alle giovani coppie, agli anziani, ma che restino tali non per cinque o dieci anni e poi vengano di uovo immesse sul “libero mercato”, ma appartenenti al patrimonio pubblico.
(3) Errani ricorda, quando parla di “semplificazioni”, che ogni passaggio della cosiddetta “burocrazia” è il realtà la garanzia di un certo diritto o interesse, e che prima di abolirlo per “semplificare” occorre verificare se è giusto eliminare quella garanzia, o se occorra sostituirla con un’altra? Per esempio, la procedura delle "osservazioni” agli strumenti urbanistici è la garanzia di uno spazio per l’interesse dei cittadini in quanto tali.

Vasco Errani (Tratto dal sito Eddyburg)

giovedì 28 maggio 2009

Eric Hobsbawm


Il XX secolo è già alle nostre spalle, ma non abbiamo ancora imparato a vivere nel XXI, o almeno a pensarlo in modo appropriato. Non dovrebbe essere così difficile come sembra, dato che l'idea fondamentale che ha dominato l'economia e la politica nel secolo scorso è scomparsa, chiaramente, nello scarico della storia. Avevamo un modo di pensare le moderne economie industriali -in realtà tutte le economie-, in termini di due opposti che si escludevano reciprocamente: capitalismo o socialismo.Abbiamo vissuto due tentativi pratici di realizzare entrambi i sistemi nella loro forma pura: da un lato le economie a pianificazione statale, centralizzate, di tipo sovietico; dall'altro l'economia capitalista a mercato libero esente da qualsiasi restrizione e controllo. Le prime sono crollate negli anni '80, e con loro i sistemi politici comunisti europei; la seconda si sta decomponendo davanti ai nostri occhi nella più grande crisi del capitalismo globale dagli anni '30 ad oggi. Per certi versi è una crisi più profonda di quella, nella misura in cui la globalizzazione dell'economia non era a quei tempi così sviluppata come oggi e la crisi non colpì l'economia pianificata dell'Unione Sovietica. Ancora non conosciamo la gravità e la durata della crisi attuale, ma non c'è dubbio che vada a segnare la fine di quel tipo di capitalismo a mercato libero che si è imposto nel mondo e nei suoi governi nell'epoca iniziata con Margaret Thatcher e Ronald Reagan.L'impotenza, quindi, minaccia sia coloro che credono in un capitalismo di mercato, puro e destatalizzato, una specie di anarchismo borghese; sia coloro che credono in un socialismo pianificato incontaminato dalla ricerca del profitto. Entrambi sono in bancarotta. Il futuro, come il presente e il passato, appartiene alle economie miste dove il pubblico e il privato siano reciprocamente vincolati in un modo o nell'altro. Ma come? Questo è il primo problema che si pone oggi a noi tutti, e in particolare a quelli di sinistra.Nessuno pensa seriamente di ritornare ai sistemi socialisti di tipo sovietico, non solo per le loro carenze politiche ma anche per la crescente indolenza e inefficienza delle loro economie, anche se questo non deve portarci a sottovalutare le loro impressionanti conquiste nel sociali e nell’istruzione.
D'altro canto, finché il mercato libero globale non è esploso l'anno scorso, anche i partiti socialdemocratici e moderati di sinistra dei Paesi del capitalismo del Nord e dell'Australasia si erano impegnati sempre di più nel successo del capitalismo a mercato libero. Effettivamente, dal momento del crollo dell'URSS ad oggi non ricordo nessun partito o leader che denunciasse il capitalismo come una cosa inaccettabile. E nessuno era così legato alle sue sorti come il New Labour, il nuovo laburismo britannico. Nella sua politica economica, tanto Tony Blair che Gordon Brown (e questo fino all'ottobre del 2008) potevano essere definiti senza alcuna esagerazione come dei Thatcher in pantaloni. E lo stesso vale per il Partito Democratico degli Stati Uniti.L'idea fondamentale del nuovo Labour, a partire dal 1950, era che il socialismo non fosse necessario, e che si poteva aver fiducia che il sistema capitalista facesse fiorire e generare più ricchezza di qualsiasi altro sistema. I socialisti non dovevano fare altro che garantire una distribuzione egualitaria. Ma a partire dal 1970 la crescita accelerata della globalizzazione creò sempre più difficoltà e sgretolò fatalmente la base tradizionale del Partito Laburista britannico, e per la verità alle politiche di aiuto e sostegno di qualsiasi partito socialdemocratico. Molte persone, negli anni ‘80, pensarono che se la nave del laburismo non voleva colare a picco, cosa che era una possibilità reale, doveva mettersi al passo con i tempi.Ma non fu così. Sotto l'impatto di quello che vedeva come la rivitalizzazione economica thatcherista, il New Labour, a partire dal 1997, si bevve tutta l'ideologia, o piuttosto la teologia, del fondamentalismo del mercato libero globale. Il Regno Unito deregolamentò i suoi mercati, vendette le sue industrie al miglior offerente, smise di fabbricare beni per l'esportazione (a differenza di Germania, Francia e Svizzera) e puntò tutto sulla sua trasformazione in centro mondiale dei servizi finanziari, e di conseguenza in un paradiso per il riciclaggio di denaro. Così l'impatto attuale della crisi mondiale sulla sterlina e l'economia britannica sarà probabilmente più catastrofico di quello su ogni altra economia occidentale e questo renderà la guarigione più difficile.E' possibile affermare che ormai tutto questo è acqua passata. Che siamo liberi di tornare all'economia mista e che la vecchia scatola degli attrezzi laburista è qui a nostra disposizione -compresa la nazionalizzazione-, così che non dobbiamo far altro che utilizzare di nuovo questi attrezzi che il New Labour non avrebbe mai dovuto smettere di usare. Comunque questa idea fa pensare che sappiamo come usare questi attrezzi. Non è così.Da un lato non sappiamo come superare l'attuale crisi. Non c'è nessuno, né i governi, né le banche centrali, né le istituzioni finanziarie mondiali, che lo sappia: tutti questi sono come un cieco che cerca di uscire da un labirinto dando colpi alle pareti con bastoni di ogni tipo nella speranza di trovare la via d'uscita.Dall'altro lato sottovalutiamo il persistente grado di dipendenza dei governi e dei responsabili della politica dai dogmi del libero mercato, che tanto piacere gli hanno regalato per decenni. Si sono forse liberati del principio fondamentale per cui l'impresa privata orientata al profitto è sempre il mezzo migliore e più efficace di fare le cose? O che l'organizzazione e la contabilità aziendale dovono essere i modelli anche per la funzione pubblica, l'educazione e la ricerca? O che il crescente abisso tra i multimilionari e il resto della gente non sia tanto importante, dopotutto, sempre che tutti gli altri -eccetto una minoranza di poveri- stiano un po' meglio? O che quello di cui ha bisogno un Paese, in qualsiasi caso, è il massimo di crescita economica e di competitività commerciale? Non credo che abbiano superato tutto questo.Comunque una politica progressista richiede qualcosa in più di una rottura più netta con i principi economici e morali degli ultimi 30 anni. Richiede un ritorno alla convinzione che la crescita economica e l'abbondanza che comporta siano un mezzo, non un fine. Il fine sono gli effetti che ha sulle vite e sulle aspettative delle persone.Prendiamo il caso di Londra. E' evidente che a tutti noi importa che l'economia di Londra fiorisca. Ma la prova del fuoco dell'enorme ricchezza generata in qualche parte della capitale non è il fatto di aver contribuito al 20 o 30% del PIL britannico, ma come questo ha influito sulle vite dei milioni di persone che vivono e lavorano lì. A che tipo di vita hanno diritto? In quanti possono permettersi di vivere lì? Se non possono, non è per niente una consolazione il fatto che Londra sia un paradiso dei super-ricchi. Possono ottenere posti di lavoro pagati decentemente, o anche solo un lavoro qualsiasi? Se non possono, a che serve tutto questo affannarsi per avere ristoranti da tre stelle Michelin, con chef diventati loro stessi delle stelle? Possono mandare i loro figli a scuola? La mancanza di scuole adeguate non si compensa con il fatto che le Università di Londra possano allestire una squadra di calcio fatta di vincitori di premi Nobel.La prova di una politica progressista non è privata, ma pubblica, non solo importa l'aumento del reddito e del consumo dei privati, ma l'ampliamento delle opportunità e, come le chiama Amartya Sen, delle capabilities –delle capacità - di tutti per mezzo dell'azione collettiva. Ma questo significa -deve significare- iniziativa pubblica senza fini di profitto, neanche se fosse solo per redistribuire la capitalizzazione privata. Decisioni pubbliche dirette a conseguire un miglioramento sociale collettivo dal quale tutti ne guadagnerebbero. Questa è la base di una politica progressista, non la massimizzazione della crescita economica e del reddito personale.In nessun ambito questo sarà più importante che nella lotta contro il problema più grande che ci troviamo ad affrontare in questo secolo: la crisi dell'ambiente. Qualsiasi logotipo ideologico adottiamo, ciò significherà uno spostamento di grandi dimensioni dal libero mercato all'azione pubblica, un cambiamento più grande di quello proposto dal governo britannico.E, tenuto conto della gravità della crisi economica, dovrebbe essere uno spostamento rapido. Il tempo non è dalla nostra parte.

da The Guardian, tradotto per Senzasoste da Andrea Grillo

mercoledì 27 maggio 2009

SERRACCHIANI AL PD DI SAN GIULIANO: UNA DOPPIA PARTITA



Questa sera alle 21 al PD di San Giuliano si gioca una doppia partita.

