mercoledì 11 novembre 2009

IL MURO





Riceviamo e pubblichiamo una bella lettera di una nonna alle sue nipoti.

A Lucia e Livia.

Care ragazze, vi tocca. Perché sotto quel muro che si stava sgretolando 20anni fa io c’ero anche per poterlo un giorno raccontare ai miei nipoti. E pur senza l’ottimismo nel quale confidavo, ne do conto alle mie due piccole donne nuove. Le figlie di quella generazione nata e cresciuta negli anni ’80 – epoca di edonismo reganiano e milano da bere – da donne idealiste, e a sentir qualcuno perfino “disfattiste”, che negli anni ’70 hanno messo in discussione i ruoli… ribelli e libertarie, e nel mio caso peggio ancora, mai comuniste.

Perché non sorgano nuovi muri - noi anzianotti, compromessi col secolo scorso - dobbiamo darvi conto delle nostre responsabilità da “comunità internazionale”, che pronta ad esaltarsi nel ventennale dalla de-erezione, per ben 28 l’ha (comunque) tollerato. Avevo 9 anni quando è stato eretto e solamente molto tempo dopo ho capito perché non ne ho mai saputo granché, almeno nulla che davvero fin da ragazza m’indignasse, “ci indignasse” (come la guerra in Vietnam ad esempio). Credo fossero solo i figli dei comunisti, come si definivano con orgoglio allora, a rendersi conto della sua esistenza, peraltro senza farci molto caso: al ritorno ne parlavano quasi si trattasse di un’attrazione turistica. Venivano inviati nelle due Germanie, perfino nella DDR, dalle proprie famiglie a scopo educativo: per visitare i musei e le opere d’arte trafugate dai tedeschi nei paesi occupati e vinti, ma soprattutto per toccare con mano il mondo della giustizia sociale, così come durante i loro soggiorni in Unione Sovietica (con ancora oggi, 2009, la guerra di Putin in Cecenia) e nei Balcani (gli stessi territori che poi sono stati teatro delle più grandi crudeltà: la pulizia etnica, gli stupri e le fosse comuni). Nella casa dei vostri bis-nonni, miei genitori, forse perché nessuno era impegnato in politica, mai veniva la voglia di parlarne, che io ricordi… dei paesi dell’est, del muro, della cortina di ferro, così come di Mao e della Cina (tutti argomenti tabù che facevano andare il sangue alla testa al mio babbo).

Solo tempo dopo ho capito che succedeva perché la nostra famiglia era “filo-occidentale”, e che per questo i viaggi erano fatti tutti da altre parti dell’Europa o nelle Americhe. Gli argomenti casomai erano gli aerei che continuamente passavano sulla nostra testa per sbarcare le “teutoniche cavallone” ma dell’Ovest capitalista, che cercavano di restarci a Rimini “che in nessun altra parte del mondo si sta così bene” (pur col sindaco comunista, che comunque era suo amico), incastrando qualche uomo locale (diceva sempre lui), magari “restandoci” (incinta). Anche a scuola si passava veloci perfino sulla storia delle due guerre, figurarsi la guerra fredda e gli esiti della realpolitik (quella delle potenze mondiali che si spartivano il mondo senza pestarsi i calli). Per non dirvi della noia e disinteresse - almeno quanto il vostro ora e sempre – che noi giovani provavamo quando i vecchi (si fa per dire, in realtà non lo erano affatto ma a noi sembravano) tentavano di narrarci quelle storie. Pah! Davvero insopportabile.

Eppure verrà il tempo in cui si dovrà elaborare, insieme o ciascuno per proprio conto, la storia dell’epoca che ha ospitato le nostre vite. E’ solamente da qualche anno (cioè da quando non c’è più) che io lo sto facendo con quella di mio padre, rammaricandomi di non esserne stata capace prima. Per cui perdonatemi ragazze (lo sarete di certo quando leggerete questa mia) se continuo. In questi giorni è stato detto moltissimo, praticamente tutto dal punto di vista storico, emotivo, narrativo. Ma non mi è parso di sentire eco di quello che io penso e vi dico. La mia scoperta “vera” del Muro di Berlino e di ciò che rappresentava, è del 1989, appena prima che crollasse. Perché da almeno 15 anni ero militante di un partito libertario e nonviolento, già impegnato a contaminare di democrazia i Balcani. Che nel febbraio dell’89 per l’organizzazione del suo 1° Congresso transnazionale, a Budapest nell’aprile dell’89, mi ha chiesto di restare in Ungheria per quasi tre mesi. Un’esperienza umana, ancor prima che politica, davvero irrepetibile. Che mi ha insegnato molto. Sui popoli e la loro storia, sulla cortina di ferro che già in quei mesi in Ungheria si apriva a poco a poco sull’Austria, dunque l’Europa e il mondo.

Per questo non il 9 novembre, ma già era il 26 dicembre 1989, dall’unica via ancora obbligata dentro la Germania Est (il transit presidiato dai vopos) arrivo fin sotto il muro, che - credetemi, non crollava affatto - aveva solamente qualche falla sbrecciata, coi frammenti dei graffiti colorati venduti nei banchetti improvvisati dai bambini, ma solamente sul lato ovest di Berlino, un sentimentale feticcio, simbolo di libertà, che vi ho portato e conservato. Il resto era intatto: i colori grigi dell’est, le vetrine spoglie e polverose, gli spazi enormi deserti, gli abitanti rari e malvestiti per le vie, i condomini enormi e tutti uguali dalle cui finestre si scorgevano luci fioche. E Checkpoint Charlie, unico passaggio tra le due città, con il museo dei mezzi più audaci per nascondere i fuggiaschi (tentativi per la maggior parte miseramente falliti) e la mappa dei morti, sparati o soffocati, di quei quasi 30 anni. Poco più di un mese non era bastato per cambiare granché di quella realtà che ancora sembrava ibernata.

Mentre di là divertimento, neon e consumismo. Creatività e voglia di vivere. Che dirvi ragazze mie? Erezione del muro 1961. De-erezione 1989. Ventennale della sua apertura 2009. Grandi festeggiamenti nelle celebrazioni dell’anniversario della fine senza che alcuno tra i popoli, cosiddetti democratici, occidentali, evoluti, abbia fatto sentire alta la propria vergogna (almeno ora) nell’aver permesso che restasse eretto così a lungo. Un insegne studioso solitario (Ilvo Diamanti), ha notato che per le donne il muro (della discriminazione) c’è. Oggi, 2009. E di più. In Italia e ovunque. L’esperienza insegna? Non so ragazze. Posso augurarmi che voi impariate a leggere “criticamente” non solo la storia ma anche la realtà vera – non virtuale – meglio di noi. Per essere, voi stesse, arbitri e protagonisti delle vostre vite (ciò che noi abbiamo imparato a fare non troppo bene, da poco tempo e neppure in tante, dati i risultati).

Molti dei governanti e di coloro i quali per la festa del 9 novembre 2009 si trovavano alla porta di Brandeburgo, credo e spero che - giovani quanto ero io allora o neppure nati - non abbiano avuto modo di rendersi davvero conto della crudeltà inflitta per 28 anni ad un intero popolo nel cuore dell’Occidente e dell’Europa. E che possano evitare nuove oppressioni. Con amore, la vostra nonna Manu

Manuela Fabbri

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