mercoledì 25 novembre 2009

Un Paese bloccato


Recentemente è stato pubblicato uno studio in cui si evidenziano le mille imprese che in Europa hanno investito di più in ricerca e sviluppo. Vorrei usare i dati che emergono per capire come stiamo in termini di capacità competitiva. In Italia ci sono 57 imprese che fanno parte del gruppo. La prima è la Fiat, ma ci sono Telecom, Eni, UniCredito o Lottomatica ed anche Aeffe, Geox e Barilla, solo per citarne alcune. Più interessante è il confronto con gli altri Paesi: in Olanda le imprese che compaiono in questa classifica sono 58. In Svezia sono 70. In Finlandia 58, in Danimarca 47, in Belgio 39, in Austria 32. Insomma Paesi con un numero di abitanti inferiori o decisamente più piccoli dell’Italia risultano alla pari o addirittura ci superano. Se passiamo al confronto con i nostri concorrenti più diretti la situazione peggiora. In Francia queste imprese sono 125, la Germania è rappresentata da 209 aziende, il Regno Unito da 247. Solo la Spagna fa peggio di noi e ne ha solo 21. Insomma non siamo messi bene. Sarà forse anche vero che la crisi da noi ha morso meno che altrove ma il problema è che la ripresa, o meglio ancora, l’uscita della crisi ci vedrà inevitabilmente più deboli poiché il tasso di innovazione delle nostre imprese è medio basso. E’, in ogni caso, decisamente più basso rispetto ai Paesi con cui dovremmo confrontarci. Il problema è che da noi si investe troppo poco in ricerca e sviluppo e questo segna la differenza ed il ritardo, con le economie degli altri Stati.
Emerge sempre di più che siamo un Paese bloccato. Certamente non possiamo contare sul basso costo del lavoro e quindi dovremmo essere capaci di avere servizi di qualità alta e imprese, pubbliche o private non fa differenza, capaci di innovare. Però né lo Stato né i privati investono. l’Università che dovrebbe essere il punto di eccellenza della ricerca ogni anno vede ridursi i fondi a disposizione, mentre partendo da una situazione di handicap dovrebbe avvenire l’esatto contrario. La riforma universitaria si è fatta sulla base dei soldi e non su una idea del futuro. Gelmini docet, purtroppo. l’Italia si dimostra debole, spendendo davvero poco per ricerca e sviluppo, solo l’ 1% del PIL ovvero la metà della media europea, 1/3 di Giappone e Corea del Sud, ed un quarto di Svezia, Finlandia, e Islanda.
Nella classifica dell’ente europeo per i brevetti (European Patent Office) l’Italia occupava nel 2002 la 12° posizione nell’UE a 15 Stati (74 domande per milioni di abitanti, contro 133 del Regno Unito, 145 della Francia, 309 della Germania, 211 della Danimarca e 337 della Svezia). Continuando su questa linea andrà sempre peggio ed il nostro divario aumenterà. Il lavoro sarà sempre più dequalificato e i nostri figli si dovranno adattare a lavori che con i loro studi non avranno nulla a che fare oppure dovranno fare la valigia, come oggi scrive su Affari e Finanza Guidalberto Guidi di Confindustria.
Non vorrei fare discorsi generici, allora guardiamo cosa accade a casa nostra. La provincia di Rimini ha un numero di imprese molto alto rispetto agli abitanti, ma le imprese che partecipano a bandi europei sull’innovazione sono davvero molto poche, lo faceva notare la CNA qualche giorno fa. Il tasso di internazionalizzazione è tra i più bassi della Regione 1,4% contro la media dell’8%. Del resto non potrebbe essere diversamente visto che la stragrande maggioranza delle imprese è formata da 1 a 3 addetti. In Emilia Romagna la provincia di Rimini ha il primato del maggior numero di imprese rispetto alla popolazione residente, accompagnato dal minor numero di aziende sopra i 100 dipendenti. Sei imprese su dieci non superano la soglia dei 10 addetti, addirittura la metà non occupa più di 5 addetti. Le imprese sopra i 100 dipendenti occupano il 15,7% del totale degli addetti contro una media regionale del 27%.
Al di là dei numeri vorrei sottolineare che il tema che dovremmo affrontare è quello dell’innovazione che passa necessariamente dalla possibilità di fare ricerca e sviluppo. Le imprese di piccole dimensioni e quelle familiari da sole non possono farcela e quindi occorre che la mano pubblica intervenga, progetti e coordini, facendo da apripista con investimenti, proposte, interventi. In Emilia Romagna in parte tutto questo si sta già facendo, penso agli investimenti per i Tecnopoli, ovvero i centri di ricerca applicati che sono in fase di avvio e che con Moda e Ambiente riguardano anche Rimini. La formazione per i neo laureati e per gli occupati da noi funziona e produce risultati positivi. Eppure non basta, dobbiamo fare di più. La politica deve mettere al centro della propria riflessione questo tema e declinarlo rispetto alle specificità del nostro territorio a partire dal turismo e dai servizi e dalla relazione tra Università e mondo imprenditoriale.
Mi pare che siano temi decisivi per il futuro che anche il dibattito pre-congressuale dovrebbe assumere come propri, per pensare alla città futura e non solo al giorno per giorno…
Alberto Rossini

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