Debora Vs Champions league.
Debora Vs Bruttotempo.

Per entrambe le sfide ovviamente siamo preparati.

Per la prima, differentemente dalle proiezioni della Corazzata Potëmkin di fantozziana memoria, saranno ammesse radioline all’incontro, purchè muniti di auricolari e purchè si esulti o si pianga rigorosamente in silenzio.

Per la seconda, abbiamo da ieri avviato un’efficiente unità di crisi in stretto raccordo con l’aeronautica militare e i suoi bollettini meteo, così in caso di pioggia, come già annunciato, l’incontro si terrà nella confortevole e asciutta sala provinciale del Buonarrivo Corso D’Augusto 231 a 2 passi dal borgo.

In ogni caso: non lasciatevi scoraggiare del resto, per dirla con Debora, ci illudiamo se crediamo che il cambiamento avvenga spontaneamente: noi dobbiamo conquistarlo.
E con ogni mezzo: marsupini e radioline incluse.

A stasera.

martedì 26 maggio 2009

27 MAGGIO: DEBORA SERRACCHIANI A RIMINI



Ci sono anche le europee... ve ne eravate forse accorti?
Una scheda marrone, una lista da votare e tre preferenze da scrivere... una di queste potrebbe essere lei.
Vieni a conoscere Debora:


MERCOLEDI' 27 MAGGIO - ORE 21
RIMINI / BORGO SAN GIULIANO - PIAZZETTA SANTA CATERINA
(Vicino alla chiesa S.Giuliano, difianco all'Osteria Angolo di Vino)
* in caso di maltempo l'incontro si terrà nella sala provinciale del Buonarrivo - Corso D'Augusto 231


DEBORA SERRACCHIANI
IN EUROPA CONTRO LA MARGINALITA'
NEL LAVORO E NEI DIRITTI


Il circolo PD di San Giuliano ti invita all'incontro con Debora Serracchiani,la 38enne Friulana che dalla base ha conquistato il PD e non solo, e che oggi è candidata alle europee 2009nel collegio del nord-est.


Staremo sotto le stelle, in una piazzetta del borgo, esattamente qui:





Qui trovate 2 video dell'ormai conosciutissimo intervento di Debora all'assemblea nazionale dei circoli del pd:

http://www.youtube.com/watch?v=48KVwfSZKo0


A Mercoledì e Passaparola!

Perche' abbiamo coinvolto Debora Serracchiani?


Sul perche' abbiamo coinvolto Debora Serracchiani potremmo spendere molte parole (e le spenderemo mercoledi' sera), ma piu' di tutti e' emblematica la ritrosia con cui i "signori" del partito giocano la loro correntizia partita. Non sono contro i giovani, pero' sono a favore dei "loro" giovani, quelli addomesticati a suon di cieca fedelta'.
La battaglia di conservazione contro il rinnovamento della politica di sinistra e del Partito Democratico, che finora era stata condotta soltanto a forza di negazioni e critiche (”io questi giovani in gamba non li vedo”, “non basta essere giovani”, “non basta internet”, eccetera) finalmente si arricchisce di un elemento propositivo e rivelatore, per bocca di Pierluigi Bersani. Adesso il progetto di costruzione della nuova classe dirigente è chiaro: ”Bisogna sperimentare dei giovani già sperimentati”.
Ecco, Debora l'abbiamo coinvolta per questo motivo.
Perche', tra le tante cosa che e', non e' "sperimentata".

domenica 24 maggio 2009

Il cardinale Bellarmino e Galileo



Nessuno di noi sa come andranno le prossime elezioni sia a livello di voto per le amministrative che per le europee. Che tipo di risposta darà il Paese alle questioni che in questi giorni lo agitano? Ammesso che il Paese sia agitato. La percezione che abbiamo dell’Italia deriva dal modo in cui la guardiamo. Il cardinal Bellarmino guardando la luna con il cannocchiale non vedeva le stesse cose viste da Galileo. Oggi sappiamo che osservando un fenomeno, fisico o sociale, in qualche modo lo alteriamo, e quindi dobbiamo arrenderci al principio di indeterminazione della realtà. Eppure la domanda che ieri il Presidente Errani poneva continua a frullare nella mente: “che tipo di società vogliamo, di plastica o reale?”
Ci sarebbe molto da dire. Anche per il semplice fatto che andrebbe definito cosa è reale e cosa non lo è. Semplifichiamo un po’ le cose: ridotta all’osso la questione è capire che cosa conta di più in questo Paese. Conta di più il dibattito sulle veline e sulle frequentazioni del Premier o conta di più che il consumo al dettaglio sia diminuito negli ultimi tre mesi del 5,4%? Conta di più un passaggio da Vespa o che 6 studenti su 10 abbandonino l’università? Quanto pesa il fatto che il rapporto tra reddito da lavoro e rendita finanziaria si sia spostato di circa 10 punti a favore di quest’ultimo?
La responsabilità di questi dati di fatto a chi viene attribuita?
A seconda di come si risponde a simili domande si definisce un orientamento di voto, di scelta di campo. Certo conta molto il potere mediatico. Televisioni, radio, giornali, contribuiscono, non solo e non tanto attraverso l’informazione, a formare un immagine di cosa sia e di come stia andando il mondo. Eppure la “realtà effettuale”, il fenomeno della cosa rimane pur sempre presente.
Credo che il centro sinistra, passatemi questa espressione, sia riuscito negli anni ad affermare a livello locale un proprio modo di agire. Nelle amministrazioni locali, dal livello regionale al comunale, si è dispiegata una strategia di governo - dove abbiamo esercitato questa responsabilità - tesa da un lato ad offrire servizi di qualità medio alta ai cittadini: dalla sanità alle scuole materne; dalla cultura ai servizi sociali, ecc..Mentre dal lato dell’economia si è perseguita la strada, mai scontata, della collaborazione con le imprese, un po’ figlia di un sano pragmatismo un po’animata da una vaga idea di cogestione alla tedesca.
Forse questo modo di fare negli ultimi anni si è un po’ appannato, ma è ancora quello prevalente e ancora tiene. Concretamente è quello che consente alla nostra Regione di lanciare l’accordo con le banche per l’accesso al credito e di stanziare le risorse per l’edilizia convenzionata. Poi ci sono le lentezze, le difficoltà organizzative, le contraddizioni emerse anche su questo blog, ma il contesto in cui ci muoviamo è questo.
Mi pare che invece a livello nazionale le cose siano messe peggio, perché il dilagare del Berlusconi pensiero avviene in ragione dell’enorme spazio lasciato libero dal centro sinistra. E’ qui che sta complessivamente la nostra debolezza. In una società sottoposta a grandi pressioni e a spinte di cambiamento fortissime e velocissime non siamo in grado di indicare quale sia la nostra proposta.
Il più delle volte ci siamo ancorati al passato dando la sensazione di non intravedere il nuovo. Rispetto alla necessità o opportunità di cambiare la Costituzione, dopo aver frettolosamente a maggioranza, cambiato il Titolo V, abbiamo lanciato la parola d’ordine della difesa ad oltranza. Eleggendo a sommo custode del testo Oscar Luigi Scalfaro. Qualcuno vi intravede il nuovo mondo?
Vorrei, ad esempio, capire quale è la nostra idea di fondo del federalismo. Dobbiamo immaginare un sistema che alleggerisca il Nord dal peso di una fiscalità onnivora e che sia allo stesso tempo in grado di rilanciare il Sud, liberandolo dai potentati e dalle mafie. Il sistema della perequazione fiscale e sociale ci può aiutare, ma finora non siamo stati capaci di muovere un passo verso un obiettivo così ambizioso, seppure possibile.
Solo un altro esempio. Il nostro sistema formativo fa pena. Bisognerebbe una volta per tutte essere chiari. Su cosa puntiamo? La scuola costa, se lo Stato non ce la fa più bisogna che decidiamo a chi la vogliamo far pagare e come. Dare poco a tutti alla fin non conviene a nessuno, ed in ogni caso chi ha i soldi può sempre cavarsela.
Se il ragionamento che ho proposto ha qualche fondamento forse il percorso da fare è proprio quello del radicamento territoriale, dell’ancoraggio alle esperienze concrete e di successo che sono riuscite in qualche modo a segnare i territori. La buona pianificazione, lì dove c’è ancora; la scuola che funziona; la sanità che risolve problemi; il trasporto pubblico che innova; la ricerca che mette insieme imprese e università, solo per citare alcune buone pratiche. Qualcosa di ben diverso dal partito liquido. Non inseguiamo il leader carismatico da opporre a Berlusconi. Se vogliamo vincere alla plastica dobbiamo contrapporre la sostanza che emerge dall’attenzione ai fatti, interpretati e sorretti da una efficace e rigorosa teoria.
Non dimentichiamoci, mutatis mutandis, che alla fine Galileo ebbe ragione di Bellarmino.

Alberto Rossini

sabato 23 maggio 2009

Grandi problemi politici...


Con la decisione del Pse - ormai praticamente certa - di cambiare il proprio nome in “Alleanza dei Socialisti e dei Democratici”, un bel pezzo del Pd perde uno dei più inutili e capziosi argomenti da campagna congressuale. Talmente inutile e capzioso da essere risolto così, con una verniciatina al simbolo del partito a cui appartenere.

