martedì 15 giugno 2010

Nuovi e strategici



di Alberto Rossini

In maniera un po’ ripetitiva vorrei provare a riprendere alcune considerazioni. Insisto sul fatto che per essere competitivi e soprattutto per produrre innovazione nei diversi settori dell’economia occorre che ci siano le condizione di base: da un lato nel mondo del lavoro nel rapporto tra imprese e dipendenti, dall’altro nel contesto territoriale. I dati per capire la situazione ci sono, certamente bisogna volerli guardare. C’è, in sostanza, una situazione per cui da diversi anni il lavoro ha assunto la caratteristica di impiego precario, di lavoro a termine, di lavoro a tempo determinato. Basta considerare che dal 2000 al 2009 i contratti a termine sono passati dal 61% al 76,4% mentre quelli a tempo indeterminato sono diminuiti dal 20,6% al 12,7%.

Difficile investire sulle risorse umane in queste condizione. Altrettanto difficile per i lavoratori pensare ad un impegno costante, prolungato, ad una scommessa professionale che li veda partecipi e coinvolti.
Perché, inoltre, studiare, laurearsi, frequentare master e corsi di specializzazione se ciò che cercano le aziende è personale precario? Se le prospettive di carriera sono davvero minime?
I giovani difficilmente arrivano ad avere posti di responsabilità. E’così nella politica dove i quarantenni sono sempre lì ad aspettare il loro turno. Ma la stessa cosa vale nelle imprese. Quanti sono i manager italiani sotto i quaranta anni? Certamente pochi. Mentre all’estero non è così. Tanto per fare un esempio all’Ikea, anche qui a Rimini, i dirigenti ed i funzionari tra i venti e i trenta anni sono molti.

La prospettiva potrebbe cambiare se l’economia conoscesse una nuova fase in cui settori nuovi e strategici prendessero a crescere, magari sostituendo quelli che in precedenza sono stati trainanti, con connotazioni non sempre positive. Penso, ad esempio, al ruolo avuto dall’edilizia che per anni ha sostenuto la crescita del PIL, contribuendo anche a cambiare il volto del nostro territorio, spesso però senza una ricerca della migliore qualità ambientale e territoriale. Le città non sono, diventate più belle.

Sempre dal rapporto della Camera di Commercio traggo le previsioni per il 2012. Le esportazioni sono previste al 15,4% contro il 32,1 dell’Emilia Romagna e il 22,7 dell’Italia. Il valore aggiunto per occupato è al 97,2% contro il 102 della Regione ed il tasso di occupazione è al 43,6% mentre quello regionale è al 45,1. Cresciamo poco, l’occupazione soffre e le esportazioni sono limitate. Certo in un’area caratterizzata dal turismo ci può stare. Ma come va il turismo?

Un ultima osservazione. Non troppo marginale. In questi giorni la Regione ha pubblicato un rapporto sul tema della pianificazione territoriale a 10 anni dall’entrata in vigore della legge 20 che regola gli strumenti urbanistici. Se ne deduce che in Regione siamo la provincia in cui sono stati approvati meno piani strutturali comunali. In sostanza sono pochi i comuni che hanno aggiornato i propri piani regolatori, solo il 23% del totale. Ricordo che la Legge è del 2000, quindi sono passati già 10 anni.
Chissà quanto anche questo contribuisce a frenare quell’innovazione che sarebbe necessaria a Rimini, come nel resto del paese, per farci fare un salto di qualità.

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