mercoledì 19 maggio 2010

I congedi per i papà?


Introdotti nel nostro Paese dieci anni fa, i congedi familiari per gli uomini sono ancora poco praticati nelle imprese italiane. Tra retaggi culturali e motivazioni economiche, pochi quelli che sembrano interessati a rimanere a casa con i figli. In una sua indagine, la Adecco mostra come siano ancora e soprattutto le donne a richiedere permessi per accudire i figli.
di FRANCESCA BUSSI


Sono davvero pochi i “mammi” lavoratori d’Italia. Lo dice un recente sondaggio realizzato dall’Adecco su un campione di cento aziende italiane, secondo cui ben il 62% delle imprese intervistate dichiara di non aver ricevuto nemmeno una richiesta di congedo da parte di padri lavoratori. A dieci anni dalla sua introduzione, quindi, il congedo per i papà rimane un diritto poco praticato.

Occuparsi di un figlio. Di sicuro i più attenti in questo senso sono gli operai con qualifica media o specializzata (20%) e gli impiegati (15%). Sono loro, infatti, le categorie che richiedono maggiormente il congedo per stare a casa con i figli. Situazione opposta invece per i “piani alti” delle aziende. Solo il 3% dei quadri ha fatto richiesta di permessi per poter accudire i bambini e addirittura nessuna domanda è partita dai dirigenti. Le motivazioni, secondo la Adecco, sono abbastanza intuitive e sono tutte legate alla sfera retributiva: un manager ha più possibilità economiche di pagare una baby sitter che si occupi del suo bimbo nei primi mesi di vita. Un operaio e un impiegato, invece, scelgono di stare a casa nei termini consentiti dalla legge, piuttosto che assumere a lungo termine una persona alla quale dovrebbero pagare i contributi.

Retaggio culturale e fattori economici. L’indagine ha confermato come congedi e permessi retribuiti per motivi familiari continuino a essere richiesti principalmente da donne. I motivi sono essenzialmente due: nella maggior parte dei casi, a prevalere è un retaggio culturale (44,5%); nel resto dei casi si tratta di scelte di coppia legate anche a fattori economici. Nella nostra cultura, dunque, i compiti educativi e di cura della prole sono ancora assegnati principalmente alle donne, mentre il congedo di paternità continua a essere visto come “inusuale”.

Congedo di paternità. Innanzitutto bisogna distinguere tra congedi di paternità e congedi parentali e sottolineare che valgono soltanto per i lavoratori dipendenti. Gli uomini possono richiedere il congedo di paternità (astensione obbligatoria dal lavoro) dopo la nascita del figlio e fino ai tre mesi di età del bimbo, per un periodo coincidente con il congedo di maternità non fruito, in tutto o in parte, dalla madre. Questo congedo, che è indennizzato in misura pari all’80% dell’ultima retribuzione giornaliera, viene concesso solo in alcuni casi: morte o grave infermità della madre, abbandono del bambino da parte della madre, affidamento esclusivo al padre o rinuncia espressa della madre che ha diritto al congedo di maternità (questo è possibile solo in caso di adozione o affidamento). In tutti questi casi, al padre sono estesi gli stessi diritti previsti per la mamma lavoratrice: diritto alla retribuzione, commutabilità nell’anzianità di servizio, divieto di licenziamento entro il primo anno di vita del bambino. Nel caso di congedo successivo al parto, la domanda va presentata all’Inps entro trenta giorni dalla nascita del bambino.

Congedo parentale. Diverso il caso del congedo parentale, che è invece quel periodo nel quale la lavoratrice o il lavoratore dipendente possono astenersi dal lavoro (astensione facoltativa dal lavoro). Terminato il periodo di congedo di maternità, infatti, la madre ha il diritto di chiedere ulteriori permessi e anche il padre può avvalersene fin dalla data del parto. Entrambi i genitori possono richiedere il congedo parentale per una durata massima di sei mesi, “spalmati” nei primi otto anni di vita del bambino. Madre e padre ne possono usufruire anche contemporaneamente, ma la durata massima non può superare i dieci mesi per coppia, periodo estendibile fino a undici mesi se il padre utilizza almeno tre mesi (ad esempio, cinque mesi la madre, sei mesi il padre).

Per ottenere il congedo parentale bisogna presentare domanda sia al datore di lavoro che all’Inps con un preavviso di almeno quindici giorni, sempre che non ci siano motivi gravi per i quali si può avere astensione immediata dal lavoro. Alla domanda devono essere allegati la dichiarazione sostitutiva del certificato di nascita attestante paternità e maternità e le dichiarazioni di entrambi i genitori da cui risultino eventuali periodi di congedo già utilizzati per lo stesso figlio. Durante il congedo parentale si ha diritto a una retribuzione pari al 30% dello stipendio per un periodo massimo complessivo di sei mesi entro i primi tre anni del bambino (entro i primi otto anni, se si percepisce un reddito annuo inferiore agli 11.395 euro).

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