Salvarsi in corner


I sondaggi migliorano, le tinte delle previsioni si fanno meno fosche, il Pd dovrebbe salvarsi in corner alle Europee e tenere alle Amministrative. Il punto è che andrà poca gente a votare, perché la disaffezione, da una parte, e l'assuefazione, dall'altra, sono cresciute moltissimo tra i cittadini, nell'anno che è passato dalle elezioni politiche ad oggi. Per il PD, questo fenomeno pare sia in drastica ascesa laddove é al potere da piu' tempo e il rinnovamento é mancato. Mancano esattamente due settimane alla fine della campagna elettorale ed è del tutto evidente che farà un buon risultato e forse vincerà chi saprà mobilitare i propri elettori. Con la bassa affluenza, che è in ogni caso un problema politico che dovremo affrontare, sono alti i margini di miglioramento. Soprattutto per le nostre amministrazioni, per il voto locale, per mantenere le posizioni dove governiamo e per vincere dove siamo più in difficoltà. So che serpeggia la voglia di mandare un segnale al gruppo dirigente, specie in vista del congresso, so che qualcuno caldeggia il "tanto peggio, tanto meglio", ma mi permetto di insistere: l'unico segnale che manderemmo, se così facessimo, sarebbe quello di consegnare alla destra un altro pezzo di Paese. E il "tanto peggio" lo stiamo già vedendo all'opera (e al governo) dal 14 aprile dello scorso anno. Andiamo a votare e votiamo per il Pd e per i candidati credibili del centrosinistra.


E a proposito di chiave congressuale, oggi Franceschini si è espresso così: «Ho già detto quello che pensavo quando sono stato eletto e non ho cambiato idea: il mio lavoro finisce in ottobre. Aggiungo che se avessi aiutato a dimostrare che il progetto del Pd è ancora in campo e forte, se a giugno avessi dato una mano affinché il paese non si svegli sotto un padrone assoluto, sentirei di aver fatto quello che dovevo fare». «Ci sarà un congresso vero», ha concluso. Speriamo che lo sia. E che sia vero anche il Pd. Finalmente.

Liberamente tratto da un post di Beppe Civati.

venerdì 22 maggio 2009

Giacomo Matteotti




Oggi ci preme ricordare un'anniversario.


Il 22 maggio del 1885 nasceva Giacomo Matteotti.


http://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Matteotti


E' opportuno ricordarlo in questi giorni in cui il Parlamento torna a essere considerato alla stregua di un "bivacco per i manipoli fascisti".


Nel link, il suo ultimo discorso.

http://www.youtube.com/watch?v=ypJV6NsFk80

Il Pd di San Giuliano, una stagione nuova


Zukunft ist unsere aufgabe significa “il futuro è il nostro compito” ed era il motto del Centro di Ricerca nel quale mi sono laureato (giusto per orgoglio riporto il prestigioso link http://www.fz-juelich.de/portal/ ).
Cosa c’entra? Niente, se non fosse che nella fattispecie é la perfetta didascalia alla notizia che, in America, il Washington Post (non un foglietto di provincia…) assuma un blogger (venticinquenne) perché trasferisca il suo blog sul sito del quotidiano. In altre parole, succede in America che un partito affidi la responsabilità della comunicazione e della mobilitazione degli elettori su internet a uno dei blogger più noti del paese, piuttosto che a questa o quella agenzia.

La comunicazione è tema nevralgico della politica, specie in Italia dove il padrone del network televisivo privato egemone sul mercato è capo del governo (e in gran parte lo è il forza di cio’).
La rete rappresenta una possibilità che per ora il PD, specie a livello locale, ha sottoutilizzato o impiegato in modo improprio: vedi il sito del PD cittadino, usato come fosse una bacheca della sezione del quartiere (e questo detto senza ironia) o le pagine dei molti (non tutti) membri di partito su Facebook, che non escono da un contesto semi-ludico.

Vorrei citare qui un’intervista a Joe Rospars che, detto così, alla maggior parte di chi ci legge non dirà nulla, ma è uno degli uomini del momento, colui che ha messo in moto la campagna elettorale online di Barack Obama, è il deus ex machina di un movimento nato sfruttando email, blog, social community, sms e cellulari, tutto l'armamentario dei nuovi media di cui lui era responsabile. Il primo "new media director" di una campagna elettorale americana, conclusasi con un successo.
Alla domanda “Quello della vostra campagna elettorale è un modello che può essere esportato
altrove?”, la risposta è stata che "Non penso che possa essere esportato così com'è. Ma penso che sarà difficile non tenere conto di quello che è successo in questa campagna elettorale. Anche perché chi ha partecipato a questa campagna sta continuando a partecipare alla vita della propria comunità e non è disposto a tornare indietro"

Anche in questo senso, il PD di San Giuliano, dimostra di aver aperto, in pochi mesi, una stagione nuova.

giovedì 21 maggio 2009

Debora Serracchiani e Roberto Maldini


Come ormai è stato ampiamente annunciato, mercoledì 21 alle 21.00, nella piazzetta di fronte alla chiesa di San Giuliano, nel quadro della campagna elettorale per le elezioni europee (ma senza dimenticarci che anche nella provincia di Rimini si vota e il nostro coordinatore di Circolo Roberto Maldini è candidato) ospitiamo Debora Serracchiani.

Forse non tutti non la conoscono come la conosciamo noi.
Debora Serracchiani è segretario provinciale del PD di Udine. E’ balzata all’onore delle cronache in virtù di un esplosivo intervento all’Assemblea Nazionale dei Circoli tenuta a Roma nel marzo scorso. Un intervento di pochi minuti in cui, con poche ma esplicite parole, ha messo a nudo, di fronte a Dario Franceschini, i problemi che stanno soffocando il partito e stanno frenando quell’imprescindibile processo di rinnovamento del PD nel solco del quale anche il Circolo di San Giuliano sta lavorando con successo.

Anche per Debora, come per noi, il percorso non è certo quello delle cooptazioni correntizie, istituto dominante dell’attuale reggenza sia nazionale che locale, ma è quello dell’imporsi con la forza degli argomenti. Competenza, rappresentatività, comunicazione, credibilità, rinnovamento.
Tutte cose per le quale noi del circolo ci battiamo a Rimini così come Debora si batte a Udine e si batterà, auspicabilmente, in Europa.

In ultimo, a suffragio dell’autenticità di quanto sopra, va sottolineato come di Debora Serracchiani si sia parlato esclusivamente grazie alla rete, a internet. Infatti ben pochi possono aver saputo chi fosse o che faccia avesse Debora aspettandone un passaggio televisivo, se non dopo averne visto il video in rete. Questo per sottolineare come il caso di Debora, cioè l’affermarsi all’opinione pubblica via rete per un politico sia una prima volta. Una prima volta di cui noi del PD, o almeno quelli che credono in un nuovo corso del PD, si possono vantare.

Per chi non l'avesse vista (ma soprtattutto per chi non l'avesse ascoltata) riportiamo qui i link dell'ormai celeberrimo intervento all'Assemblea nazionale dei Circoli (divisa in due parti).

http://www.youtube.com/watch?v=f3tqFf9IfgM

http://www.youtube.com/watch?v=48KVwfSZKo0

"Che nessuno dica che non avevamo tenuto in conto il nuovo mondo che cambia"


Quanto segue e' liberamente tratto da un articolo su Punto Informatico. Percorre con una certa vicinanza la nostra esperienza in questa campagna elettorale.

Mancano ancora alcune settimane alla tornata elettorale di giugno, ma qualche considerazione mi pare sia già possibile tentarla. Anche a questo giro Internet in Italia sembra essere rimasta ai margini della comunicazione politica dei candidati alla ricerca di voti ed attenzione su tutti i media.
Esiste, ben riconoscibile, una retorica Internet molto frequentata nelle segreterie dei partiti, una sorta di ammissione dell’esistenza in vita di strumenti di collegamento differenti da quelli noti nel rapporto con i propri possibili elettori. Parzialmente decotta l’idea di avere un blog (alle precedenti elezioni tutti i candidati avevano un blog, una sorta di simulacro più o meno lussuoso, abbandonato ad arrugginire dal giorno immediatamente successivo al voto), oggi la nuova onda intellettuale del politico a la page è una robusta presenza su Facebook (nella maggioranza dei casi gestita come ragazzini) con qualche incursione dedicata ai più visionari dentro strumenti avanzati di rete sociale come Twitter.

Parte di questo obbligo formale a frequentare la rete ed i suoi linguaggi deriva ovviamente dal recente successo di Barack Obama nelle elezioni americane e dalla grande attenzione del suo staff all’utilizzo dei nuovi strumenti della comunicazione. Pur se ridotta in dodicesimi l’idea stessa che con poco sforzo e l’ausilio di qualche consulente sia possibile utilizzare Internet per raggranellare qualche voto supplementare rimane, anche al di qua dell’oceano, una prospettiva allettante per chiunque.

Ma una volta ripulito lo scenario di utilizzi accessori e di facciata ancora una volta la politica e la rete in Italia sembrano rimanere universi lontanissimi. Ci sono – è vero – fenomeni unici e spesso marginali di migrazione da un ambiente all’altro: il più significativo dei quali in questi mesi è stato forse quello della emersione di Debora Serracchiani, candidata alle elezioni europee dal PD sull’onda di un breve video circolato con grande insistenza su Internet. Così come esistono fenomeni di folclore mediatico nati su Internet (come quelli dei falsi cartelloni elettorali del PD e dell’UDC) capaci di sfondare il muro di impermeabilità della politica discussa in rete per la rete.

La norma invece continua ad essere differente: da un lato continuiamo a registrare un grande interesse per la politica in rete, grandi discussioni, sincere passioni, dibattiti infiniti, dall’altro la politica non smette di riferirsi a se stessa, continua ad immaginare la rete come un megafono e sceglie il tragitto breve e pre-elettorale della propaganda spicciola rispetto a quello più lungo, paziente e dispendioso della conversazione aperta e continua con i propri simpatizzanti.
E’ del resto difficile dargli torto: la gestione della conversazione in rete attorno al proprio progetto politico, specie quando si tratta dei grandi partiti, è una scommessa tanto complicata quanto incerta. Così accade che, anche nel momento in cui i partiti decidano di valersi del contributo dei propri possibili elettori (ma anche, eroicamente, di aprirsi all’ascolto di quello dei propri avversari), gli strumenti di rete mostrino molti dei loro limiti. Il PDL per esempio ha aperto da tempo uno spazio contingentato (140 caratteri) di commento sul proprio sito web che, se non altro, ha il pregio di essere lasciato libero al contributo di chiunque. Una specie di termometro in forma di SMS dell’umore della base. Nello stesso schieramento, per citare un esempio di segno opposto, Gabriella Carlucci, spesso al centro di polemiche legate alla rete, ha un luccicante blog nel quale gli unici commenti capaci di superare il muro della moderazione sono quelli plaudenti e favorevoli dei suoi fans, dando alla conversazione online della parlamentare una colonna sonora di applausi continui ed un sapore acramente bulgaro.

Nell’altro schieramento gli esperimenti più innovativi di politica condivisa si sono concentrati attorno alle due web TV del PD, Red Tv e YouDem , che già nel loro dualismo raccontano più cose di mille analisi politiche. Al centro si segnala una recente frenetica attività Internet dell’UDC di Pierferdinando Casini (http://www.pierferdinandocasini.it/) la cui presenza online da Twitter a Friendfeed, da Dopplr a Facebook da Youtube a Tumblr è quasi stordente. Antonio Di Pietro in questo contesto generale è forse l’unico che monetizza una presenza in rete costante ed attenta da tempo, ancorché tecnicamente demandata alla stessa struttura organizzativa che gestisce il blog di Beppe Grillo.

Comunque sia, nella grande maggioranza dei casi, fra progetti finanziati in gran parte dai contribuenti (come quello della dalemiana RedTV) e semplici e passeggere esposizioni pre-elettorali, il desiderio della politica di incontrare i cittadini in rete non sembra essere esattamente la prima fra le priorità.
La rete non sposta voti – dicono ancor oggi in tanti con qualche ragione – ne consegue che lo stato dell’arte attuale, nella migliore delle ipotesi, sembra essere quello di stipendiare qualcuno che ci aggiorni i “cosi social” su Internet (così che nessuno dica che non avevamo tenuto in conto il nuovo mondo che cambia) per continuare tristemente a scaldare la sedia nei talk show di prima seconda e terza serata ripetendo slogan e brevi ragionamenti ogni volta uguali.

mercoledì 20 maggio 2009

Sondaggio Digis

Il sondaggio di Digis per Sky TG 24, con un campione di ben 4000 casi, fornisce uno sguardo sulla distribuzione geografica del voto alle prossime europee. I dati (PDL 40.8, PD 26.1, LN 8.5, IDV 7.5, UDC 4.8,S&L 3.5, Com 3.1, Polo Autonomia 2.2, Radicali 1.1, Altri 2.4) sono abbastanza coerenti con le altre indagini demoscopiche. Sembrano sottostimate le forze minori del centrodestra, a beneficio del PDL.


http://andreamollica.blogspot.com/2009/05/sondaggi-europee-distribuzione.html

Alla ricerca dei padri nobili del PD


Quello che segue e' un articolo che ci e' stato segnalato e che e' apparso gia' qualche tempo fa sull'Unita', a firma di Marta Meo, che pone un interrogativo importante sulla latitanza iconografica del PD.

Sarebbe di per se' un problema relativo se fosse rivelatore di quella "distanza culturale" che il partito non si e' ancora risolto a colmare.

Diciamo per inciso che le ipotesi avanzate nell'articolo restano un'ipotesi dell'autore e che sentiamo di condividere in parte, ma la strada per l'identificazione di quei simboli in cui potresi riconoscere e' ancora lunga. Intanto il sasso e' stato lanciato (A proposito di icone: nella foto, James Dean dal barbiere).

E’ meglio un dittatore cubano o un muro spoglio?
Ogni volta che entro nella sezione DS a cui sono iscritta guardando le immagini alle pareti mi pongo un problema di simboli. Qualcosa mi turba, e non e di certo il (bel) Berlinguer o la riproduzione del “Quarto stato” , ma altre figure che parlano di un tempo passato che non rinnego in toto, a cui fatico ad affidarmi completamente. Su un grande quadro la frase di Mao “ La potere nasce dalla canna di un fucile”. Oggi leggendo “potere” e fucile” credo sia difficile capire se si sta parlando di rivoluzionari o di imperialisti (per dirla con termini vecchiotti e comprensibili a tutti) certo è che quel potere e quel fucile sopra la mia testa mi danno un po’ fastidio. Nelle sedi DS (altre non ne conosco) sembra che ci sia davvero poco spazio per il nostro presente, come se il tempo dal crollo del muro di Berlino a oggi, dalla svolta della Bolognina, non avesse diritto di essere raffigurato.
Ma come si può pensare al PD come forza capace di rivolgersi a chi nel 2010 avrà 20 anni se oggi non c’è traccia di icone simbolo di noi trentenni? Recentemente Fassino ha affermato che dovremo metterci d’accordo sui quadri da appendere nei circoli del PD: scegliere le immagini per costruire un’idea comune sapendo che ciascuno di noi ne porta di diverse. Oggi, è vero, ci sono ben altri nodi da sciogliere: i congressi, la transizione, l’organizzazione, ma la scelta delle immagini che stanno nella sede del PD e le icone di cui ci circonderemo non è oggi e non sarà domani, un fatto secondario.
La questione ha a che fare con sentimenti profondi, identitari e le figure che sceglieremo daranno o non daranno senso al nostro futuro politico.
Ma chi sono i padri del partito democratico? Quali immagini i cittadini, i compagni dei ds e gli amici della Margherita associano all’idea di PD? Non pensiamo a politologi, economisti o intellettuali, pensiamo a figure popolari che siano comprensibili alla gente, necessarie se si vuole fare un partito di massa. A oggi ce ne sono poche e pescate da una storia relativamente lontana. Faasino ha deto di pensare a Kennedy e a Gandhi, m aperchè non trovare anche a casa nostra figure capaci di ispirare chi sarà coinvolto nella nascita del partito del futuro? Figure importanti che metterebbero tutti d’accordo come JFK , Gandhi e Mandela ci aiutano poco a spiegare all’Italia e all’Europa il senso di questo agire. Oggi il PD è un partito senza leader e senza figure di riferimento e credo che questo contribuisca ad alimentare la resistenza di chi per storia , età e militanza, tutto sommato si trova a suo agio in luoghi dove talvolta, all’immagine di Berlinguer, se ne associano altre ben più difficili da spiegare storicamente oggi. Ma questa iconoclastia è solo tattica politica, per riservarsi domani di tirare fuori dal cilindro una figura di riferimento straordinaria? O cela forse la difficoltà di tornare a guardare serenamente la storia del nostro paese con la capacità di mettere tra “i nostri eroi”? Demoscettici o demopigri si trincerano dietro un: “Meglio un dittatore cubano di un muro spoglio” e temo che continuando a eludere una riflessione sulle immagini di oggi e di domani si stia facendo di tutto per lasciarglielo dire e questo mi preoccupa. Allora ho cominciato a pensare a figure e immagini che oggi possono ispirare il mio impegno e la mia idea di PD, quindi oltre che alla nostra Tina Merlin, la giornalista dell’Unità nota per le sue inchieste sul Vajont, mi vengono in mente Sandro Pertini e Anna Kuliscioff. Ma ci sono anche immagini di storia abbastanza recente che metterei orgogliosamente alle pareti dei circoli del PD: lo studente di Piazza Tien-an-men e gli “angeli del fango”, i volontari che misero in salvo le opere d’arte e libri dall’alluvione del ’66. Solo, naturalmente, per citare i primi.

martedì 19 maggio 2009

Meno auto, più autobus





Alberto Rossini ci riporta uno splendido articolo che Anna Donati ha pubblicato sul sito sbilanciamoci.info: alcuni dati ci ricordano l’enorme spreco provocato dalla scelta della motorizzazione individuale contro il trasporto collettivo.

128 milioni di spostamenti al giorno: nonostante la crisi l'Italia l'anno scorso si è mossa. Ed è cresciuto un po' l'uso dei mezzi pubblici. Merito del caro-benzina, forse. Invece di guardare solo al risiko dei big delle autovetture, perché non studiare il modo di fare di necessità virtù? L'anno appena trascorso ha visto un aumento dell’uso dei mezzi pubblici e la riduzione se pur ancora lieve dell’auto privata. Nei mesi del caro-benzina e della crisi economico-finanziaria abbiamo raggiunto in Italia i 128 milioni di spostamenti al giorno. L'economia è ferma, le persone no: ma come si muovono, con quali mezzi e in quali direzioni? Molti indizi vengono fuori dal VI Rapporto sulla Mobilità Urbana elaborato da Isfort, AssTra ed Hermes, presentato alla Conferenza Annuale di AssTra, le aziende di trasporto pubblico locale. Il direttore dell'Isfort Carlo Carminucci ha precisato di quale tipo sono quei 128 milioni di spostamenti: cresce di più la mobilità urbana delle medie e lunghe percorrenze, e dentro le città aumentano di più i percorsi tra 10-50 km, che sono evidentemente il risultato delle politiche insediative ormai diffuse sul territorio che aumentano i fenomeni di pendolarismo. Il trasporto pubblico nel 2008 è cresciuto in modo significativo sia in termini di offerta, di uso da parte dei cittadini ed anche di soddisfazione del servizio. Nell’ultimo biennio 2006-2008 l’uso del mezzo pubblico sul totale degli spostamenti motorizzati è cresciuto dal 10 al 12,6%, erodendo una piccola quota al monopolio dell’auto che scende al 79,5%. L’avanzata del trasporto pubblico interessa soprattutto le grandi città usato da ben il 29,7% dei cittadini nel 2008 mentre nel 2006 questa percentuale era del 27,7%. Preoccupanti invece i primi dati del trimestre 2009 dove i numeri tornano negativi: evidentemente il perdurare della crisi ed il prezzo del petrolio tornato ai minimi storici nonchè gli incentivi all’automobile, hanno già prodotto la loro influenza. Cambiano anche le motivazioni degli spostamenti: calano in percentuale i motivi legati al lavoro che si attestano al 24% nel 2008 mentre nel 2002 erano al 32%, allo stesso modo calano gli spostamenti per lo studio mentre crescono quelli legati alla gestione famigliare (37% nel 2009 rispetto al 30,8% del 2002) e del tempo libero ( al 34,8% nel 2008 rispetto al 31,3 del 2002). La riflessione su questi dati avviata dal Presidente di AssTra Marcello Panettoni ha cercato di mettere a fuoco la risposta alla domanda fondamentale: la crescita è stata congiunturale e legata alla crisi ed all’aumento del prezzo della benzina, o siamo in presenza di una vera e propria inversione di tendenza, di una rivoluzioni culturale positiva ed irreversibile da parte dei cittadini? Nei molti dibattiti e confronti è stato sottolineato che almeno dieci anni di impegno per il rilancio del trasporto pubblico, con gli investimenti per l’ammodernamento delle reti e del parco mezzi (adesso l’età media degli autobus è di 8 anni mentre nel 2002 era di 11 anni), l’applicazione ( assai incompleta) della legge 422/97 ed una gestione più efficiente delle aziende, ha prodotto i suoi risultati. Aumentano i km di trasporto pubblico offerto con un più 4% del 2008 rispetto al 2002, ed aumentano i passeggeri trasportati nello stesso periodo del 4,8%. Preoccupante invece la dinamica dei costi aziendali cresciuti in questi anni in particolare per il costo del gasolio e del GPL, mentre le compensazioni regionali nello stesso periodo sono cresciute del 7,5% senza riuscire a compensare i costi crescenti. In difficoltà le aziende nell’ aumentare l’efficienza di gestione ed aumentare i ricavi, che si attestano intorno al 30% dei costi, mentre giova ricordare che la legge 422/97 indicava nel 35% l’obiettivo minimo da raggiungere nel rapporto ricavi/costi. Resta dunque ancora molto da fare, siamo sempre sul filo del rasoio tra rilancio del servizio e crisi del sistema, anche a causa dei costi del servizio che continuano a crescere ed i contributi pubblici che non riescono a pareggiare i conti. Ma anche dentro la media nazionale dei dati positivi vi sono comunque forti disparità che meritano di essere sottolineati anche per trarne qualche lezione: mentre il trasporto pubblico locale cresce nelle grandi città continua a perdere nei centri minori dove è praticamente dimezzato dal 2000. Allo stesso modo in Italia al Nord il mezzo pubblico è maggiormente utilizzato, al Centro ha ancora delle buone opportunità, mentre cala ulteriormente al Sud, che comunque vede città come Napoli raggiungere con ben il 42% di utilizzo del mezzo collettivo, ottime prestazioni di livello europeo. Ma anche al Nord la realtà non è omogenea: al Nordovest il mezzo pubblico nel 2008 ha trasportato il 22,9% dei cittadini mentre il 71% usa l’automobile, mentre al Nordest solo il 10,7% usa il trasporto collettivo e ben l’84% usa l’automobile per i propri spostamenti. Dalla stessa indagine emerge chiaramente l’interesse dei cittadini, assai favorevoli a soluzioni di mobilità collettiva, purchè frequenti e confortevoli. Migliora leggermente secondo le indagini la soddisfazione dei cittadini che danni i voti al mezzi pubblico: piace la metropolitana ( voto 7,3) mentre autobus, tram e treno locale superano di poco la sufficienza. Interessante anche il peso della mobilità non motorizzata nel 2008 dove crescono un poco sia gli spostamenti a piedi (raggiungono il 27,6%) e l’uso della bicicletta (5,2%). L’indagine approfondisce anche l’opinione dei cittadini sulle politiche di regolazione del traffico motorizzato privato dove il pagamento della sosta, l’estensione delle corsie riservate ed il road pricing calano nel gradimento rispetto al 2006: una preoccupazione in più per le amministrazioni locali che devo applicare misure impopolari ma necessarie per far funzionare e rendere efficienti i trasporti collettivi. Quello che manca e che si è avvertito anche nella tre giorni di Asstra è l’assenza del decisore politico, siano amministrazioni locali che non controllano in modo deciso il traffico motorizzato, o il governo da cui mancano certezze sui finanziamenti per il servizio e sugli investimenti nelle reti e per nuovi veicoli di trasporto. Anche se il trasporto pubblico locale trasporta 15 milioni di passeggeri ogni giorno, ha oltre 116.000 addetti ed un giro d’affari di oltre 8 miliardi l’anno, non pare avere molta influenza sulle decisioni politiche. Rispetto a dieci anni fa abbiamo fatto passi in avanti e questo dimostra che quando si agisce i risultati si vedono, ma solo se aumenterà l’impegno finanziario e sistematico per la mobilità sostenibile nelle città, potrà arrivare la svolta per i cittadini e per l’ambiente.






lunedì 18 maggio 2009

I pidocchi rifatti


Due cose colpiscono il viaggiatore che percorre l'Italia. Da un lato la bellezza del nostro territorio e dei centri storici delle citta' e dei nostri borghi di provincia cosi' ricchi di sorprendenti opere d'arte che si integrano armonicamente nel paesaggio,frutto di una continua interazione fra cultura e ambiente che ci ha resi unici nel mondo. Dall'altro si e' colpiti dalla bruttezza delle opere contemporanee che spesso sconfina nella volgarita' o in quella che possiamo definire “violenza estetica”.Archistar,amministratori corrotti (o forse semplicemente ignoranti), volenterosi abusivi e potenti speculatori sembra facciano a gara: costruzioni orrende che offendono il senso estetico,grandi opere che feriscono a morte il paesaggio,periferie degradate e tristissimi loculi abitativi,villone pretenziose dimora di pidocchi rifatti, generale disprezzo per la natura, per la storia e per la cultura. A volte si rimane sorpresi per come si possa ancora godere dell'antica bellezza NONOSTANTE le brutture della nostra contemporaneita'. Nel passare dei secoli,al di la' delle civilta' italiche che si sono succedute,colpisce una costanza: per i nostri avi l'utile doveva essere anche bello.
Lo erano i luoghi di culto (andate a vedere la Valle dei templi,pur ferita dall'abusivismo moderno, o le pievi romaniche dal fascino sommesso della campagna toscana e poi paragonatele allo squallore di certe chiese moderne fatte di acciaio e cemento armato....), lo erano le grandi opere (stupisce ancora l'eleganza degli acquedotti romani), lo erano gli edifici istituzionali dei Dogi e le sedi commerciali dei grandi banchieri fiorentini: belle e funzionali anzi funzionali perche' belle.
In altre parole la ricchezza e il potere producevano bellezza attraverso l'arte, l'architettura e l'urbanistica, il modellamento del paesaggio e questo a sua volta riproduceva ricchezza e legittimava e nobilitava il potere.
Da qualche decennio assistiamo a un cambiamento epocale: la ricchezza e il potere hanno divorziato dalla bellezza.Questo e' un aspetto del rapporto fra cultura e politica che troppo spesso trascuriamo il che non e' senza conseguenze per la comprensione della crisi della sinistra e del crescente appeal del berlusconismo. Quanto influisce il brutto sulle persone? Vivere in quartieri dormitori, tra la sporcizia e il rumore, nel degrado ambientale e morale, anche se si hanno le tasche piene di soldi, cambia in peggio la mentalita' delle persone. La televisione pubblica e privata (non mi riferisco tanto all'innocuo Emilio Fede quanto alla tv spazzatura della De Filippi, della D'Eusanio, dei Cucuzza, della D'Urso o di Alba Parietti...) lancia con efficacia messaggi semplici e incisivi: l'importante per avere successo e' apparire e per fare questo servono non lo studio e il lavoro ma la volgarita',l'impudicizia,la mancanza di dignita' e di principi. Quelli che erano disvalori sono diventati requisiti indispensabili per il successo, nel mondo dello spettacolo e della politica.Il tutto e' reso ancora piu' devastante dal vuoto di una sinistra che sembra avere smarrito la strada e non e' in grado di offrire valori alternativi,rinnovati e seducenti. Dove governa il centrosinistra, poi, non mi pare che si vedano riferimenti diversi dal pensiero unico dominante,anzi mi sembra che si gareggi in un patetico e vano inseguimento del berlusconismo.
Questa educazione al brutto, questo sdoganamento del cattivo gusto ha finito per formare, assieme ovviamente ad altri fattori ben piu' importanti che andrebbero analizzati ad uno ad uno (ah! la cultura della complessita'......) un nuovo tipo di italiano che sfugge agli schemi interpretativi della sinistra. Costui ha un altro concetto di morale e moralita',e' del tutto indifferente alle beghe legali di Berlusconi e dei suoi frequentatori, non conosce indignazione civile (o meglio si indigna per cose del tutto diverse da quelle che fanno indignare la sinistra),trova obsoleta la liturgia della vecchia politica (antifascismo, Costituzione, dibattiti e confronto e ricerca della sintesi...),vede in Berlusconi un modello integrale di vita e trova irresistibili quelle che i “vecchi pensanti” definiscono gaffe del leader. Furbizie,raccomandazioni,scorciatoie,favori dati e ricevuti (di qualunque genere) tutto e' visto come moralmente lecito se finalizzato alla conquista del mitico successo. Spesso vota per il centrodestra, spesso non vota,qualche volta vota il centrosinistra perche' vede la politica (e' in larga parte indifferente lo schieramento) come uno dei mezzi per “fare carriera” e di volta in volta sceglie quello che per lui e' piu' conveniente.
Io penso che per uscire dalla crisi politica e ideale che attanaglia il centrosinistra meglio sarebbe analizzare e capire questi elementi nuovi che hanno sconvolto il quadro politico piuttosto che dedicare attenzioni alle lotte personalistiche nel partito democratico o al divorzio fra Silvio e Veronica che tanto sembra appassionare l'opposizione: per questi temi e' piu' che sufficiente un plebeo e sintetico machisenefrega!

Gilberto Mangianti

domenica 17 maggio 2009

sabato 16 maggio 2009

16/17 MAGGIO - RIMINI: GIORNATA MONDIALE CONTRO L'OMOFOBIA



Oggi inizia la 2 giorni riminese dedicata alla Giornata Mondiale Contro l'Omofobia.
Il PD di San-Giuliano come l'anno scorso collabora all'organizzazione di questo momento importante per tutta la nostra comunità e partecipa attivamente proponendo un momento di riflessione politica all'interno dell'evento di Domenica 17 Maggio con la presentazione di 3D-Democratici per Pari Diginità & Diritti (vedi programma più sotto).


Il PD di San Giuliano si è sempre mosso nel solco dei Valori fondanti la nostra comunità: giustizia sociale, ugualianza nei diritti e nelle opportunità, il lavoro, la sussidiarietà.

Da questa elaborazione ne esce un mese di Maggio ricco di appuntamenti:

Il 15 Maggio è stata la Scuola, il diritto allo studio, o per dirla con Raffaele Iosa, il fatto di "Insegnare tutto a tutti, nel senso che tutti, senza distinzione di sesso o ceto sociale, devono apprendere le stesse cose in maniera diversa, gradualmente"

Il 16/17 Maggio daremo voce all'anima viva della nostra cultura democratica, quella che si muove per abbattere le barriere e i pregiudizi che ancora privano dei diritti civili più fondamentali e naturali tanti delle nostre comunità

Il 27 Maggio sarà la volta delle politiche comunitarie del lavoro ospitando a San Giuliano l'incontro con Debora Serracchiani.

Convinti che partecipare sia già la scintilla che innesca il processo del miglioramento delle nostre vite, vi invitiamo a stare con noi nei prossimi appuntamenti.

PROGRAMMA 16/17 MAGGIO
16-17 MAGGIO 2009 - Rimini
GIORNATA MONDIALE CONTRO L'OMOFOBIA
PIACERE DI STARE CON TE :)


16 Maggio – Cineteca Comunale – Via Gambalunga/Rimini

17.30:
Anteprima riminese di"2 volte genitori"
Il commovente e liberatorio documentario realizzato da Claudio Cippelletti sulle reazioni dei genitori al coming out dei figli con la collaborazione e su progetto di AGEDO (Associazione Parenti e Amici di Omosessuali)
Presenta Flavia Madaschi - Presidente Agedo Bologna

17 Maggio – Empty-Space – V.le Matteotti 28 / Rimini

18.00:
Per moltiplicare la felicità, la devi dividere: stessi doveri, uguali diritti.
Incontro con Carlo Santacroce (Presidente 3D Democratici per pari Diritti&Dignità di lesbiche, gay, bisessuali, trans) - In collaborazione con il Circolo PD di San Giuliano

19.30:
Aperitivo nel giardino dell'Empty-spaceIncursioni poetico/teatrali di Lora&Franz

21.30:
Maura Chiulli in
Piacere Maria
(Cronaca di un'identità in transito)
Performance-video reading tratta dall'omonimo romanzo

22.00
Eticamente Molto Sensibili. Party-nigth
Dj-set by Black-Dahlia

venerdì 15 maggio 2009

Il blog diventa adulto


Da oggi il blog del Circolo del Partito Democratico di San Giuliano apre le sue porte.
Per ogni post, da oggi, e' possibile lasciare un commento: e' sufficiente clickare su "commenti" e compiere una breve registrazione (giusto per scoraggiare i meno motivati...), dopo di che' e' possibile scrivere il proprio commento e pubblicarlo.

martedì 12 maggio 2009

Sondaggio


Un tempo brillante stratega politico di Bill Clinton, Mark Penn - dopo essere stato tragico protagonista della campagna elettorale di Hillary Clinton - ha rilasciato un sondaggio in vista delle europee che vede il Pdl al 36% e il Pd al 27%. Vedi il link qui di seguito.

lunedì 11 maggio 2009

Masse ed élite


Ricollegandomi alle riflessioni sulla complessità postate sul nostro blog, riporto uno stralcio di un bellissimo articolo di Perry Andreson dal titolo "Sinistra invertebrata" apparso sullo scorso numero della rivista Internazionale.

Il partito {comunista, ndr} fu colto di sorpresa dal grande cambiamento del dopoguerra che fu, in Italia, la diffusione della cultura di massa, un fenomeno inimmaginabile nel mondo in cui erano cresciuti Togliatti o Gramsci. Anche nel momento della sua massima espansione, il tentativo del Pci – e più in generale della sinistra – di allargare la propria influenza culturale ha sempre incontrato diversi ostacoli. La religione, infatti, aveva ancora un ruolo chiave nell'immaginario e nelle convinzioni degli italiani. Nelle università, nelle case editrici, negli studi degli artisti e nelle redazioni delle riviste l'influenza del partito era molto diffusa, e ben distinta da quella dell'establishment borghese liberale sulla stampa quotidiana. Ma in Italia è sempre esistito un gran numero di giornali e programmi televisivi confezionati in base ai gusti degli elettori della Democrazia cristiana di cultura medio-bassa. Dall'alto della sua cultura elitaria, il Pci guardava a questo universo con condiscendenza, considerandolo l'eredità di un passato clericale sulla cui importanza Gramsci si era soffermato a lungo. Non si rendeva conto, però, che tutto questo era una minaccia per il suo potere. Il fatto che la cultura di massa fosse completamente laica e americanizzata era un altro discorso. L'apparato del partito e l'intellighenzia che gli si era formata intorno furono colti di sorpresa e rimasero spiazzati.Anche se la critica italiana si era già occupata della letteratura popolare (Umberto Eco era stato uno dei pionieri in materia), il Pci non riuscì a inserirsi in questo filone. Non ci fu nessuna dialettica creativa in grado di resistere all'offensiva del nuovo e di modificare i rapporti tra cultura alta e cultura bassa. Il caso del cinema, un campo in cui nel dopoguerra l'Italia aveva dato prova di eccellenza, è emblematico. I grandi registi come Roberto Rossellini, Luchino Visconti o Michelangelo Antonioni avevano debuttato tra la fine degli anni quaranta e i primi cinquanta e le loro ultime opere importanti risalgono all'inizio degli anni sessanta. Ma quella generazione non ebbe eredi alla sua altezza. Negli anni sessanta in Italia mancò quell'esplosivo incrocio tra avanguardia e forme popolari che in Francia e in Germania produsse le opere di Jean-Luc Godard e Reiner Werner Fassbinder. Più tardi ci sarebbe stato solo il debole contributo di Nanni Moretti. E così il profondo divario di sensibilità che si era creato tra le classi colte e quelle popolari ha reso il paese indifeso di fronte alla controrivoluzione dell'impero televisivo di Berlusconi. La sua tv ha nutrito l'immaginario popolare con un mucchio di idiozie e invenzioni volgari. Non sapendo come affrontare questi cambiamenti, per una decina d'anni il Pci ha cercato di resistergli. L'ultimo vero leader del partito, Enrico Berlinguer, ha incarnato l'austerità e il disprezzo per l'autoindulgenza e l'infantilismo del nuovo mondo dei consumi materiali e culturali. Dopo la sua morte, il passaggio dal rifiuto intransigente di quei valori all'entusiastica capitolazione politica e culturale è stato brevissimo.

domenica 10 maggio 2009

Il PD, seppure a fatica, ci sta provando.


Da Alberto Rossini a Ken Livingstone, temi e argomenti seguono un percorso che è ben più breve di quanto si creda.

Nel blog spesso viene sollevato il tema del rinnovamento del mondo politico, provo a dire la mia. La classe politica da tempo è finita sotto tiro. La critica agli esponenti politici è divenuto un luogo comune: sono un po’ ladri, un po’ faccendieri, un po’inutili, un po’ incapaci, un po’fannulloni. L’accusa ai politici è ormai un genere letterario consolidato. Da "La casta" in poi si moltiplicano i libri sull’argomento, con maggiore o minore fortuna. Certo ci sono fondati motivi. Da tangentopoli in poi di materia per poter scrivere ce n’è stata e ce n’è ancora molta. La fiducia nei politici è ridotta ai minimi termini. Tant’è che in un modo o nell’altro chi fa politica, quasi sempre, si propone come anti-politico. L’esempio eccellente è proprio il nostro Premier che ormai in politica dal ’94 si dipinge come un estraneo, come un outsider della politica, un modo eccezionale per catturare consenso, secondo un modello marketing oriented consolidato. Tale deriva pare non avere limiti. Sia a livello nazionale che locale risultano spesso incomprensibili molte delle scelte e delle quotidiane prese di posizione di questo o quel politico. Prevale così l’idea che chi fa politica ricerchi un proprio tornaconto personale, non importa di quale genere. Se il vantaggio non si ottiene per decisione del partito allora sembra legittimo cercarlo in maniera personale.
A volte cambiando partito, a volte minacciando di farlo, altre volte costituendo il proprio personale partito, oppure lanciando la lista fai da te. Gli eletti costituiscono propri gruppi, cambiano schieramenti, si aggregano o si scindono a seconda dei casi. Gli esempi sono molti, ciascuno costruisca il proprio inventario, come più gli piace.

Tutto ciò può accedere perché il legame, il rapporto che unisce il politico al proprio gruppo, al proprio partito, è in assai debole. Più deboli sono i partiti più questa pratica è diffusa. I partiti di opposizione soffrono in maniera più accentuata della sindrome evidenziata. La ragione la illustrava proprio ieri su La Repubblica Nadia Urbinati. Nel momento in cui il potere si concentra sempre più nell’esecutivo, il partito o la coalizione che esce sconfitta dalle elezioni, sembra non contare più nulla, perché non si capisce quale funzione abbia, in quanto non si prende in considerazione né il tema della rappresentanza, né quello della formazione delle decisioni. E’ evidente che in questo schema il Parlamento, il luogo strategico delle decisioni, è ridotto a misera cosa. Questo, però, è già un altro discorso. Il tema è come si può dare forza alla politica. Bisognerebbe capire come mai la politica sia divenuta così debole. Più la politica viene espropriata della propria specificità, più diviene debole. Più diviene debole e più hanno forza altri poteri e gli interessi di parte. L’essenza della politica sta nella res pubblica, che diversamente dalla cosa privata mette al primo posto il bene comune. Perché questo bene comune non rimanga un’astrazione occorre pensare di poterlo realizzare concretamente nella polis, a cui appunto la politica rimanda, ovvero nel luogo in cui siamo e nel tempo in cui viviamo. Un’idea, una visione, della città globale, che vorremmo, dobbiamo averla. Insomma non può esistere politica, quale ricerca del bene comune, se non c’è un’idea di come immaginiamo il mondo che sarà. Non quale desiderio utopico cui tendere, ma quale possibile luogo da realizzare per i cittadini: in cui ambiente, equità sociale, giustizia, crescita economica e diritti individuali siano in equilibrio tra loro. Non solo pensando alla responsabilità verso i nostri concittadini, ma anche verso gli altri che vivono lontani da noi, ma che comunque subiscono gli effetti delle nostre azioni. Così come il principio di responsabilità va pensato in relazione a chi verrà su questa terra dopo di noi.

Un simile progetto non si concepisce attraverso il ricorso ai sondaggi, non si verifica giorno per giorno, guardando i commenti in televisione. Senza una visione del futuro, senza un progetto di cambiamento, sul terreno del governo del quotidiano la destra, ci batterà sempre. Perché non ha un disegno da attuare, ma ha un equilibrio da mantenere. Abbiamo quindi bisogno di una politica forte, nel senso di autorevole, capace di essere l’elemento regolatore dei diversi ambiti sociali.
Ecco perché penso che ridurre tutto alle politiche del governo giorno per giorno sia perdente. Così come non ci serve l’esaltazione della concentrazione dei poteri, del rafforzamento dell’esecutivo.
Va affermato invece il tema della rappresentanza, a tutti i livelli, dal Parlamento al ruolo dei consigli regionali, provinciali e comunali. Così come assume importanza fondamentale la questione della trasparenza dei luoghi di discussione e degli organismi decisionali all’interno dei partiti.
Riavvicinare i cittadini alla politica e quindi rendere la politica più forte, passa da queste forche caudine. La democrazia non è un esercizio né facile né agevole.

Ora per non sembrare troppo teorico vorrei concludere con un esempio. Londra è ora governata da un sindaco conservatore, però per due legislature è stata amministrata da Ken Livingstone, detto “Ken il rosso”, che spaccò il partito laburista all’epoca della sua prima vincente candidatura e che poi fu riconfermato dal partito e venne rieletto incrementando il suo personale consenso.
Ecco Ken aveva una visione: rilanciare Londra attraverso un forte incremento dei servizi pubblici, in particolare con il potenziamento del trasposto pubblico teso a migliorare la qualità dell’ambiente e a rendere più vivibile lo spazio urbano.
Il proliferare delle liste generato dell’individualismo di coloro che non ci stanno se non gli viene assicurato un posto, non si supera con astratti rimandi all’etica o al volto umano della politica. Si supera rispetto all’adesione o meno ad un progetto, ad una visione strategica, non solo tattica, di ciò che intendiamo fare attraverso il governo della polis e al concreto esercizio dei diritti delle persone.
Esattamente secondo il metodo proposto da Livingstone.

Il rinnovamento della classe politica può avvenire partendo dalla discussione di questi temi, sui quali ognuno si può esprimere partendo dalle proprie competenze e dalla propria esperienza e non dal quantum di potere che rappresenta in quel momento. Formalizzare i luoghi di discussione, ad esempio i circoli e definire quali sono gli organismi decisionali e quali poteri specifici esercitano nel partito, aiuta a procedere in questa direzione. Il PD seppure a fatica, mi pare, ci stia provando. Bisogna proseguire con determinazione. Altrimenti che rimane? Rimane il partito padronale e/o personale…decisamente troppo poco.
Alberto Rossini

giovedì 7 maggio 2009

Chi ci ricorda?


Riportaiamo quanto qui di seguito, giusto per ricarare la dose, a proposito di quel "certo modo di fare politica" (o di guerra tra bande, che dir si voglia) che ha portato alle dimissioni del segretario comunale di Rimini nel bel mezzo della campagna elettorale.

Sia chiaro, la regola è più che sensata: alle elezioni si partecipa per tentare di prendere un voto in più dell’avversario, non per guadagnarsi una buona posizione in vista degli scenari post-elettorali. Capita raramente infatti che un dirigente di partito non si adegui a questa norma di comportamento: quando succede la cosa è estremamente preoccupante e lascia presagire incomprensioni ben più grandi di quelle che appaiono.

Qualcosa di simile succede in questi giorni, tutte le volte che Francesco Rutelli scarta di lato e si mette su posizioni diverse da quelle del resto della dirigenza. Il Pd? «Non è la sinistra». Al referendum votare sì, come indicano Franceschini e tutti i big del partito? «No, la vittoria del sì produrrebbe il Porcellissimum». Alleanze di nuovo conio? «Solo guardando al centro». In Europa insieme al Pse? «Abbiamo creato un partito per apparentarci con i socialisti europei in grave crisi?». Si potrebbe continuare, citando magari i continui smarcamenti in occasione delle discussioni parlamentari sui temi etici. Prendete tutte queste cose, unitele agli sperticati complimenti a Enrico Letta (salvo il consiglio di essere, appunto, «più risoluto»), aggiungete il palese avvicinamento in corso da diversi mesi dello stesso Letta verso l’Udc di Casini e otterrete un quadro abbastanza chiaro degli scenari che si profilano per il Pd.

Non è un mistero infatti che l’area centrista del partito sia da mesi particolarmente insofferente, stretta tra la sempiterna diffidenza degli ex-diessini e l’influenza sempre maggiore dei popolari. A questo si unisce l’impopolarità di Rutelli a seguito della sconfitta a Roma, l’impatto delle vicende giudiziarie che lo hanno toccato negli scorsi mesi, l’assottigliarsi del numero degli alleati dentro il partito e l’inedito cono d’ombra mediatico in cui è finito, malgrado l’importanza dell’incarico istituzionale che ricopre.
La fibrillazione è destinata a crescere almeno fino al giorno del voto: la strategia comunicativa e politica di Franceschini è evidentemente volta al recupero dei voti persi a sinistra piuttosto che il tentativo di sfondare al centro, e si può ragionevolmente prevedere che col passare dei giorni i toni del segretario del Pd si faranno sempre più alti e intransigenti. Altro che «antiberlusconismo da mettere da parte», come vorrebbe Rutelli. Il paradosso poi è che tutti fanno buon viso a cattivo gioco, ma in mancanza di una linea politica, nessuno è davvero soddisfatto. Per i garantisti il Pd è troppo giustizialista, per i giustizialisti il Pd è troppo garantista; per la sinistra il Pd è troppo democristiano, per i democristiani è troppo di sinistra; per i laici è troppo clericale, per i clericali è troppo laicista, eccetera. Tutti problemi i cui effetti devastanti sono alla base del crollo verticale dei consensi del Pd, e che oggi sono stati solo temporaneamente riposti sotto il tappeto in virtù della norma di cui sopra: durante la campagna elettorale si fa campagna elettorale.

I due appuntamenti elettorali di giugno rappresentano di fatto lo snodo centrale di queste e di altre questioni. Il risultato del Pd alle elezioni europee determinerà i paletti della discussione congressuale, a cominciare dall’eventualità di rinviare le assise per continuare con le candidature alla segreteria, le diverse mozioni congressuali, le posizioni, le alleanze, i progetti. L’esito dei referendum elettorali, invece, disegnerà il terreno istituzionale sul quale si gioca la partita: in caso di vittoria del sì il terremoto politico sarebbe tale da rendere estremamente complicato fare previsioni. Una sola cosa è certa: comunque vadano queste due consultazioni, ci aspetta un’estate di interviste colme di frasi a mezza bocca, allusioni, messaggi traversali e supercazzole d’ogni tipo. D’altra parte la campagna elettorale sarà bella che finita: liberi tutti, di nuovo.

Liberamente tratto da un post di Francesco Costa

mercoledì 6 maggio 2009

Non e' un paese per vecchi


L’intervento di Lorella Camporesi sul sito della campagna elettorale di Vitali (http://stefanovitali.info/forums/scuola_universita/modello_riminese_
scuola_buone_pratiche_spesso_ignorate) devo dire che mi fatto davvero riflettere. Attenendomi all’ambito della scuola pubblica le ho risposto sul sito, qui mi faccio prendere la mano e amplio il raggio d’azione.

L’impegno in prima persona dei ceti più deboli nelle loro (nostre!) organizzazioni e le loro (drammatiche) lotte hanno trasformato una plebe in un popolo, hanno prodotto salari decenti, diritti civili, pensioni, sanità pubblica (a proposito, per chi non lo sapesse, un tempo chi era malato e povero, moriva e basta…) parità di diritti tra i sessi e anche una scuola pubblica, gratuita e per tutti.
Tutti terreni, questi, che non sono sempre stati cosi’ come li conosciamo, anzi, e non è affatto detto che tali restino in futuro. Bisognerà fare di tutto affinchè restino tali.
Le nuove generazioni, i giovani, hanno di fronte un sistema che dovranno difendere.

Mi faccio ispirare da una citazione apparentemente poco inerente, ma molto indicativa: cito Gino Castaldo (giornalista musicale che, detto per inciso, non mi piace):
Il nostro è un paese per vecchi? O, meglio, è il nostro un paese per giovani che sono più vecchi dei veri vecchi? A giudicare dal televoto, si direbbe proprio di sì. Si dirà che chi vota per Sanremo, X-Factor o Amici, è già in qualche modo predisposto a premiare modelli poco innovativi. Vero, ma lo strano sentore di un mondo ribaltato dove i giovani sono più conservatori dei meno giovani rimane. La maggioranza silenziosa, maggioranza cellularizzata e votante dei giovani, vuole ovvietà, rassicurazioni, stereotipi. Guai a essere originali, a disturbare la prevedibile quiete del gusto imperante.

Ecco, io aggiungerei qualche altro dettaglio giusto per uscire dal guscio dell’ambito esclusivamente della percezione della realta’ attraverso la televisione, avete mai visto in quanti giocano al “fantacalcio”? E la playstation? Questi sono giocattoli. Da adolescenti.
I quali, capiamoci, vanno benissimo per degli adolescenti, ma poi basta.
E’ quindi splendidamente organica a un potere gerontocratico che non ha nessuna intenzione di farsi da parte e d’altra parte non ha nulla di che preoccuparsi finché i giovani sono, appunto, non giovani, ma adolescenti.

Ho l’impressione che ci sia come uno scarto anagrafico tra quelli che si ritenevano essere i giovani fino a qualche anno fa e quelli che dei giovani ne vanno a riprodurre le gesta oggi.
La caratteristica, come dire, sociale, e’ lo spostamento in avanti di tutto nelle generazioni contemporanee, dallo spostamento in avanti (e ritardato) della maturità e dell’età adulta (andare a vivere da soli, metter su famiglia, ecc…) e quindi anche di certi tratti della curiosità, della creatività e dell’anticonformismo giovanile. Per questo oggi si continua a definire giovani persone che hanno tra i trenta e i quarant’anni: perché quella categoria sociale e culturale dei “giovani” è rappresentata da loro, malgrado l’età (un bel pasaggio sull’essere genitori in senso non solo biologico, ma anche culturale lo trovate qui http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002804.html).
Infatti è solo ora che questi che iniziano (iniziamo?) a prendere sul serio la vita e i suoi risvolti sociali. E infatti è solo ora che parole come “gerontocrazia” e “ricambio generazionale” hanno iniziato a circolare (Debora Serracchiani ne parla qui http://www.serracchiani.eu/2009/04/20/la-nuova-classe-dirigente/ ).

Anche nel PD e nei suoi circoli.
Hanno iniziato ora perché hanno (abbiamo?) iniziato ora a volere “contare qualcosa”. Ovviamente non sara’ facile, c’è tanto conformismo e tanta capacita’ di difesa da parte di chi il potere lo detiene, ma ho l’impressione che qualcosa finalmente si sia messo in moto.

Le sterili e pavide accuse di “ribellismo” o “immaturita’ “(o peggio) fanno parte di quel ciarpame dialettico di difesa di un modo di vivere la politica come “roba nostra” (i cui effetti a Rimini, in questi giorni, stanno mostrando il peggio di se’).
Ma e’ un gran bel segno che cio’ accada, che “il vecchio” alzi voce. Vuol dire che nel nostro PD la direzione imboccata e’ quella giusta, i giovani (fatta salva la dissertazione etimologica di cui sopra...) esistono e vogliono contare.
E’ bello, soprattutto, poter sottolineare come la stella polare del cambiamento non sia un improduttivo nuovismo a ogni costo, ma una programmaticita’ politica che ha proprio nel voler trovare un nuovo radicamento, nell’uso deliberativo dei circoli, nel vissuto delle persone (e non solo nella mediazione della percezione televisiva) un modello nuovo da proporre a elettori troppo spesso delusi. Sia da modelli politici, ma anche culturali. E qui mi allaccio alla riflessione iniziata con Alberto Rossini e Gilberto Mangianti.
Ci vogliamo dare un obiettivo, non solo diverso, ma soprattutto migliore e coraggioso (faccio il verso a Marc Lazar). Coraggioso perche’ difficile.
Lo dobbiamo fare a partire da “quell’allargamento del campo di gioco” che e’ diventanto un po’ una sorta di parola d’ordine del nostro circolo, cioe’ il coinvolgimento popolare, la ricerca di un consenso in prima persona e la crescita di una nuova generazione politica nata con la nascita del PD.

E forse sarebbe utila capire cosa ha reso inviso questo gruppo dirigente, che ama definirsi “classe” dirigente, ai cittadini (a partire dal livello nazionale).

In prima istanza e’ vero che qualunque ambito della politica paga il prezzo di una crociata di anti-politica che si e’ diffusa con il qualunquismo di fare di tutta l’erba un fascio, la casta come paradigma di autoreferenzialita’ (a proposito, avete notato che della casta non si parla piu’ da quando e’ cambiato il governo?). Ma e’ proprio appiattendosi su quegli stereotipi tanto poco graditi ai cittadini che altro non si fa’ che confermare un’immagine ben poco edificante sul piano morale e decisamente deleteria su quello elettorale (non senza continuare a “volare alto”, guardate Obama cosa sta facendo in questa direzione http://www.mantellini.it/?p=6688#more-6688).

Esempi?
Appunto, personalmente trovo insopportabile che ci si autoproclami “classe” dirigente, ignorando, con ogni probabilita’, come il termine “classe” abbia una forte connotazione elitaria, di privilegio (forse rappresenta esattamente la “loro” ambizione?), a suo modo snob. Invece che preoccuparsi di rappresentare questa societa’, pare facciano a gara per allontanarsene.

E ancora. Politici o amministratori non vivono “pubblicamente“ le proprie iniziative (salvo lodevoli ancorche' isolate eccezioni), non presenziano mai luoghi di discussione (a meno che non siano istituzionali, ben protetti e ovviamente deserti di pubblico). Giusto qualche sera fa, a un incontro con il sindaco qui a Rimini, un militante di vecchia data, faceva notare che, al tempo che fu, anche l’edificazione meno lungimirante veniva inaugurata dal sindaco (quello dell’epoca) in persona e con tanto di banda. E la gente batteva le mani. Questo per sottolineare come il vivere la politica pubblicamente (e non dall’interno di una torre d’avorio) sia un valore aggiunto.

Per non dire poi delle allusioni bieche e, a loro modo grevi, che l’elettore medio ormai non risparmia a qualsiasi soggetto politico che non abbia mai avuto una vita professionale al di fuori della politica (e qui ci auto citiamo http://pdsangiuliano.blogspot.com/2009/04/verba-docent-exempla-trahunt-7.html). Politici e amministartori, hanno un livello culturale di spessore? Hanno un’esperienza che parla per loro? A queste domande si deve poter rispondere a fronte alta.

Ce ne guardiamo bene dal fare di tutta l’erba un fascio, i politici di qualita’ ci sono (gli esempi davvero ci sono, anche a Rimini) e proprio su di loro grava la responsabilita’ di far crescere un gruppo dirigente scevro dalle sciatterie delle correnti e avulsi dalle logiche degli ex.

Siamo qui per questo, per dimostare che questo non e' un paese per vecchi.

P.S. Absit injuria verbis, non ce ne vogliano gli anziani, cui tutti dobbiamo tanto, stiamo solo citando il titolo di un film dei fratelli Coen...